Intervista con monsignor Erio Castellucci, nuovo vicepresidente della Cei

L’avvio di un cammino sinodale nell’orizzonte dell’essenzialità

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31 maggio 2021

«L’assemblea ha dato l’avvio al cammino sinodale con la messa a fuoco del tema e la presentazione di una possibile road map, una carta di intenti. Tutto questo è stato consegnato ai vescovi che si sono divisi in venti gruppi in modo che ci fosse la possibilità di parlare ampiamente e così è stato».

Così spiega l’arcivescovo-abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, monsignor Erio Castellucci, da poco nominato vicepresidente per l’Italia settentrionale della Conferenza episcopale italiana, quello che è avvenuto nell’ultima assemblea della Cei. In particolare «l’asse di queste conversazioni, come già nel recente passato, è stato totalmente puntato sull’evangelizzazione, ma questa volta tutto è stato filtrato attraverso l’esperienza della pandemia che ha causato tanti drammi e tante sofferenze, ma ha svolto anche una funzione di “svelamento”, ha fatto emergere la necessità di recuperare una pastorale essenziale. E quindi di rendere questo della sinodalità non un evento a sé, ma uno stile permanente di Chiesa».

Da qui la scelta di parlare non tanto di “sinodo” ma di “cammino sinodale”...

Esattamente. Il Papa ne aveva parlato già nell’incontro con l’Azione cattolica. Organizzare un sinodo in fondo sarebbe abbastanza facile: si nominano dei delegati, si dà un ordine del giorno, si tiene qualche assemblea... Invece il cammino sinodale è una questione più complessa. Anche perché si devono incrociare i due movimenti, dall’alto, dal basso... Il primo fa riferimento all’esperienza di Firenze quando nel 2015 ci fu l’incontro di Francesco con la Chiesa italiana. In quell’esperienza si trova già il materiale elaborato per una sorta di magistero italiano con tutti i contenuti. Adesso si tratta di procedere “dal basso”, il Pontefice ha molto insistito su questo: operare cioè una vera e propria consultazione del popolo di Dio, questa è la sfida.

Che s’intende per cammino sinodale dal basso?

Significa rendere capillare la sinodalità, far parlare tutti quelli che lo desiderano, dare delle opportunità a tutti creando dei luoghi e dei tempi di ascolto. Questo è importante: tutti noi vescovi pensiamo che almeno il primo anno dovrà essere un anno di ascolto profondo. Soprattutto dopo questo anno e mezzo di grande sofferenza dovuta alla pandemia, sofferenze spesso compresse, pensiamo a ciò che hanno vissuto gli adolescenti e i giovani. Ecco, penso che avviare un percorso dal basso significa darsi gli strumenti e cominciare ad attivarli a partire dall’autunno, mirando soprattutto ad un ascolto profondo della gente, sperando che non si arrivi solo ai praticanti. Certamente le comunità, in primis le parrocchie, dovranno essere delle cinghie di trasmissione e punti di raccolta molto importanti perché attraverso le nostre comunità vorremmo arrivare anche là dove di solito non si arriva, per ascoltare nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle scuole... Pian piano si tratterà di fare incontrare questi due movimenti, dal basso e dall’alto. In fondo siamo tutti preoccupati di dare una forma nuova all’annuncio del Vangelo, che è l’intento che ormai quasi sessant’anni fa Papa Giovanni xxiii diede al concilio che convocò per mettere a contatto le energie vivificatrici del Vangelo con il mondo contemporaneo.

Ci si è concentrati su tre aspetti: il kerygma, la centralità della parola di Dio e la vita spirituale; quale è stata la riflessione?

