LABORATORIO - DOPO LA PANDEMIA
La generazione persa in un tempo sospeso

A che serve
un nuovo telefono
senza la rubrica?

A guest takes a selfie with her smartphone during the Mercedes Benz Fashion Week in Madrid on April ...
17 aprile 2021

Ormai lo sappiamo: la pandemia che ci rallenta è anche quella che vertiginosamente ci accelera. Nello scenario che si apre Rete e globalizzazione sono destinate a identificarsi sempre di più. E mentre la nostra specie si mette in fila per il vaccino, si ritrova anche sotto aggiornamento tecnologico. Come se tutti assieme fossimo diventati un gigantesco telefonino.

Non è uno dei consueti update del progresso. Il dopo-covid, prima ancora di cominciare, porta già il marchio del passaggio d’epoca. Quello che sta per sopraggiungere, quasi per definizione, è un nuovo mondo. Ma questo brand si giustifica solo in parte con l’intensità del trauma globale. Il resto si deve alle retoriche dell’innovazione che hanno da tempo stabilito l’hardware culturale della cosiddetta ricostruzione: il salto digitale. Conosciamo i rischi che corriamo a causa di questo clamoroso switch over. Sappiamo che al carico di povertà, precarietà e ingiustizia scaturito dai lockdown, si aggiungeranno analoghi shock capaci di coinvolgere ceti finora ritenuti più al sicuro. Nuove diseguaglianze crescono all’ombra del tunnel di cui speriamo di intravedere la fine.

La buona notizia è che la consapevolezza non manca. Nessuno potrà dire che non sapevamo, non avevamo visto, non avevamo capito. Abbandonare al proprio destino i ceti sottoposti all’urto del cambiamento sarebbe non solo un fallimento morale, ma anche un enorme rischio per la tenuta dei nostri mondi sociali.

Quella cattiva, invece, è il modo ossessivamente binario con cui continuiamo a guardare il mondo dopo il covid. Da una parte avanza un paradigma economicista incapace di vedere i disagi sociali non riconducibili alla questione del reddito; dall’altra si mantiene alta un’attenzione spasmodica ai pur importanti disagi psicologici soggettivi causati dalla pandemia: bambini, giovani e anziani. Un po’ come se tra lo sprint dei nuovi modelli di produzione/consumo e la solidarietà ai più deboli, non ci fosse niente in mezzo.

È uno schema evidentemente zoppo, che ci impedisce di cogliere smottamenti forse meno visibili, ma altrettanto pericolosi per i nostri obiettivi di coesione sociale. Uno di questi è il diffondersi di una sottile e inedita forma di straniamento che sembra crescere nelle generazioni tra i cinquanta e i sessant’anni, uomini e donne in larga parte appartenenti a quello che fino a poco tempo fa chiamavamo il ceto medio riflessivo. Molti di loro, per esempio, non stanno drammaticamente impoverendo, ma vivono con insofferenza l’irrigidirsi di un modello di relazioni che sistematicamente smaterializza i luoghi di partecipazione sociale. Non è detto che provino nostalgia per il mondo di prima, ma ciò non significa che si sentano persuasi dagli apparati con cui il discorso dominante sta modellando la nostra idea del futuro. Anzi. Già delusi dall’erosione di senso del discorso politico e di quello dell’informazione, hanno il sospetto che l’ideologia dell’innovazione non sappia offrire vere risposte alle domande di socialità ed emancipazione rimaste inevase. Ai loro occhi, c’è troppa irrealtà in giro.

Intanto le pratiche sociali che li riguardano stanno rapidamente cambiando, a partire dal lavoro. Nel nuovo mondo l’algoritmizzazione forzata cambierà non solo gli strumenti, ma anche la natura di molte professioni; la diffusione di un modello smart continuerà a disarticolare le comunità e a rafforzare le scale gerarchiche, stabilizzando la percezione da parte del singolo di trovarsi in un meccanismo nel quale ciò che prima era un lavoro diventa una semplice funzione produttiva.

E allora: la velocità della mutazione e la “gara tra educazione e tecnologia” di cui parlano da Harvard Claudia Goldin e Larry Katz, avrà certo come inevitabile conseguenza l’aumento delle diseguaglianze sul mercato del lavoro (e sui salari). Ma le ricadute dell’accelerazione si vedranno anche sui comportamenti sociali di chi riuscirà a difendere le proprie attuali condizioni materiali. Perché nella posta in gioco sono a rischio anche le residue forme di appartenenza, i modelli di riconoscimento, la percezione del proprio sé in dialettica con lo spirito del proprio tempo. Il desiderio di stare nel mondo.

Ed è qui che la macchina ideologica dell’innovazione gioca il suo ruolo più ambiguo. Spingendo per un recupero il più rapido possibile della produttività, rischia di far sentire “invecchiate” di vent’anni (in pochi mesi) le generazioni prese in mezzo tra il prima e il dopo. Come se in tanti, nel pieno della maturità, si sentissero all’improvviso inattuali e fossero destinati a restarlo. Non solo per la presunta obsolescenza “produttiva” indotta dal cambiamento, ma a questo punto per un sentimento precoce di non-appartenenza al proprio presente. Da cui nasce inevitabilmente la tentazione della fuga.

