«Non mi piace chi
non dorme, dice Dio»

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15 giugno 2021

«Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva» (Mc 4, 34). Tra i misteri della vita di Cristo c’è un fatto che, a ben vedere, è sorprendente. Dio si incarna per realizzare la redenzione dell’intera umanità e liberarla dalla paura e dal peccato e tuttavia, pur avendo questa immensa missione da realizzare, trascorre circa un terzo della sua vita terrena dormendo, come ogni altro uomo. E il suo sonno viene descritto dal Vangelo di Marco in modo molto realistico: il Maestro, stanco per le lunghe giornate di predicazione e spostamenti a piedi, sembra letteralmente crollare dal sonno, tanto da non accorgersi della tempesta che travolge la barca che lo sta trasportando attraverso il mare di Galilea.

Esiste un sonno buono, profondamente umano. «Non mi piace chi non dorme, dice Dio», canta Charles Péguy, che definisce il sonno «l’amico di Dio» e fa dire al Creatore: «Il sonno è forse la mia più bella creatura». Esiste una sapienza che deriva soltanto dall’abbandonarsi come bambini nelle braccia paterne di Dio. Ma io non sono più un bambino! — protesta il vecchio che ognuno di noi porta dentro di sé. Sicuramente Dio non ci vuole incoscienti o immaturi, ma neppure possiamo sentirci addosso la responsabilità della salvezza della Chiesa e del mondo. L’opera di Dio si realizza con ritmi e tempi che non sono sotto il controllo di ognuno di noi: «Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4, 27).

Ma esiste anche un sonno cattivo, che è un miscuglio di paura, pigrizia, distrazione e superficialità, un torpore che rende sordi alle chiamate di Dio. «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?» (Mc 14, 37). Il dono di sapersi abbandonare nelle braccia paterne di Dio non esime dalla lotta contro il sonno cattivo, che è un’esigenza ineludibile della vita cristiana. Gesù non promette un tempo di bonaccia e di calma piatta e per questo rivolge un invito a ognuno di noi: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mc 14, 37-38).

Gesù non ci lascia soli nella nostra debolezza e ci invita a rivolgere al Padre la richiesta di «non abbandonarci alla tentazione» (Mt 6, 13). È questo che in realtà temiamo nel profondo del nostro cuore: essere soli e non sentire la vicinanza di Dio nelle tempeste delle nostre giornate, nelle tensioni che respiriamo sul lavoro e in casa, nelle faticose relazioni che spesso ci troviamo a vivere. È il momento di gridare nella nostra preghiera: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4, 38). A questa invocazione accorata faceva riferimento Papa Francesco nell’indimenticabile preghiera per la pandemia, nel marzo del 2020, incoraggiandoci a «guardare a tanti compagni di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita (…). Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca».

Possiamo lasciar riposare nel Signore ogni nostra paura. E nelle nostre giornate spesso così piene di scadenze e di stanchezze, abbiamo proprio bisogno di momenti di preghiera, cioè di riposo in Dio. Perché, per dirla ancora con Péguy, «chi dorme ha il cuore puro. / È il grande segreto per essere instancabili come un bambino».

di Carlo De Marchi