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#CantiereGiovani
«Che fine hanno fatto i bambini?» di Cuzzocrea

Alla ricerca degli invisibili

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12 aprile 2021

È stata una domanda, nel periodo più buio. Una scritta lasciata su alcuni striscioni nelle città italiane ferme, spente, silenziose e cupe durante il lockdown dello scorso anno: «Che fine hanno fatto i bambini?». È diventata un’affermazione, molto tempo dopo e dopo aver chiesto, visto, ascoltato cosa era successo e cosa ancora succede nel Paese. «Ho concepito queste pagine come un’inchiesta sul perché oggi bambini e ragazzi sono, per la società, invisibili». Ecco, invisibili. Più che ombre su un muro. Questa la risposta, in fondo al viaggio fatto di domande, sguardi, incontri, conversazioni che Annalisa Cuzzocrea, inviata del quotidiano «la Repubblica», mamma di Carlo e Chiara, ha cominciato in questo anno di pandemia e che ha ripercorso in un libro-inchiesta, Che fine hanno fatto i bambini (Milano, Piemme, 2021, pagine 157, euro 17,50). «Sono andata a cercare chi poteva aiutare a capire cosa succede, o rischia di succedere, in una società che non guarda ai suoi figli come sono o che, semplicemente, non è in grado di vederli».

Così le esperienze sul campo di psicologi, economisti, demografi, sociologi, registi, insegnanti, genitori, scrittori, diventano una lente di ingrandimento sulla realtà: quella più nascosta e rimossa, come la vita dentro la sezione nido del carcere di Rebibbia (e in altre prigioni d’Italia, dove mancano invece le case-famiglia-rifugio) e quella che tra cronaca e fiction ogni tanto s’affaccia sul resto del mondo dai Quartieri spagnoli di Napoli. Esempi di una società «deresponsabilizzata rispetto ai bisogni dei minori», come la definisce la psicologa Silvia Vegetti Finzi. Una società che li guarda, ma non li vede.

Squarci di vissuto che da Nord a Sud raccontano povertà educative radicate e consolidate nel tempo, e progetti faticosi per contrastarle. La pandemia, il lockdown, le restrizioni passate e presenti — con le scuole chiuse, la dad, le passeggiate all’inizio proibite, poi concesse ma condizionate, la sofferenza psicologica, lo stress emotivo lasciati fuori controllo — hanno fatto da detonatore, scoperchiando problemi affossati e sepolti sotto cumuli di omissioni, dimenticanze, indifferenze. Tanto nella dimensione pubblica quanto in quella familiare. Focalizziamo l’attenzione sui bambini soprattutto per tenere a bada le nostre paure o coltivare le nostre ambizioni: una relazione dominata dall’individualismo e dall’ossessione del controllo. Un’ansia da prestazione permanente che grava sul presente, svuotandolo di senso, e incrina la fiducia nel futuro.

Ne è prova il calo progressivo delle nascite. La natalità, osserva il demografo Alessandro Rosina (tra gli interlocutori incontrati dalla giornalista) è «l’indice di fiducia di una nazione nel futuro». Nel 2020, secondo i dati Istat, sono nati 404.104 bambini nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia e secondo le statistiche siamo vicini al crollo demografico. Ma ancora non basta una tale crisi a rimettere al centro dell’agenda politica la famiglia, con le sue fragilità, e quei “cittadini dimenticati” che secondo una nota definizione di Maria Montessori sono stati e sono tuttora i bambini. «L’antinomia privato/pubblico, dentro/fuori, famiglia/società è il filo che tiene insieme queste conversazioni» scrive Cuzzocrea. «Con chiunque io abbia parlato, psicologi, sociologi, scrittori, quel che salta agli occhi è la dimensione privata dell’infanzia e della giovinezza. La scarsa propensione pubblica e politica a guardarle, studiarle, valorizzarle».

La scuola mancata in presenza, in questi drammatici mesi, ne è stato il più evidente e desolante esempio. Il 26 marzo scorso un giornalista durante la conferenza stampa del premier Mario Draghi, ponendo una domanda sulla riapertura delle scuole, ha dichiarato — da genitore — che in Campania i suoi figli nel corso di un anno e più (dal marzo 2020) hanno frequentato la scuola primaria in presenza “solo 6 settimane”. Circa un mese e mezzo in un anno. In una regione in cui già si scontano diseguaglianze e abbandoni scolastici, soprattutto tra gli adolescenti. Cuzzocrea a questo proposito ricorda ciò che succede nei Quartieri Spagnoli, a Napoli, dove il 34 per cento dei bambini tra gli 8 e i 14 anni abbandona gli studi». E dove nel periodo di chiusura delle scuole «hanno registrato il 60 per cento di dispersione scolastica. Gli alunni, rimasti a casa o per strada, non si collegavano via internet, avevano mollato».

La comunità di Sant’Egidio nei mesi scorsi ha realizzato un’indagine su un campione di 2.800 bambini (che frequentano le Scuole della Pace, centri pomeridiani in cui si offre un sostegno scolastico e un’educazione alla pace) rilevando che un minore su 4 è a rischio di dispersione scolastica e abbandono. Mentre, ha scritto il presidente Marco Impagliazzo (in un recente articolo pubblicato su «Vita Pastorale»), in caso di interruzione della didattica in presenza per quarantene o disposizioni regionali o governative, un bambino su due avrebbe difficoltà a seguire le lezioni a distanza. Una povertà educativa «con effetti estremamente negativi e duraturi», che nel caso poi di bambini con disabilità e bisogni educativi speciali si aggrava lasciando le famiglie nell’isolamento più profondo e spesso nella disperazione.

A questo vanno aggiunti i segnali di allarme sullo stato psicologico di bambini e ragazzi; la crescita di atteggiamenti violenti e aggressivi, l’aumento di disturbi psichici e i tanti casi di autolesionismo tra gli adolescenti, come riscontrato dalle strutture ospedaliere pediatriche, tra queste il Bambino Gesù, che negli ultimi mesi ha visto aumentare i ricoveri e le richieste di aiuto da parte di tante famiglie.

«L’Italia — scrive Cuzzocrea nelle conclusioni — ha oltre 200 miliardi da investire in un piano che si chiama Next Generation Eu, e che per le nuove generazioni, per costruire il loro futuro pretende di essere nato. Ma c’è pochissimo, nel piano italiano scritto finora, che guardi davvero a loro. Troppo poco rispetto a quelli che sono i reali bisogni del Paese, le sue diseguaglianze, che non possono essere colmate solo dai sussidi, ma da un nuovo sistema di opportunità, formazione, crescita». Che fine faranno i bambini? Ecco, un nuovo sistema, un diverso sguardo, un’altra politica per rispondere: «Eccoli, il futuro».

di Tullia Fabiani