Centenario dantesco
DANTE E I PAPI
Papa Francesco e il «salvamento dell’umano genere»

Un percorso per essere felici

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28 maggio 2021

Il viaggio nel dantismo papale è cominciato nel nome di Papa Francesco e nel suo nome si chiude. La riflessione ha preso l’avvio dalla parola chiave pastore, accostata da Dante al «novo e ‘l vecchio Testamento» (Paradiso v , 76) per indicare la salvezza del cristiano, e da Papa Francesco, nella Messa crismale del 28 marzo 2013 «Questo io vi chiedo: siate pastori con l’odore delle pecore (…) pastori in mezzo al proprio gregge» e pescatori di uomini, per indicare al clero di Roma la via da seguire. Successivamente le riflessioni sul dantismo papale hanno posto l’accento sull’“idea di Chiesa” messa in atto da quei Papi che tradussero il culto di Dante nella loro concreta missione di pastori del gregge di Cristo.

L’analisi delle vicende della storia ha evidenziato che il dantismo papale moderno si è manifestato soprattutto con la fine della potestas directa in temporalibus (anno 1870), poiché quell’evento permise di recuperare, nella sua interezza, il valore altamente profetico dell’ortodossia di Dante, presente in tutta l’opera, e, in particolare, nella Commedia. Codesta considerazione, tuttavia, benché innegabile, risulta insufficiente o addirittura riduttiva, se si considera il dantismo dei Papi Enea Silvio Piccolomini e Fabio Chigi, nel quindicesimo secolo il primo e nel diciassettesimo il secondo, Alessandro vii , quando nessuna ideologia o teologia avrebbe potuto minimamente scalfire il primato petrino. Conseguentemente occorre scavare più a fondo nella trilogia dantesca che riguarda il papato degli ultimi 150 anni e che si struttura, come un grattacielo che sale verso l’alto, attraverso la lettera enciclica In Praeclara Summorum di Benedetto xv , la lettera apostolica Altissimi Cantus di Papa Montini e la lettera apostolica Candor Lucis Aeternae di Papa Francesco.

Nella nostra contemporaneità, in cui i progressi della filologia ci hanno permesso di avvicinarci il più possibile alla teologia dantesca, riusciamo a percepire una delle cause che legarono Pio ii e i suoi successori a Dante e che si potrebbe sintetizzare così: affinché si realizzi il “salvamento”, la conversione dell’umano genere, il removere viventes in hac vita de statu miseriae (Epistola xiii , xv , 39) la dimensione estetica, che teologicamente si esprime nella Commedia, può diventare l’elemento mediatore, la comunicazione efficace e possibile, tra il dogma (Tommaso d’Aquino) e le opere (Francesco d’Assisi). Codesta premessa ci introduce al dantismo papale contemporaneo, senza abolirne, anzi esaltandole, le fondamentali radici storiche. Si considerino i titoli dei tre documenti: In Praeclara Summorum litterarum artiumque (Nell’illustre schiera dei Sommi Autori delle lettere e delle arti), Altissimi cantus [domini] septimo exeunte saeculo a Dantis Aligherii ortu (Il signore dell’altissimo canto: Dante Alighieri), Candor lucis aeternae (Splendore della luce eterna): è possibile individuare il filo conduttore che lega tra loro le lettere papali , ma anche le differenze che segnano il dantismo di Papa Francesco.

Benedetto xv , il primo Papa della modernità che dedichi un’enciclica a Dante, lo inserisce nella “illustre schiera” che riguarda certo gli artisti, ma anche i santi a cui dedica encicliche commemorative (san Bonifacio, In hac tanta, 14 maggio 1919; san Girolamo, Spiritus Paraclitus, 15 settembre 1920; sant’Efrem, Principi apostolorum Petro, 5 ottobre 1920; san Francesco, Sacra propediem, 6 gennaio 1921; Dante, 30 aprile 1921; san Domenico di Guzman, Fausto appetente die, 29 giugno 1921), riconoscendo così «alla Chiesa, che gli fu madre, il diritto di chiamare suo l’Alighieri». Paolo vi , erede di questo messaggio e, al contempo, voce suprema del concilio Vaticano ii e della sua apertura alla laicità cristiana, definisce Dante il Signore dell’altissimo canto, usando le parole dantesche riferite a Omero: «Così vidi adunar la bella scola / di quel segnor de l’altissimo canto / che sovra li altri com’aquila vola» (Inferno iv , 94-96).