Intendiamoci: tutto ci serve meno che una gara tra poveri e “alienati”. Ma per scongiurare questo rischio è sufficiente guardare alle generazioni tentate dal disimpegno non come una somma di tante singolarità, ma come un anello indispensabile alla trasmissione della memoria.

Questo è il punto decisivo. Perché quelle di cui stiamo parlando non sono generazioni qualsiasi, ma le ultime davanti al ventunesimo secolo ad aver avuto i nonni in guerra e i genitori cresciuti sulle macerie; le ultime a portare con sé una giovinezza e una maturità costruite sugli approcci cognitivi analogici; le ultime prima dell’inizio dei processi di ibridazione tra l’umano e la Rete; le ultime ad aver lambito, per usare le parole di Gunther Anders, un tempo in cui «c’erano le immagini nel mondo e non il mondo in immagini».

Sembrano motivi sufficienti a dimostrare la non residualità dei “presi in mezzo”. Eppure l’impressione è che il grande battage sull’avvenire tenda a considerarli di lato, come se non fossero portatori di pratiche ed esperienze invece indispensabili alla “cucitura” tra il passato e il futuro. È il frutto di un inquietante mainstream che canticchia il digitale come “sola igiene del mondo” e in questo modo tradisce l’intenzione di promuovere un’innovazione nonostante tutto. Soprattutto quando il ricambio tecno-generazionale non sembra affatto una reale apertura ai giovani; al contrario, somiglia molto più a un esorcismo per enfatizzare gli elementi di rottura a scapito di quelli in continuità, che invece potrebbero aiutarci a dare un ordine più razionale alla trasformazione del nostro rapporto con la realtà.

È la direzione opposta a quella riassunta nell’enunciato del Papa a proposito della pandemia sopraggiunta “in un mondo già malato”. Non era forse quella frase di Francesco un ponte tra le generazioni, tra i mali e le speranze di ieri e i pericoli e le aspettative di domani? Al contrario, stressare la connessione tra l’ultima generazione attiva del vecchio mondo e le prime generazioni del nuovo rischia di ottenere l’effetto contrario di ciò che all’unisono diciamo tutti di proporci. Perché nessuna innovazione è possibile se a promuoverla non è una società dove le generazioni continuano a comunicare. Tranne le innovazioni che ci peggiorano, naturalmente.

Che fare allora? Per accogliere istanze di questo genere serve l’affermazione di un altro punto di vista, che non escluda ex ante — come sta avvenendo — un’altra idea di ricostruzione. Un modello in cui, per esempio, ciò che vogliamo trattenere sia centrale almeno quanto ciò che dobbiamo modificare. Non serve andare lontano. È sufficiente fare la stessa cosa che facciamo ogni giorno con i nostri smartphone. Prima di aggiornarli non ci preoccupiamo forse di mettere al sicuro la memoria? Certo che lo facciamo, perché sappiamo che quel back up non salva uno scrigno di ricordi, ma fa funzionare tutta la faccenda: senza la mescolanza delle nuove funzioni con quella memoria, quasi tutte quelle applicazioni funzionerebbero a metà, zoppicando o per niente.

Sarebbe sbagliato trarne la conclusione che stiamo diventando più sciocchi delle nostre intelligenze artificiali portatili. Ma allora, dopo il trauma, bisogna ricominciare a pensare all’uomo dentro alla Storia, non solo davanti alla Tecnologia. Cominciando con l’attribuire valore a tutti quei paradigmi in grado di frenare una macchina che, sulla coda del virus, tende a identificare l’identità sociale della persona con la sua produttività. Si possono e debbono aprire spazi nel dibattito pubblico dove non solo sia consentito, ma promosso un discorso alternativo sull’uomo, senza che l’ineluttabilità dei cambiamenti faccia sentire irrilevante chiunque voglia esercitare il pensiero critico. Solo così si potranno alimentare tutte quelle culture e pratiche di gratuità, fratellanza, conoscenza aperta, prossimità e circolarità capaci di riaccendere la diversità e dunque l’impegno di chi inizia a vedere nella fuga l’unica soluzione alla perdita della sua anima civile.

Per tutti questi, c’è bisogno di sogni. E di un nuovo linguaggio capace di oltrepassare gli angusti confini del rimpiattino tra produzione e consumo. È possibile inventarli nelle attuali condizioni di infodemia permanente, dove la ricerca di senso è strangolata da una narrazione che sembra vedere solo i poveri e i ricchi? Chi lo sa. Potremmo però cominciare ponendoci una domanda: a cosa ci servirebbe un telefono cellulare che ad ogni aggiornamento cancella la rubrica?

di Marco Bracconi
Giornalista de «la Repubblica» è autore di «La Mutazione» (Bollati Boringhieri)