Questi tre sono punti fortemente approfonditi e rilanciati dal Pontefice nella Evangelii gaudium e in seno all’assemblea è sorta la necessità di riprendere in mano questa esortazione di otto anni fa che è il pilastro centrale della predicazione di Papa Francesco. Proprio sulla base di questo testo il Papa aveva chiesto al convegno di Firenze di avviare un cammino sinodale partendo dal basso. L’Evangelii gaudium non ha perso nulla della sua forza; mentre altri documenti in qualche modo sono stati “superati” dall’avvento della pandemia questa esortazione oggi la si può leggere tranquillamente e non c’è neanche una pagina fuori tempo proprio perché punta su questi aspetti e si concentra sul tema della relazione e quindi sulla fraternità (parla addirittura di “mistica della fraternità”).

Qualcuno ha parlato della necessità di una “cura dimagrante”. In che senso?

Si è parlato delle “strutture”, ma non solo intese come le strutture materiali, immobiliari (che ormai sono non più sostenibili), ma anche quelle pastorali e spirituali. Una cura dimagrante è necessaria e passerà anche attraverso scelte impopolari ma porterà al recupero di una snellezza e di una leggerezza scaturite dall’aver rimesso l’annuncio del Vangelo al primo posto. E con esso anche la centralità delle relazioni, tessuto vitale del popolo di Dio. Soprattutto in un periodo come questo segnato dall’urto lacerante, devastante della pandemia. Si è rilevato ancora di più che rischiamo di essere una Chiesa un po’ seduta. C’è invece più bisogno che mai di maggiore profezia e questo non può realizzarsi mantenendo tutta la carovana di ciò che esiste, bisogna fare delle scelte, bisogna probabilmente dotarsi di zaini, piuttosto che di carovane, e così diventare tra l’altro anche più credibili.

Come dice Nicolò Fabi nella canzone “Vince chi molla”: «Lascio andare le valigie / I mobili antichi / Tutti i miei attaccamenti / I diplomi appesi in salotto / Per ogni tipo di viaggio / Meglio avere un bagaglio leggero». È così anche per la Chiesa: bagaglio leggero?

Sì. Tutto questo vorrà incidere anche nelle forme esteriori. Forse sono aspetti se si vuole un po’ folkloristici come le vesti, i titoli, le pomposità che ci portiamo dietro ma che non sono più reali, non hanno riscontro reale perché poi la vita quotidiana delle nostre realtà è fatta di carità, di attenzione, di visite alle persone, di accoglienza, di catechesi, di accompagnamento spirituale. Chi magari non fa un’esperienza viva di Chiesa finisce per avere un’idea della Chiesa legata a questa alleanza con il potere che è un’eredità pesante che ci portiamo dietro ma non corrisponde alla realtà. Allora fare una cura dimagrante vorrebbe dire proprio far corrispondere l’apparenza alla realtà. Il nostro è un caso particolare, nel senso che di solito si cerca di apparire meglio di come si è, noi invece facciamo il contrario. Se ne accorge chi vive la vita di una comunità cristiana, si rende conto che con tutti i difetti che naturalmente ci sono (gelosie, invidie e tutto quello che si vuole) però al centro della nostra vita c’è ben altro, c’è, ad esempio, l’attenzione per chi è più fragile.

È prevista una consultazione della “base”?

È un passaggio fondamentale. La consultazione del popolo di Dio sarà a partire dalle esperienze concrete e qui c’è un dato che è venuto fuori specialmente nella relazione del cardinale presidente che ha ricordato come Papa Francesco sia interessato a rimettere in primo piano il sensus fidei del popolo fedele di Dio che è una categoria primariamente teologica non sociologica. L’esperienza di fede che coinvolge anche la carità che ciascun battezzato vive è quell’intuito infallibile di cui parla Papa Francesco nella Evangelii gaudium per cui il popolo di Dio è infallibile nel credere come già affermava la Lumen gentium al punto 12. Si intercetta questo sensus fidei non attraverso le indagini sociologiche che ti mettono in evidenza gli aspetti esteriori (quanti sono i praticanti, i non praticanti...) ma attraverso un ascolto profondo di esperienze di sofferenza, di gioia, di fatti di carità, di prassi di preghiera... Dobbiamo riuscire a intercettare tutto questo dotandoci di strumenti adeguati. E allora credo che veramente il sinodo potrebbe diventare un’esperienza di crescita.