Il parallelismo tra Dante e Omero circoscrive perfettamente l’umanesimo cristiano dantesco, individuando nella Commedia la sintesi perfetta della tradizione greco-romana con quella ebraico-cristiana, un secolare procedimento, iniziatosi con la Vulgata di san Girolamo, il quale, in una lettera a Eustochio ( xxii , 30), aveva narrato il rimprovero del Cristo, in sogno, di essere “ciceroniano, non cristiano”, un procedimento conclusosi con Dante: «Quanto alla civiltà classica, Dante è d’avviso che essa fosse come preparazione provvida al cristianesimo, e che spesso di questo offrisse preannunzi e allegorie, ben diversamente che nel Rinascimento o almeno in una corrente che lo distingue, dove i valori umani sono considerati indipendentemente da Dio e l’umanesimo si fa paganeggiante e pelagiano» (Altissimi canus, 30), un habitus poetico, morale e teologico che può essere definito con le parole del cardinale Silvio Antoniano (1540-1603), riferite all’ingente raccolta libraria, da lui donata alla Congregazione dell’Oratorio di san Filippo Neri: Del congiungere le gemme de’ Gentili con la sapientia de’ Christiani.

La lettera apostolica di Papa Francesco sceglie per l’incipit e per il titolo il tema del candore, della bianchezza abbagliante della luce eterna, che deriva da Sapienza 7, 26, ripresa da Dante in Convivio, iii , xv , 5: «Essa è candore de la etterna luce e specchio senza macula de la maestà di Dio». Una scelta particolarmente notevole, considerando il ruolo della luce nella Commedia, ma anche perché vi avvertiamo un richiamo alla Lumen gentium di Paolo vi : «L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso è quella della Lumen gentium al numero 12. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo» (intervista a Papa Francesco, «La Civiltà Cattolica», 19 settembre 2013). La luce è il filo conduttore della Commedia: le immagini visive, sia in senso proprio che metaforico, riguardanti la presenza o l’assenza della luce, rappresentano per Dante il mezzo più adatto per esprimere il grado di perfezione degli Esseri spirituali. L’inferno è privo di luce perché è privo di Dio, il purgatorio è caratterizzato dalla luce del sole, simbolo di Dio, nel paradiso la luce esprime la struttura stessa del “deiforme regno”. In Convivio, iii , xii , 7, nel solco di Tommaso, secondo cui Dio ci “illumina”, in quanto ci dona l’intelligenza, Dante afferma: «Dio prima sé con luce intellettuale allumina, e poi le [creature] celestiali e l’altre intelligibili» ma nella Commedia, Dante va oltre perché la metafora tomistica, relativa al campo gnoseologico, si allarga a quello ontologico, cioè metafisico: la creazione è “irradiazione” e grado di perfezione delle creature immerse nella luce divina. Pertanto nel descrivere l’Empireo, nel canto xxxiii , il canto della visio Domini, la parola chiave luce per cinque volte è riferita a Dio: «lo raggio / de l’alta luce che da se’ è vera», v.54, «O somma luce che tanto ti levi / da’ concetti mortali», vv.67-68, «Oh abbondante grazia ond’io presunsi / ficcar lo viso per la luce etterna, / tanto che la veduta vi consunsi!», vv. 82-84, «A quella luce cotal si diventa», v. 100, «O luce etterna che sola in te sidi, / sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi!», vv. 124-126. Per il poeta si tratta di «luce intellettual piena d’amore» (Paradiso xxx , 39-40), perché in Dio il «caldo disìo e l’«etterna luce» sono la stessa cosa.

