La scienza accusa l’uomo per le catastrofi ambientali

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10 agosto 2021

Cinque futuri possibili per il mondo. Cinque pianeti — detti “Terra”— diversamente modellati dal mutamento climatico. Una scala che va da una accettabile sostenibilità della nostra presenza nell’ecosistema fino al tragico scenario di un surriscaldamento in crescita di 3,3 gradi, contro gli 1,5 che ci possiamo permettere (vedi accordi sottoscritti a Parigi).

In ogni futuro possibile molti danni fatti finora, in termini di destabilizzazione del ciclo dell’acqua, ossia delle basi vitali del mondo, sono “irreversibili”: anche se gestibili da giuste politiche e stili di vita.

Scegliete, fra i cinque pianeti, quello dove imbarcarci tutti cliccando sulla mappa globale interattiva del mondo che un team internazionale di scienziati, incaricato dalle Nazioni Unite ha messo a disposizione online di chi dovrà prendere decisioni consapevoli, piccole, grandi o medie, in grado di influenzare le cose. Ossia politici, imprenditori, cittadini, tutti intesi come individui responsabili dei loro gesti. (per inciso, il link è https://interactive-atlas.ipcc.ch/). Tenete conto che qualunque opzione vi paia più ragionevole, in ognuno dei cinque scenari la Terra passerà la soglia di 1,5 gradi di surriscaldamento prima delle previsioni del rapporto precedente. Tra dieci, quindici o vent’anni. Le cose corrono dunque, più in fretta di quanto era stato previsto. E le catastrofi climatiche, come quelle viste in questa estate 2021, peggioreranno comunque.

Il sesto rapporto dell’International Panel on Climate Change, che lancia di fatto i lavori della Conferenza sul clima Cop26 di Glasgow fra meno di tre mesi, è molto chiaro in due punti. Responsabilità umane per il degrado accelerato del pianeta, a dispetto di un negazionismo che probabilmente si opporrà anche a questo rapporto: le azioni scientificamente indifferibili per rallentare la tendenza e, almeno, stabilizzarla. E sono due, avverte, i killer climatici da ingabbiare.

Il primo punto: quando si dice che è l’attività umana a mettere in pericolo globale la casa comune, non siamo (più) in un campo opinabile e contendibile. La colpa è dell’uomo e il rimedio tocca all’uomo. «È un solido dato di fatto», spiega ai giornalisti Valerie Masson-Delmotte, dell’università Saclay di Parigi, e co-presidente del gruppo di lavoro degli scienziati del clima. Lontani dal voler indirizzare la politica, dice, si mette a disposizione, anche della politica, la capacità di previsione dei modelli scientifici.

E i modelli dimostrano che i mutamenti climatici si sono impennati dagli anni ’70 scorsi come mai negli ultimi due millenni, ed hanno innescato la corsa degli eventi meteorologici violenti (come l’alluvione in Germania, Belgio ma anche in Cina, Corea del Nord, Sudan, Russia, India), delle siccità (dagli Stati Uniti allo Yemen, al Madagascar, solo per dirne alcuni) e degli incendi globali (tutta la costa ovest degli Usa, la Siberia, Turchia, Grecia, Italia del sud).

Negare che sia l’attività umana, con il suo sistema di produzione e consumo delle risorse, a causare lo squilibrio che sta mutando il ciclo dell’acqua, acidificando gli oceani e saturando le possibilità di assorbimento della C o 2, non ha fondamento scientifico, dicono gli scienziati. L’Ipcc parte da quelle che chiama “solide basi scientifiche” riguardo allo stato del mutamento climatico nel 2021. Un responsabile, afferma, c’è ed è la pressione delle società umane. Non si spiega altrimenti l’accelerata brusca ed in crescita degli ultimi 50 anni. Le ondate di caldo, con le cappe di calore come quella che schiaccia la Siberia e la California, devastata dal Dixie Fire, si verificavano una volta ogni mezzo secolo in era preindustriale. Ora se ne conta una ogni dieci anni. Ed i modelli segnalano che da qui a poco si passerà a due eventi ogni sette anni. A questo ritmo correranno anche la liquefazione dei ghiacci dell’Artico, il ricorrere delle siccità e quello dei cicloni tropicali che stanno prostrando i Paesi già poveri. Stabilito che la responsabilità è della pressione esercitata dall’organizzazione della società umana, ne consegue che a questa vadano fatte risalire anche le responsabilità delle migrazioni di massa.

