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Il film d’animazione realizzato dai pazienti di Neuropsichiatria dell’Ospedale dei Bambini di Brescia

Su sfondo giallo (brillantissimo)

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13 luglio 2021

«Ecco che nasce la luce / là dove il buio si scuce». Inizia con questi versi Rime della luce, poesia di Pierluigi Cappello — l’artigiano delle parole scomparso nel 2017 —, tratta dalla raccolta Ogni goccia balla il tango. Rime per Chiara e altri pulcini (Rizzoli, 2014). Ed è proprio a essa, cioè a Rime della luce, che liberamente si ispira l’omonimo film d’animazione, realizzato da quindici pazienti del reparto di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale dei Bambini di Brescia, nell’ambito del progetto gratuito «Cartoni animati in Corsia» (Cic) dell’associazione Avisco (Audiovisivo scolastico).

Basta guardare il lavoro — tra l’altro presentato al Bergamo Film Meeting e visionabile a partire dallo scorso marzo direttamente su cartonianimatiincorsia.org — per rendersi conto del potente messaggio di speranza e rinascita che i ragazzi ricoverati hanno fatto emergere. A parlarne, scendendo nei dettagli, è la coordinatrice di Cic, Irene Tedeschi, la quale, con tutte le precauzioni del caso, è entrata nel reparto per interagire coi ragazzi, supportarli nel corso del laboratorio e portare a termine quella che oggi è una vera e propria, breve, opera cinematografica. «Con la pandemia — spiega l’operatrice — sono cambiate molte cose: a marzo 2020, non potendo più entrare nei reparti, noi di Avisco abbiamo interrotto i laboratori (poi ripresi, a distanza, nel giugno dello stesso anno) e, solo in un secondo momento, a novembre, l’associazione è tornata a lavorare in presenza: sono stata io ad entrare nel reparto di Neuropsichiatria, ogni venerdì per un’ora e mezza circa, con l’intento di coinvolgere i giovani nella messa a punto del corto. Naturalmente — prosegue —, sempre per via dell’emergenza sanitaria, è cambiata anche la tecnica d’azione (che in tempi “normali” si basava sullo stop motion, il metodo tradizionale e artigianale dell’animazione), ma non solo: il film animato è stato realizzato disegnando sui tablet con un’apposita penna grafica e, inoltre, ha visto la partecipazione di quegli adolescenti, tra i 12 e i 17 anni, le cui fragilità sono venute fuori proprio a causa del periodo d’isolamento da coronavirus che avevano da poco vissuto. Rispetto agli anni precedenti — sottolinea — si può infatti dire, sebbene si tratti di un punto di vista parzialmente esterno, che il numero di ragazzi, con problemi legati a disturbi alimentari, con comportamenti volti all’autolesionismo o altri disagi, sia molto aumentato».

È dunque in questo contesto che nasce Rime della luce, costruito, nell’arco di un mese e mezzo, in tal modo: una voce fuori campo (quella di una giovane paziente) introduce le strofe di Cappello, mentre si susseguono i disegni realizzati dai ragazzi. Lo sfondo inizialmente è nero, però, man mano, diventa giallo, luminosissimo, e, su di esso, le immagini di fiori, uccelli e di tutto ciò che è utile a evocare spensieratezza, per l’appunto leggiadria, vengono riprodotte in sequenza, così da creare l’effetto del movimento. «Il modo di lavorare dei ragazzi — dice Tedeschi —, da subito appassionatisi alla poesia, mi ha profondamente stupito: loro si trovavano nel reparto per difficoltà serie, serissime, e, quindi, avere rimandi vitali e ottenere grande propositività dal gruppo, ha rappresentato un po’ una fioritura, intorno al testo e alla luce; una contrapposizione significativa rispetto alla loro precedente esperienza».

In particolare, ciascun ragazzo ha realizzato un disegno; ogni piccolo paziente, spogliandosi per un attimo delle vesti di “degente”, ha svolto un compito, creando con l’altro un legame forte, di collaborazione fattiva e concreta («Non quella semplice relazione che si può normalmente instaurare tra compagni di stanza», puntualizza Tedeschi), dando libero sfogo alla propria creatività.

«Creatività — afferma l’operatrice — che, in queste situazioni, è una conquista. Ogni parola, sguardo, frase, movimento dei ragazzi, soprattutto del reparto di Neuropsichiatria, dove a volte il paziente fa fatica a prendere la penna in mano o ad alzarsi dal letto, è qualcosa di importantissimo. Di conseguenza — aggiunge —, percepire che la poesia e, in seguito, il lavoro realizzato avessero in loro risvegliato un interesse autentico, tenendo accesa la fiamma della vita, non è da poco».

Rime della luce e il cinema d’animazione in generale possono, così, diventare cura. Tuttavia non cura in senso stretto; questo punto Irene Tedeschi tiene del resto a precisarlo: «Ciò che Avisco fa all’interno del reparto di Neuropsichiatria e in tutti gli altri (in riferimento ai reparti di chirurgia, ortopedia, pediatria e oncologia in cui solitamente si agiva, ci si augura di tornarvi il più presto possibile) non è un percorso terapeutico; non è arte terapia, anche perché noi non siamo operatori sanitari. Attraverso le attività — dichiara — cerchiamo, più che altro, di “curare” la relazione e di lasciare spazio all’individualità, alla personalità e all’identità dei giovani. Quando ci rapportiamo con loro, ci rapportiamo coi ragazzi, non coi malati e ciò gli permette di sentirsi liberi. Anche liberi, s’intende, di autodeterminarsi, scegliendo di non aderire alla produzione del corto o di abbandonarla: è una delle pochissime cose che possono decidere all’interno del reparto e, proprio per questo, risulta fondamentale». L’associazione Avisco — al momento sta portando avanti una seconda produzione nel reparto di Neuropsichiatria, sul tema della primavera — da oltre trent’anni, pertanto, semina granelli di luce («C’è pure da dire che molti ex pazienti — rende noto Tedeschi —, una volta fuori pericolo, sono venuti a trovarci in sede e hanno continuato ad interessarsi al cinema d’animazione»). Lo fa, tramite progetti e iniziative atti a promuovere la ricerca sul linguaggio cinematografico e le nuove tecnologie, non solo negli ospedali, ma anche nelle scuole — da cui originariamente prende avvio —, nelle biblioteche, nei musei e in tanti altri contesti socio-educativi, collaborando con cooperative che si occupano di disabilità e con realtà di frontiera, periferiche. Nella specie, col decennale e pluripremiato «Cartoni animati in Corsia» — ribattezzato, al tempo della pandemia, «CicinTouch» — offre ai giovani fragili (ogni anno, dal 2012, coinvolti 100 pazienti dei reparti pediatrici e all’incirca 80 i corti prodotti) la possibilità di superare i “limiti” della malattia e dell’ospedalizzazione. Sono tutti questi strumenti di inclusione, socializzazione ed espressione che, grazie al potere immaginifico del cinema, possono trasportare i “pulcini” di Cappello in mondi nuovi e senza pregiudizi, in universi fatti principalmente di luce.

di Enrica Riera