· Città del Vaticano ·

L’Onu chiede indagini indipendenti

Allarme per le violenze
nel Darfur occidentale

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10 aprile 2021

L’Onu si è detta ieri «sconvolta» per la recrudescenza della violenza in Sudan, nello Stato del Darfur occidentale. Il bilancio degli scontri intercomunitari, scoppiati lo scorso fine settimana, è di almeno 87 morti, oltre 191 feriti e migliaia di sfollati. Tra le vittime donne e bambini. L’Onu ha aggiunto che le tribù responsabili dell’ultimo massacro nella regione — dove è stato dichiarato lo stato di emergenza — devono essere disarmate.

«Siamo scioccati dalla recente recrudescenza delle violenze tra i Masalit e le tribù arabe nel Darfur occidentale», ha detto la portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani (Ohchr), Marta Hurtado, ai giornalisti riuniti ieri a Ginevra. L’Ohchr ha chiesto «indagini indipendenti e imparziali», aggiungendo che i responsabili degli abusi devono essere chiamati a renderne conto. «Siamo anche preoccupati — ha rimarcato Hurtado — per i lenti progressi nel garantire che si risponda di queste violenze e delle precedenti, nonostante i ripetuti appelli delle vittime e delle loro famiglie». Dispute su terra, pascoli e acqua sono «al centro delle profonde divisioni tribali», ha spiegato. I Masalit sono prevalentemente contadini, mentre le tribù arabe sono principalmente composte da pastori. «Chiediamo al governo del Sudan di accelerare l’attuazione del Piano nazionale per la protezione dei civili», ha detto l’Ohchr.

Gli scontri sono iniziati il 3 aprile nella cittadina di El Geneina, capitale del Darfur occidentale, quando ignoti hanno sparato contro un gruppo di uomini di etnia Masalit, uccidendone due e ferendone uno. In risposta, per diversi giorni si sono susseguiti combattimenti all’interno della città e nei suoi dintorni tra elementi armati della tribù Masalit e delle comunità arabe nomadi. Venerdì scorso, il governatore del Darfur occidentale, Mohamed Abdallah Douma, durante una conferenza stampa nella capitale sudanese Khartoum ha dichiarato che «secondo i rapporti medici, il numero dei morti ammonta ora a 132». Durante le violenze proprietà pubbliche e private sono state distrutte o danneggiate, inclusi un ospedale e un complesso dell’Onu. Molti sfollati hanno cercato rifugio nel confinante Ciad, come riporta l’Onu.