Maestro e testimone di una nuova civiltà

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06 agosto 2021

«La festa della #TrasfigurazionedelSignore  ci ricorda che siamo chiamati a fare esperienza dell’incontro con Cristo perché, illuminati della sua luce, possiamo portarla e farla risplendere ovunque come piccole lampade di Vangelo che portano un po’ d’amore e di speranza». Con queste parole — in un tweet postato stamane sull’account @Pontifex — Papa Francesco sottolinea il significato della celebrazione della Trasfigurazione, che nella memoria della Chiesa si lega anche al ricordo di Paolo VI, il santo Pontefice bresciano morto proprio il 6 agosto di 43 anni fa. Per riproporne il pensiero e la testimonianza  pubblichiamo quasi per intero la Premessa che il cardinale decano del Collegio cardinalizio, anch’egli originario della diocesi bresciana, ha scritto per il volume di Ettore Malnati San Paolo VI . Prete dei giovani, vescovo degli operai, Papa del dialogo   — edito dalla Morcelliana nel 2018, anno della canonizzazione —  che contiene anche una postfazione del direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione. «Montini è stato un pastore “in uscita”, un pastore del dialogo, un educatore appassionato» afferma tra l’altro Andrea Tornielli, rimarcando quanto ancora resti da fare per riscoprire «questa gigantesca figura, un Padre della Chiesa del Novecento».

 

Paolo VI fu chiamato a guidare la barca della Chiesa in un momento in cui le onde del mare della storia erano turbolente e i venti soffiavano in senso contrario, per cui fu criticato e anche contestato. Col passar del tempo sono cresciuti i riconoscimenti della sua grandezza, dell’importanza del suo pontificato, del valore del suo pensiero e della sua opera. Aveva ragione padre Yves Congar, grande teologo e perito del concilio, quando affermava: «Paolo vi sarà valutato grande col tempo».

Questo Pontefice resterà nella storia per il ruolo che ha avuto nella prosecuzione e nella successiva attuazione del concilio Vaticano ii . Se, infatti, è di Papa Giovanni XXIII il merito di averlo indetto e aperto, si deve a Paolo VI quello di averlo condotto avanti con mano sicura, rispettando in tutto la piena libertà dei Padri conciliari e la competenza delle varie Commissioni, ma intervenendo opportunamente con la sua autorità di Successore di Pietro là dove era necessario intervenire. Egli fu il vero timoniere del concilio.

Paolo vi resterà nella storia anche per aver amato questo nostro mondo moderno ed averne apprezzato i progressi e le meravigliose conquiste, con i vantaggi e le agevolazioni che la scienza oggi offre, ma anche con i problemi irrisolti e con le sue inquietudini e le sue speranze.

Egli guardò al nostro mondo odierno con simpatia. Nella sua visita alla Basilica della Natività a Betlemme, il 6 gennaio 1964, disse che «se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo».

Con insonne impegno Paolo vi si prodigò per servire l’uomo di oggi, nelle sue miserie e nelle sue grandezze, sostenendolo nel suo cammino sulla terra e indicandogli al tempo stesso la meta eterna, nella quale soltanto può trovare pienezza di significato e di valore lo sforzo che egli quotidianamente esprime quaggiù. Pochi come lui hanno saputo capire l’uomo di oggi nelle sue inquietudini e nelle sue aspirazioni e lo hanno amato come lui, che lo ha guardato con gli occhi di Dio e lo ha amato col cuore di Dio.

Paolo vi fu un grande difensore della fede e, in pari tempo, ebbe grande sensibilità per i problemi sociali. Nell’Enciclica Populorum progressio scrisse che lo sviluppo deve essere a vantaggio di tutti e deve tener conto degli aspetti umani ed etici che sono di grande attualità anche ai giorni nostri.

Nell’orizzonte dell’insegnamento sociale va visto anche il suo impegno a favore di quella che egli definì «la civiltà dell’amore».

In un mondo povero di amore e solcato da ingiustizie e violenze di ogni genere, Paolo vi lavorò per instaurare una civiltà ispirata dall’amore, in cui la solidarietà e la collaborazione giungessero là dove la giustizia sociale, pur tanto importante, non può arrivare.