Se il Madagascar è in preda alla carestia e la gente ne muore mentre scriviamo, e ne morirà durante la lettura, e se un minore non accompagnato si metterà, ora, in marcia dall’Africa per rischiare la vita nel Mediterraneo o dalla Colombia per passare a piedi, da solo, la foresta del Darién, con i suoi abissi, è colpa di un ambiente sfruttato che nega la sopravvivenza. Se in Afghanistan metà del raccolto andrà perduta è perché le nevi di primavera non ci sono state per il mutamento climatico. La carestia, dunque, è scritta per un Paese dilaniato anche dalla guerra. E non è stata scritta dal ciclo della natura.

Il secondo punto indicato dal rapporto, indica i due killer climatici da abbattere da subito. Tutte le regioni del mondo, premette il rapporto, ormai sono colpite dal mutamento climatico, ognuna a modo suo (vedi l’atlante interattivo) ma tutte potrebbero giovarsi di un immediato taglio delle emissioni dei gas serra.

E per la prima volta l’Ipcc, al suo sesto report, indica un altro killer ambientale da abbattere subito, insieme al ben noto diossido di carbonio: il metano. Responsabile del 30% del surriscaldamento globale dall’era preindustriale ad oggi, il metano sgorga dalla lavorazione del petrolio, dagli allevamenti intensivi di bestiame, dalle discariche (moltissime delle quali, in Africa, raccolgono i rifiuti del mondo sviluppato).

Il report è totalmente apolitico, chi lo presenta non si stanca di sottolinearlo. Ma l’indicazione del metano, per quanto strettamente tecnica e basata su evidenze scientifiche, non potrà che contrariare le economie fortemente basate su queste attività, soprattutto sugli allevamenti di bestiame che, ad esempio in Amazzonia, avanzano sostituendosi alla foresta polmone del mondo. Eppure abbattere le emissioni di metano, dice il rapporto, potrebbe evitare il paradosso di un surriscaldamento di mezzo grado dovuto ad una diminuzione dell’inquinamento atmosferico e del suo malsano aerosol. Effetti paradossali che dimostrano come l’equilibrio climatico sia un gioco delicatissimo al quale devono contribuire tutti, pena il fallimento. Allevamenti modello catena di montaggio, discariche e miniere di carbone, dunque, sono i convitati scomodi della prossima Cop26, il foro internazionale dove i Paesi aderenti sono chiamati a darsi obiettivi comuni più ambiziosi. L’indicazione è autorevole e frutto di anni di lavoro scientifico collettivo.

Nel presentarla, però, la direttrice esecutiva del programma ambientale delle Nazioni Unite, Inger Andersen ha fatto una dura premessa: «Sono trent’anni che il messaggio al mondo è questo. Ma non è mai stato ascoltato». Eppure è una sorta di “last call”. Un «codice rosso per l’umanità» per dirla con il segretario generale António Guterres. «I campanelli d’allarme — ha detto — sono assordanti e le prove sono inconfutabili: le emissioni di gas serra provenienti dal fonti fossili e deforestazione stanno mettendo miliardi di persone a rischio immediato». Anche la comunità internazionale suona, però, i suoi campanelli. Il primo ministro australiano Scott Morrison ha detto che, in mancanza di un piano, non firmerà «un assegno in bianco» a nome degli autraliani. Tutto rinviato alla Cop26, a Glasgow.

di Chiara Graziani