Nel capolavoro di Murillo

Un Francesco ritrovato

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
20 maggio 2021

«I suoi occhi sono come lanterne danzanti». Così Gustave Flaubert descrive all’amico Bouilhet nel 1851 la Madonna del latte, il capolavoro del pittore spagnolo Bartolomé Esteban Murillo. Detta anche Madonna zingara, come la definì lo storico Carl Justi nel 1892, l’opera di Murillo, dipinta tra il 1670 e il 1675, conservata alla Galleria Corsini di Roma, faceva parte della collezione del cardinale Neri Maria Corsini (1685-1770) che ne rimase così impressionato da scegliere di collocarla in un luogo intimo e privato del suo appartamento: la sala dell’alcova, proprio di fronte al letto. Ora, dopo oltre dieci mesi di restauro, il quadro torna a essere esposto a Palazzo Barberini, sede delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, dove rimarrà in mostra fino all’11 luglio.

Il restauro effettuato dal laboratorio del museo, diretto da Chiara Merucci, realizzato da Alessandra Percoco per la tela e da Vega Santodonato per la cornice, con la direzione scientifica di Alessandro Cosma non solo ha restituito leggibilità all’opera, ma ha regalato un’eccezionale scoperta. Una radiografia completa del dipinto ha permesso di individuare, al di sotto dell’attuale strato pittorico, un san Francesco inginocchiato in un paesaggio.

Il quadro è stato sottoposto per la prima volta a una serie di indagini diagnostiche: radiografia, riflettografia Ir, analisi multispettrali, fluorescenza a raggi x oltre che a un’accurata opera di pulitura per rimuovere le vernici ossidate e i vecchi ritocchi. Il risultato eclatante è stata la scoperta della figura del santo in preghiera, in fase avanzata di esecuzione, al di sotto della figura della Vergine. Questa prima stesura venne poi abbandonata dal pittore, che riutilizzò la tela dipingendo sopra il san Francesco senza ulteriori preparazioni e reimpiegandone addirittura alcune parti, come l’albero per le ombre del muro o le pieghe del saio per la veste di Maria. Alessandro Cosma, curatore delle Gallerie e responsabile dell’intervento sostiene che il riuso delle tele non sia una novità, «ma qui l’eccezionalità sta nell’impiego di parti appartenenti a una figura precedente riusate come base per il nuovo quadro, come le pieghe del saio del santo che formano il panneggio della gamba della Madonna». Per permettere anche al pubblico di vedere lo strato pittorico originario, l’opera sarà esposta insieme a una riproduzione a grandezza naturale della radiografia, che renderà possibile analizzare la prima stesura del san Francesco e riconoscerne i piccoli dettagli ancora visibili a occhio nudo nella Madonna del latte.

E bene ha fatto Murillo a coprire il san Francesco con questa splendida Madonna la cui forza espressiva è celebrata nel corso dell’Ottocento da numerosi viaggiatori che ricordano nei loro diari, nelle lettere e persino in articoli di giornale l’effetto suscitato dalla visione del dipinto i cui soggetti, Maria con il bambino sulle ginocchia, sono quanto mai vivi.

Le operazioni di pulitura dell’opera hanno esaltato anche particolari minuti e preziosi, dai piccoli boccioli della pianta dietro Maria ai delicati passaggi cromatici delle vesti e del cielo. Allo stesso tempo, le indagini scientifiche hanno permesso di conoscere meglio la tecnica del pittore e i pigmenti impiegati, come nel caso del manto blu di Maria: ancora brillante nelle parti in lapislazzulo e irrimediabilmente alterato dove Murillo ha impiegato il più economico “smaltino”.

di Anna Lisa Antonucci