· Città del Vaticano ·

La buona Notizia xxiii Domenica del tempo ordinario (Marco 7, 31-37)

La vita vera per la quale siamo fatti

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
31 agosto 2021

Un bravo fotografo ha lo scatto negli occhi; vede per primo e sceglie l’immagine da fissare perché tutti la possano osservare a lungo. L’evangelista Marco è un poeta della fotografia e il suo Vangelo sembra un album che, pagina dopo pagina, ci aiuta a mettere a fuoco il volto di Gesù. Con un solo fotogramma, pochi versetti, coglie i personaggi, le dinamiche, gli ambienti, le parole, il sentire e le emozioni di tutti; e in un momento, contemplandola, veniamo anche noi coinvolti nella scena.

E così incontriamo Gesù in cammino, lontano da casa e qualcuno portargli un amico, un uomo, segnato nel corpo da un’infermità invisibile, silente — appunto — e per questo molto invalidante: è sordo e muto.

Vediamo in modo nitido una persona, apparentemente destinata al silenzio; a quel silenzio mortifero, chiuso alla Parola e dunque alla vita, escluso da quella relazione così profonda ed intima a cui Dio da sempre chiama il suo popolo: «Ascolta, Israele!» (Dt 6, 4).

Quello che qui incontriamo è un silenzio innaturale che vorrebbe invece gridare vita, desideri, benedizione.

In quest’uomo vediamo messe a fuoco le nostre chiusure, le nostre piccole e grandi ottusità che ci impediscono di ascoltare l’altro e l’Altro, e ci lasciano incapaci di comprendere il linguaggio della realtà che sempre parla e chiama a risposte responsabili.

Ed ecco in lui anche il nostro mutismo, la nostra lingua inferma, legata, che sembra non sapere più pronunciare parole di bene, di speranza, di pace e di bellezza.

Il gesto di Gesù nell’accostarsi a quest’uomo è reso visibile dal suo portarlo in disparte, lontano dalla folla che è chiassosa perché — ci insegna sant’Agostino — «è difficile scorgere Cristo in mezzo alla folla: una certa solitudine è necessaria al nostro spirito, e in questa solitudine, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è tumultuosa, mentre codesta visione richiede il silenzio della solitudine…».

“In disparte”, come un giorno farà con i suoi discepoli (Mc 9, 2) perché sia quella di Dio la prima Parola che finalmente possa udire.

«Apriti!» è la parola ricevuta nel Battesimo, pronunciata su di noi per farci finalmente popolo “udente”.

Gesù conosce bene la forza della prima Parola ricevuta: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Lc 3, 22); da queste parole verrà ogni certezza di Gesù, fino alla fine.

È la prima Parola ricevuta quella che si staglia nel nostro intimo, quella a cui tornare ogni volta che il chiasso della folla dei pensieri si fa assordante e nemico del bene; la prima Parola è quella a cui ri-volgersi ogni giorno, per poi tornare, con libertà di cuore, ad ascoltare anche i fratelli e le sorelle che molto hanno da dire alla nostra vita.

Gesù non impone la sua mano, come gli era stato chiesto, fa molto di più: lo vediamo dare a quest’uomo qualcosa di sé stesso, la sua saliva, l’umidità del suo soffio, bagnato da quello Spirito che irriga e dà la vita (Gen 2, 6), raggiunge i deserti e li fa fiorire (cfr. Is 32, 15).

Ci si offre alla memoria la scena della creazione (Gen 2, 7), ma, con lo sguardo, contempliamo ora la nuova creazione operata in Cristo Gesù con quella «rugiada dello Spirito» (Messale Romano 2020) che santifica, trasforma e consacra.

Liberati, come il sordo muto del Vangelo, dalla sterilità dell’orecchio e dall’aridità della lingua, nasciamo anche noi a vita nuova, quella vita vera per la quale siamo fatti: grata, generosa, feconda e felice, colma di lode e di stupore perché, sì… «ha fatto bene ogni cosa!» (Mc 7, 37).

di Fulvia Sieni