· Città del Vaticano ·

Non si placano a Minneapolis le proteste dopo l’uccisione di Daunte Wright

Terza notte di rivolta

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14 aprile 2021

Con gli ombrelli contro gas urticanti e lacrimogeni: l’assedio al comando di polizia di Brooklyn Center, sobborgo di Minneapolis dove lo scorso 11 aprile un altro afro-americano è rimasto ucciso durante un controllo di polizia, è andato avanti nella notte: la terza notte di rivolta per Minneapolis, con la gente in strada nonostante il coprifuoco e la Guardia Nazionale che stentava a contenere il riformarsi di gruppi di persone già disperse e procedeva agli arresti: almeno sessanta.

Una notte di protesta, per alcuni a mani alzate senza colpire, per altri nello sfogo della collera e nella violenza. Il recinto del comando di polizia, rafforzato nelle ultime ore e stretto sempre più da vicino da almeno un migliaio di persone, è stato l’epicentro delle manifestazioni. Oratori improvvisati si rivolgevano alla folla che alzava i cartelli con lo slogan «Black Lives Matter», “le vite dei neri contano”. Dalle immagini dei circuiti internazionali arrivavano volti bianchi, neri, asiatici mescolati nella protesta di strada: Brooklyn Center, costola di Minneapolis, sin dal 2000 è diventata infatti un vero specchio del melting pot statunitense, per la mescolanza delle provenienze dei suoi residenti fra i quali i bianchi sono solo il 30%. E nel 2018 aveva eletto il primo sindaco afroamericano, originario della Liberia — Mike Elliot — che disse di voler dare «l’opportunità alla grande diversità della nostra città di sedersi al tavolo».

Proprio Elliot aveva proposto martedì il licenziamento dell’agente Kimberly Potter che ha sparato il colpo mortale per il ventenne. Ma la donna — che sostiene di avere impugnato per sbaglio la pistola di servizio al posto del dispositivo taser — lo ha anticipato presentando le dimissioni: «Ho amato ogni momento della mia vita in polizia» ha scritto.

Il capo del dipartimento locale di polizia, e superiore della Potter, Tim Gannon, l’aveva subito imitata. La decisione, però, è stata interpretata come una mossa difensiva: se Potter fosse licenziata, al posto di dimettersi per scelta spontanea, non potrebbe più trovare lavoro nell’ambito della sicurezza. Per questo per lei è stato di nuovo invocato il licenziamento. La famiglia di Daunte Wright ne ha chiesto l’arresto: «Per noi sarebbe così» hanno detto. E la collera di strada non si è placata ma è proseguita per tutta la notte.

Il presidente Biden continua a dare segnali di distensione. Con la vicepresidente Kamala Harris ha incontrato un comitato trasversale di parlamentari afroamericani ed ha assicurato l’impegno dell’amministrazione «per cambiare realmente le cose» dopo quella che ha definito «l’orribile uccisione» del ventenne afroamericano. Sul tavolo il tema delle disparità nei diritti fondamentali fra cittadini statunitensi di colore e no, in materia di accesso all’istruzione, alle cure, alla casa ed anche alla giustizia. Tutte questioni che rimontano — hanno argomentato i rappresentanti del Congresso ricevuti dal presidente — all’irrisolto debito contratto con la tratta degli schiavi dall’Africa agli Stati Uniti. Proprio su questo argomento una commissione della Camera dei rappresentanti potrebbe, con un voto, inviare all’aula la legge sulle cosiddette «riparazioni» per i discendenti degli schiavi. Una legge presentata trent’anni fa ma che non è mai stata sottoposta a voto e tanto meno a dibattito. Potrebbe essere istituita una commissione d’inchiesta storica che dovrebbe, alla fine del suo lavoro, suggerire al Congresso i risarcimenti necessari alla comunità afroamericana. Ed anche su questo la Casa Bianca ha assicurato il suo impegno.