Questo investirà anche una riflessione sulla parrocchia che da secoli è più o meno rimasta uguale?

C’è senz’altro la necessità di un ripensamento della parrocchia da vari punti di vista, penso al calo numerico dei presbiteri in atto e sicuramente anche in futuro. Ciò rappresenta la molla di un ripensamento anche per le strutture parrocchiali, per esempio di accorpamenti e di forme di collaborazione più stretta, di guide o punti di riferimento ministeriali in parrocchie che non siano necessariamente il parroco. Ma investe anche il ruolo dei catechisti che adesso il Papa ha voluto rilanciare, dei lettori, degli accoliti e dei diaconi. Tutto il tema della ministerialità è coinvolto in questo processo. Abbiamo anche qui dei punti di riferimento e il primo è dalla Evangelii gaudium, numero 28, dove il Papa dice che la parrocchia è sempre valida purché sia missionaria. Un altro punto di riferimento è il documento del 2004 dei vescovi italiani sulla parrocchia come comunità missionaria, un bel testo che ha ancora oggi tutta la sua validità. Anche per la parrocchia auspico una cura dimagrante, perché oggi si accumulano su di essa tante attività che magari sono anche giuste, ma non necessariamente devono essere dentro l’agenda pastorale della parrocchia, e soprattutto del parroco, ma possono essere espressione di parti della comunità. Questo crea un cumulo burocratico e amministrativo che si fa via via sempre più complesso. Faccio qualche esempio: le leggi sulla privacy che cosa comportano oggi anche solo per fare un’uscita con dei ragazzi, la gestione ordinaria di una parrocchia che ha qualche struttura, la canonica, un campo sportivo, una scuola materna, una struttura per anziani... Ecco che le parrocchie diventano veramente delle aziende e allora ci occorre anche un supporto giuridico e non solo canonico perché ci sia una vera corresponsabilità. Tutto questo non può essere un peso, dipendere tutto dal parroco, è il momento di valorizzare le competenze di tanti laici.

Viene da pensare che quando il Papa ha indetto il sinodo per l’Amazzonia non era una sua “stravaganza”, ma proprio l’intuizione che andando a parlare di quella periferia si stava parlando anche del centro della Chiesa cattolica.

Non solo del centro ma anche del presente e del suo futuro. Fino a poco tempo fa guardavamo a queste situazioni lontane come se fossero grosso modo il nostro passato, quando anche noi eravamo un po’ “primitivi”, con poche strutture. Adesso invece le guardiamo e ci vediamo il nostro futuro perché anche se certamente non sarà nel giro di qualche anno, la realtà di comunità sparse che non hanno la cura personale stabile di un presbitero è qualcosa che presto riguarderà anche il nostro continente. Ecco che leggerezza e snellezza diventeranno non un’opzione ma una necessità. Magari non assumeremo mai la conformazione del villaggio da raggiungere in canoa, però spiritualmente dovremo prepararci ad una trasmissione della fede più snella, davvero missionaria.

Si è parlato del “noi ecclesiale”. Se un tema diventa una questione vuol dire che è entrato in crisi. Ma qui la crisi prima ancora che ecclesiale appare sociale. È la società a vedere il primato dell’io sul noi. Pensiamo alla politica che implode nel momento in cui questo avviene. Nel mondo occidentale emerge il trionfo dell’individualismo che poi diventa indifferenza e cinico egoismo. Anche di questo se n’è parlato in assemblea?

