«21» di Adele ed «El Camino» dei Black Keys

Semplici e (per questo) buoni

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01 giugno 2021

Che l’amore sia il motore della creatività artistica è cosa arcinota, soprattutto quando una cocente delusione viene sublimata nell’espressione consolatoria dell’arte. Ma può anche accadere che la fine di un fidanzamento renda l’interessato arcimiliardario. Prima che qualcuno cominci a pensare di interrompere la propria storia per risolvere definitivamente i problemi economici, bisogna sottolineare che l’evento è più unico che raro, anche se, in effetti, Adele, la musicista britannica, ha tratto proprio dall’abbandono subito il “materiale” per comporre 21, il disco del 2011 che l’ha portata alla ribalta mondiale, garantendogli successo e ricchezza.

21, che nel titolo richiama la giovanissima età dell’artista al momento della pubblicazione (il lavoro precedente era intitolato 19 e quello successivo 25) è stato indubbiamente il disco di maggiore successo uscito 10 anni fa. Nel Regno Unito è tuttora l’album più venduto dall’inizio del secolo, ha vinto una valanga di premi, soggiornando per anni nelle classifiche specializzate di tutto il mondo. Resta da capire come abbia fatto una ragazza poco più che ventenne e fino ad allora semisconosciuta a conquistare il mercato della musica pop in maniera cosi clamorosa. In effetti, 21 è un disco a suo modo molto raffinato, ma per niente sofisticato. A partire dalla sua copertina, realizzata in un bianco e nero davvero minimal. Allo stesso modo le canzoni sono tutte molto semplici, tutte dotate di un arrangiamento molto scarno. Alcune, come la celeberrima Someone Like You — in cui la musicista immagina di incontrare il suo ex fidanzato, fonte originaria della sua ricchezza, felicemente sposato e circondato da una banda di marmocchi — sono proposte nel classico formato della ballata piano e voce. Scarne e senza fronzoli, ma con un grande forza espressiva. E probabilmente proprio nella loro essenzialità sta il segreto del successo riscosso dalle canzoni di 21. Dopo anni di arrangiamenti roboanti e di un uso a dir poco invasivo dell’elettronica, il pubblico, all’inizio della seconda decade del xxi secolo, era pronto ad accogliere una giovane proposta musicale basata solo sulla forza comunicativa della musica.

E in fondo la semplicità, il recupero di un passato molto poco appariscente, è anche il marchio dell’altro disco che ha segnato il 2011: El Camino dei Black Keys. Il duo originario dell’Ohio, dopo una vita trascorsa a incidere nel garage di casa con un semplice registratore ad otto piste, con questo album giunse alla notorietà internazionale, aggiudicandosi anche un Grammy. Ma a differenza del disco di Adele, ne El Camino non c’è spazio per le ballate pop, ma c’è il recupero di certe sonorità elettriche, tipicamente blues. Come nel disco di Adele, tuttavia, anche qui non c’è spazio per alcun artifizio. La ricerca è quella di una radicalità assoluta. Come si evince anche dal video, davvero imperdibile, del primo singolo, Lonely Boy. Niente star o limousine, ma solo un attempato portiere nero di un polveroso motel scatenato in un’esilarante danza. El Camino contiene alcune piccole perle come Little Black Submarines (anche questa una storia di amore perduto) che riecheggiano le gloriose sonorità del folk-blues degli anni Settanta. Niente di nuovo, dunque, ma l’ennesima dimostrazione che la semplicità è sempre la strada migliore. Nella musica, come nella vita.

di Giuseppe Fiorentino