Codesta concezione, così viva e umana, si manifesta nel dantismo di Papa Francesco, di cui è necessario citare i documenti di riferimento: Lettera Enciclica Lumen Fidei (29 giugno 2013), Messaggio al presidente del Pontificio Consiglio della cultura in occasione della celebrazione del 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri (4 maggio 2015), Discorso rivolto alla Delegazione dell’arcidiocesi di Ravenna-Cervia, in occasione dell’apertura dell’anno dantesco (10 ottobre 2020), lettera apostolica Candor lucis aeternae (25 marzo 2021).

Fin dalla lettera enciclica Lumen Fidei, citando i versi di Paradiso, xxiv , 145-147, il Papa afferma «La fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre» (Lumen Fidei, 4). E, più avanti, «la fede trasforma la persona intera, appunto in quanto essa si apre all’amore: è in questo intreccio della fede con l’amore che si comprende la forma di conoscenza propria della fede, la sua forza di convinzione, la sua capacità di illuminare i nostri passi. La fede conosce in quanto è legata all’amore, in quanto l’amore stesso porta una luce» (Lumen Fidei, 26), affermazioni che sembrano riecheggiare i versi: «Onde, se il mio disir dee aver fine / in questo miro e angelico templo / che solo amore e luce ha per confine / udir conviemmi ancor…» (Paradiso xxviii , 52-55) e che evidenziano un altro tema centrale della teologia di Papa Francesco: il desiderio, presente già nelle Reflexiones espirituales sobre la vida apostolica del 1987 (cfr. Cambiamo!, prefazione di Antonio Spadaro, Milano 2020). Codeste riflessioni ci permettono di ricondurre il dantismo di Papa Francesco alle fonti della spiritualità ignaziana e, nello stesso tempo, come è accaduto per gli altri Papi cultori di Dante che lo hanno preceduto, di evidenziare le urgenze del momento storico in cui si dispiega il suo pontificato. Proprio nel nostro tempo, della crisi e dell’inquietudine, è necessario aprirsi, con discernimento, al desiderio di Dio: «Sant’Ignazio dice che si può aiutare il prossimo desiderando davanti a Dio nostro Signore (…) I nostri desideri possono risultare illusioni, ma anche rivelazioni. Rivelazioni su quanto Dio vuole che gli chiediamo perché ce l’ha già concesso. Allora il contenuto dei nostri desideri si trasforma in simboli. I nostri desideri forgiano simboli, perché i simboli, così come i desideri, celano realtà mentre al tempo stesso le promettono (Cambiamo!, p.83). Conseguentemente Dante è profeta di speranza e cantore del desiderio umano (Candor lucis aeternae, 3-4) proprio perché «sa scorgere una scintilla di desiderio per raggiungere una qualche felicità, una pienezza di vita».

Già nel Discorso alla Delegazione dell’Arcidiocesi di Ravenna-Cervia Papa Francesco aveva posto l’accento sull’umanità del poeta. «Dante ci invita ancora una volta a ritrovare il senso perduto o offuscato del nostro percorso umano» poiché «l’esilio è stato talmente significativo, da diventare una chiave di interpretazione non solo della sua vita, ma del “viaggio” di ogni uomo e donna nella storia e oltre la storia». Lo ribadisce con forza nella Candor lucis aeternae (cap. 2) definendo la vita di Dante un paradigma della condizione umana: «Quando Dante descrive i pellegrini che si mettono in cammino per visitare i luoghi santi, in qualche modo rappresenta la sua condizione esistenziale e manifesta i suoi più intimi sentimenti». Si tratta di un’inquietudine, di una tensione del cuore verso Dio: «Il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte al ritmo di un cammino da compiere davanti a Dio. Bisogna cercare Dio per trovarlo e trovarlo per cercarlo ancora e sempre» (Omelia per la celebrazione del SS. Nome di Gesù, Chiesa del Gesù, 3 gennaio 2014). Non casualmente la lettera apostolica è stata promulgata il 25 marzo 2021: «Il mistero dell’Incarnazione, che oggi celebriamo, è il vero centro ispiratore e il nucleo essenziale di tutto il poema (…) L’umanità, nella sua concretezza (…) è assunta in Dio, nel quale trova la felicità vera e la realizzazione piena e ultima, meta di tutto il suo cammino» (Candor lucis aeternae, 6). Scegliamo il percorso che ci indica Dante per ritrovare la nostra Meta.

di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo