· Città del Vaticano ·

Storie dalle villas miseria
Marcos, un’amicizia nata sulla strada dei pellegrini verso il santuario di Luján

Avvertimenti

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14 luglio 2021

Marcos è ritornato nella villa per passare la quarantena con la nonna anziana. Era profugo da qualche anno. Gliel’avevano giurata e aveva pensato bene di andarsene finché poteva farlo con le proprie gambe. E proprio le gambe sono importanti nella storia di Marcos.

L’avevo conosciuto durante il pellegrinaggio che i giovani argentini compiono tutti gli anni in ottobre al santuario di Luján, dove, come racconta la tradizione, ha voluto letteralmente piantare la sua casa la Madonna nazionale dal mantello bianco e azzurro. Sessanta chilometri e passa tra il punto di partenza e quello di arrivo. Ventiquattr’ore di marcia per chi se la piglia comoda, con soste frequenti e abbondanti libagioni.

Marcos camminava in mezzo al gruppo dei villeros di padre Pepe per chiedere alla Virgen quello che aveva in animo: la salute per la nonna ammalata, il lavoro che non aveva e che forse nemmeno voleva, la benedizione di un fidanzamento appena iniziato che già mostrava crepe. In un punto di ristoro della tradizionale camminata verso la basilica, più o meno a metà del tragitto, gli ho offerto un bicchiere caldo di mate cocido e un panino con prosciutto cotto e formaggio, che formavano parte del menù preparato per i pellegrini dalle mani di chi non poteva camminare con loro per un qualche motivo legato all’età o alla salute. Il tutto avvolto in un tovagliolo di carta e servito con qualche parola di incoraggiamento per la fatica che gli restava da compiere, con l’aggiunta di un elogio per aver intrapreso del tutto liberamente quell’impegnativo pellegrinaggio.

È bastato perché mi considerasse amico.

Ritornati alla base di partenza, Marcos ha continuato con la sua vita di sempre, che era poi quella di tanti della sua età che vivono alla giornata tra lavoretti che vanno e vengono, piccolo spaccio, furti, notti sulla strada a respirare paco, risse tra bande.

È riapparso una notte afosa di novembre, di quelle che alla periferia di Buenos Aires sfiorano i quaranta gradi. Ha bussato alla porta della stanza nella baraccopoli dove vivo. Quando ho aperto era lì, fermo, sulla soglia. Ha esordito scusandosi per essere venuto a disturbarmi a quell’ora tarda, ma non sapeva dove andare. Si vedeva a colpo d’occhio che c’era qualcosa di strano nel suo comportamento e la ragione si è chiarita quasi subito. Marcos si è tirato giù i pantaloni della tuta che indossava e mi ha fatto vedere il polpaccio. Era insanguinato.

Non capivo bene cosa gli fosse successo, sulle prime ho pensato a una caduta con la bicicletta, anche se non lo avevo mai visto pedalare per la villa, finché mi ha detto che gli avevano sparato. In effetti, osservandola alla luce di quell’informazione, sulla gamba c’erano delle macchie di sangue raggrumato e il polpaccio era attraversato da due fori dai bordi arrossati, due colpi di arma da fuoco sparati da una pistola di piccolo calibro, probabilmente una 22.

Prima di chiedergli chi fosse stato, controllai d’istinto di avere le chiavi della macchina in tasca per portarlo a un pronto soccorso. Ma lui voleva che lo accompagnassi dalla nonna, che viveva anch’essa in un punto imprecisato della villa. Non ne voleva sapere di andare in ospedale, dove invece insistevo per accompagnarlo. Aveva paura che la polizia lo uccidesse. Diceva che facevano così con quelli come lui, che hanno una fedina penale segnata da furti, risse, droga, e forse qualche rapina, e che oramai vengono annoverati nella categoria di quelli che possono solo fare salti di scala sulla strada della violenza.

Su chi gli avesse sparato si mantenne sulle sue: disse solo che erano tipi che non “tenían codigos”, cioè che non avevano regole, non osservavano dei comportamenti accettati da tutti nel mondo chiuso della villa. Aggiunse che non gli avevano lasciato il tempo per “arreglar”, per sistemare le cose. Non ha chiarito quali, ma con tutta probabilità aveva venduto droga e non aveva dato al capobanda tutto quello che avrebbe dovuto. Con quei due colpi nel polpaccio gli avevano dato un avvertimento.

Mesi dopo, mentre trasportavo degli scatoloni di alimenti da un deposito all’altro — nei punti dove tutti i giorni vengono preparati pasti da mani volenterose — ho intravvisto Marcos in un incrocio non molto frequentato e generalmente evitato anche dai residenti. Una zona franca dove si smercia droga, si commentano le bravate messe a segno e si preparano le malefatte del giorno dopo. Una sorta di santuario del piccolo crimine, un’area di ricreazione per i ladruncoli al ritorno dalle scorribande o in procinto di iniziarle.

Ho notato subito che aveva il volto deturpato. Accostando il furgone ho poi messo a fuoco il taglio che gli avevano fatto dall’angolo della bocca all’orecchio. La cicatrice si era rimarginata, ma era ancora rossiccia, segno che non era poi passato molto tempo dal giorno dello sfregio.