In effetti quando ci si concentra su una categoria vuol dire che essa sta vivendo una crisi. D’altra parte l’ecclesiologia è nata in un momento in cui la Chiesa era fortemente in crisi, intorno al 1300. Proprio in quel periodo nacque una scienza teologica chiamata de ecclesia, che prima non c’era. Così oggi vogliamo parlare del “noi ecclesiale”, il che è sintomo di un forte individualismo anche dentro la Chiesa. C’è un’espressione che dice “tot capita, tot sententiae” a indicare l’estrema varietà del pensiero umano per cui è difficile mettere d’accordo le persone. È un fatto positivo da una parte, ci segnala l’assenza del pensiero unico. Succede però che a volte c’è una caparbietà che porta a non lasciarsi mai mettere in discussione né tantomeno integrare ma porta solo a convincere l’altro. Ecco questo è il sintomo proprio che manca un vero “noi ecclesiale”. Anche qui ci può aiutare il pensare all’origine, non per una rievocazione nostalgica, ma per una ispirazione rinnovata. Andiamo all’origine, a quanto viene raccontato dagli Atti degli Apostoli, ne ha parlato il cardinale Bassetti nella sua relazione introduttiva parlando delle quattro “assiduità”: i fratelli erano “assidui”, dice il secondo capitolo, nell’ascoltare la predicazione degli apostoli, nella frazione del pane, nelle preghiere e nella vita di comunione. Questo è tutto. In questo legame si tiene tutto il resto. Papa Francesco vuole intraprendere un percorso sinodale per far emergere questo dato originario, essenziale. Non sarà facile: uno dei timori emersi costantemente in quasi tutti i gruppi è che il cammino sinodale diventi un cammino parlamentare o addirittura un cammino sindacale. Secondo me questi mesi saranno fondamentali per dotarsi di strumenti che agevolino il confronto e non favoriscano la divisione o la rivendicazione dei propri spazi. E sarà cruciale in questo primo anno armonizzarsi con il Sinodo dei vescovi che inizia nell’ottobre del 2021 e terminerà nell’autunno del 2023 e, come è noto, ha scelto proprio come tema la sinodalità e come metodo la consultazione sinodale di tutto il popolo di Dio. Questo non è un ostacolo per il nostro cammino, ma anzi “un treno” da prendere al volo. Ripeto: non sarà facile. A fianco del quadro ideale di Atti degli apostoli 2, dobbiamo anche leggere le lettere di Paolo che parlano di gelosie, invidie, divisioni, corruzione...

Della realtà originaria della Chiesa raccontata da Atti 2 ha parlato su queste pagine Pier Giorgio Gawronski chiedendosi se le Chiese oggi si stanno svuotando forse proprio perché non si trovano più quelle quattro “assiduità” di cui parla il cardinale Bassetti. Ne è nata una lunga serie di riflessioni (raccolte nella rubrica settimanale «Sabato italiano») con interventi molto interessanti come quello di Lucio Brunelli, il quale sostiene che il problema non sono le chiese vuote ma il fatto che quando erano piene per decenni il messaggio era non quello appunto dell’ascolto, ma dell’impartire delle lezioni dall’alto e alla fine anche se sembrava che la comunità fosse solida, in realtà tutto si stava già disfacendo all’interno.

Sì, credo che specialmente un anno, fa quando c’è stato il lockdown, si sia veramente svelata una situazione che probabilmente in tempi “normali” veniva coperta; abbiamo visto persone anche insospettabili impazzire perché non c’era la messa e cominciare a insultare tutto e tutti, oppure il contrario quando poi si riapriva: allora partivano gli altri a insultare dicendo che bisognava tenerle ancora chiuse. Senza considerare che alla fine il grande e unico criterio di relazione, quello che fa passare dall’io al noi, è la carità, non è il prendere la comunione ma vivere la koinonia veramente. Forse qualcosa di essenziale mancava. Anch’io credo allora che questa crisi sia in realtà un’opportunità. D’altra parte non si cresce mai senza crisi, le grandi idee, le grandi intuizioni passano attraverso delle crisi e ha ragione il Papa a chiederci di trasformare la crisi in opportunità. La strada è quella di recuperare l’essenziale, una parola che è venuto fuori in tutti i gruppi. L’essenziale è tornare agli “ingredienti” della Chiesa delle origini che naturalmente vanno sempre aggiornati, ma possibilmente non appesantiti.

di Andrea Monda