La civiltà dell’amore, da costruire nei cuori e nelle coscienze, è stata per Papa Montini più di un’idea o di un progetto: è stata la guida e l’impegno di tutta la sua vita.

Per questa nuova civiltà Paolo vi si è speso senza misura, pregando ed operando, rinnovando le strutture della Chiesa, andando egli stesso incontro a tutti gli uomini di buona volontà, cercando tutte le occasioni per portare ovunque una parola religiosa, ma anche di fraternità, invitando tutti a superare gli egoismi ed i rancori per affrettare l’avvento di un’era di pace.

Nel pontificato di Paolo vi vi sono alcune iniziative e taluni gesti che rimarranno nella storia e che in qualche senso possono essere collocati nella categoria dei “primati”, perché furono compiuti per la prima volta da un Pontefice. È vero che alcuni furono possibili grazie al progresso del nostro tempo, ma ciò non annulla il merito di chi li ha compiuti per primo.

Egli fu il primo Papa a volare in aereo e il primo Papa a visitare la Palestina, da dove san Pietro era venuto. Fu un viaggio di alto valore simbolico, che esprimeva il suo mondo interiore, la sua spiritualità e la sua teologia. Compiendolo appena sei mesi dopo l’elezione al pontificato e mentre era in corso il concilio, egli volle indicare alla Chiesa la strada per ritrovare pienamente se stessa e orientarsi nella grande transizione in atto nella convivenza umana. La Chiesa, infatti, può essere autentica e compiere la sua missione soltanto se ricalca le orme di Cristo. Quel viaggio fu il primo di una serie che i suoi Successori hanno reso lunga e feconda.

Fu il primo Papa che, con gesto significativo, rinunciò alla tiara, togliendosela pubblicamente dal capo il 13 novembre 1964 e donandola ai poveri. Voleva, con questo gesto, far intendere che l’autorità del Papa non va confusa con un potere di tipo politico-umano. Poche settimane dopo avrebbe intrapreso il viaggio apostolico in India, che tanto influenzò il suo magistero sociale. La rinuncia alla tiara acquistava il valore di un gesto programmatico di umiltà e di condivisione, simbolo di una Chiesa che mette i poveri al centro della sua attenzione e li accosta con rispetto ed amore, vedendo in loro il Cristo. La tiara fu poi venduta ad un museo degli Stati Uniti e il ricavato fu portato dal Papa nel suo viaggio in India e donato per i poveri.

Fu il primo Papa a recarsi all’Onu, dove si presentò come un pellegrino che da 2000 anni aveva un messaggio da consegnare a tutti i popoli, il Vangelo dell’amore e della pace, e finalmente poteva incontrare i rappresentanti di tutte le Nazioni e consegnare loro questo messaggio.

Paolo vi è anche il Papa che ha abolito la corte pontificia e che ha voluto che il Vaticano e la Curia romana avessero uno stile di vita più semplice e una impostazione più pastorale e più internazionale.

Fu lui a istituire la Giornata della pace, per educare le menti e i cuori ad essa. Paolo vi era profondamente convinto che la pace è un bene umano fondamentale, che per affermarsi stabilmente esige l’impegno di attuare tutti quei valori nei quali consiste il progresso sociale autentico. Ebbe significativi gesti e interventi magistrali a favore della pace e a favore della giustizia sociale, giungendo ad affermare che «il nuovo nome della pace è lo sviluppo».

Paolo vi non è stato soltanto un Papa grande e geniale; è stato anche uomo di una spiritualità genuina e profonda.

Al fondo del pensiero e dell’azione di Paolo VI c’è una vera spiritualità fatta di preghiera, di meditazione e di sconfinato amore a Cristo, alla Madonna, alla Chiesa.

È stato non soltanto un “maestro” ma anche un vero “testimone”, che ha cercato di indicare a tutti la strada che porta al cielo ed ha operato con instancabile sollecitudine per una società più giusta, più fraterna, più solidale.

L’augurio è che l’insegnamento e la testimonianza di Paolo vi continuino a illuminare il cammino dell’umanità.

di Giovanni Battista Re