Quando si è accorto che lo stavo guardando e che fissavo proprio la cicatrice, Marcos ha girato la faccia dall’altra parte. Non voleva — suppongo — che gli chiedessi spiegazioni, come in effetti ho fatto. Mi sono avvicinato e l’ho salutato affettuosamente senza distogliere lo sguardo dalla guancia sfigurata ma senza rivolgergli nessuna domanda. A quel punto ha balbettato una storia confusa che aveva a che fare con la porta di un garage che doveva riparare e che si era chiusa all’improvviso ferendolo in volto. Ma era evidente che la storia era inventata e che lo sfregio era un altro avvertimento dopo la notte dei due proiettili nel polpaccio.

Ho finto di credergli per poter parlare un po’. Marcos mi ha raccontato di un lavoro saltuario che aveva iniziato con un conoscente. Il socio aveva ereditato un camion e aveva deciso di impiegarlo facendo traslochi. Questi lo chiamava di tanto in tanto come aiutante quando c’era un trasporto di una certa importanza.

Naturalmente aveva capito che non avevo creduto alla sua spiegazione circa lo sfregio, ma la cosa è rimasta lì. Salutandolo mi sono felicitato con lui per il lavoro e gli ho rinnovato la raccomandazione di mettere le basi fuori della villa.

Tra uno sparo e uno sgarro, ho avuto diversi altri incontri con Marcos. Mi veniva a trovare, come la notte del primo avvertimento. Mi portava piccoli regali. Una coppa di finto cristallo una volta, dei pantaloni e una giacca di taglio antico, appartenuti — così mi disse — a suo padre, un’altra. A ogni visita, non perdevo occasione di raccomandargli che se ne andasse dalla villa, e di avvisarlo che lì aveva i giorni contati, che neppure padre Pepe poteva assicurargli protezione e men che meno io, e che non ci sarebbe stato per lui un terzo avvertimento.

Dopo una di queste visite non l’ho più rivisto, e neppure mi sono arrivate notizie su di lui da taluni che erano soliti frequentarlo. Era sparito per davvero. Doveva aver dato retta al consiglio.

Ho incontrato Marcos del tutto casualmente un anno dopo la sua sparizione dalla villa. Vivo, vegeto… e disarmato, o, a essere precisi, armato di spugna, shampoo e un tubo di gomma per annaffiare lungo due volte la sua esigua statura. È successo un pomeriggio in un autolavaggio appena riaperto dopo l’estenuante quarantena. Lavorava lì ancor prima che il governo decretasse le severe misure di isolamento sociale che abbiamo conosciuto, poi l’autolavaggio ha dovuto chiudere e anche per lui il lavoro è venuto meno. Aveva ripreso a lavorare da pochi giorni. Per lo stesso stipendio modesto e la speranza riposta nelle mance che di tanto in tanto gli elargiva qualche cliente.

Quando mi ha riconosciuto si è avvicinato con un grande sorriso sulla faccia ancora sfregiata dal secondo avvertimento. Voleva lavarmi gratis il furgone ma non sapeva come fare con il proprietario che non avrebbe approvato quella gentilezza. L’ho tolto dall’impaccio dicendogli di lavarmi l’auto in ogni caso, che avrei pagato la tariffa intera senza problemi.

Tra un colpo di spazzola e un getto di schiuma mi ha assicurato di aver messo la testa a posto, di essere uscito dal giro dello spaccio e di non drogarsi più. Era consapevole di essersene andato dalla villa appena in tempo, che lo sfregio che gli avevano fatto sulla guancia era veramente l’ultimo avvertimento. Il linguaggio delle gang lo conosceva bene, e sapeva anche lui che non ce ne sarebbe stato un altro.

Quando il Peugeot brillava, poco prima dell’ultimo step, con l’alberello odoroso appeso allo specchio retrovisore, Marcos mi ha chiesto il numero di WhatsApp. Gliel’ho dato, naturalmente.

Qualche giorno dopo l’ha effettivamente usato e mi ha mandato un messaggio. Un audio, per essere precisi, perché un giorno, dopo aver chiesto informazioni su un corso serale di alfabetizzazione, mi aveva confessato di non saper scrivere e di essere intenzionato a frequentarlo. Cosa che non è poi avvenuta e ancora adesso non sapeva leggere né scrivere.

Nella breve registrazione mi chiedeva se volessi essere il padrino di battesimo di sua figlia. Non era figlia della fidanzata di quando ci siamo conosciuti nella villa, con lei aveva rotto, ma di un’altra donna con cui stava convivendo. Una brava ragazza, mi assicurò rispondendo a un dubbio che non gli avevo affatto manifestato. Gli ho risposto di sì, che sarei stato felice di fare da padrino a sua figlia Nicole, così l’avevano chiamata, e gli ho chiesto istruzioni sul dove e sul quando. Era visibilmente contento per la risposta. Mi avrebbe mandato un altro WhatsApp con le indicazioni di giorno e luogo.

Non c’è stato seguito. Marcos ha lasciato anche l’autolavaggio ed è sparito di nuovo nel nulla.

di Alver Metalli