Come una sinfonia

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16 marzo 2021

Il testo del gesuita direttore di «Aggiornamenti sociali» che pubblichiamo di seguito è uscito col titolo «Fratelli tutti. Invito alla lettura dell’enciclica» sul numero 3-4/2020 di «Testimoni nel mondo. Pagine di spiritualità e vita cristiana», la rivista promossa dell’associazione Opera della Regalità, fondata nel 1929 da padre Agostino Gemelli e da Armida Barelli, che sarà proclamata beata dopo il riconoscimento del miracolo avvenuto per sua intercessione.

La terza enciclica di Papa Francesco si pone in continuità con le due precedenti. Il testo è lungo e molto articolato, tanto che la prima impressione può persino essere quella di un certo smarrimento. Come sempre, a una lettura più attenta, il testo si rivela organico anche se non sistematico. A noi lettori occidentali, che in fondo ci aspettiamo che un documento “importante” come un’enciclica debba essere costruito seguendo passo dopo passo una logica stringente, viene piuttosto chiesto di immergerci e lasciarci trasportare dal testo, che va affrontato come se si ascoltasse una sinfonia. Un ascoltatore attento riconoscerà anche che sullo sfondo risuonano “melodie” che provengono da altri testi di Papa Francesco, quali Evangelii gaudium (Eg) e Laudato si’ (Ls).

Come sempre Papa Francesco è animato da una intenzione pratica: il suo desiderio è spingere chi legge le sue parole a reagire e a operare per il cambiamento di una situazione di cui si denunciano le ingiustizie e i limiti intollerabili. Lo afferma con chiarezza al n. 6: «Le pagine che seguono non pretendono di riassumere la dottrina sull’amore fraterno, ma si soffermano sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti. Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole».

L’enciclica è profondamente radicata nella tradizione della dottrina sociale della Chiesa. La stessa struttura del testo di Papa Francesco rispecchia il processo di discernimento che la Chiesa compie per leggere i “segni dei tempi” che sta vivendo. In questo senso ritroviamo nella Fratelli tutti ( Ft ) la stessa struttura della Laudato si’ e di altri documenti importanti del Papa. Si tratta di testi articolati in tre passi distinti: riconoscere ciò che stiamo vivendo, interpretare i fatti in profondità e poi effettuare delle scelte concrete. In questa enciclica c’è questo movimento e l’appello alla fraternità non è fatto solo a parole ma viene esplicitato, diventa concreto, richiede dei gesti. Siamo accompagnati dal Papa ad entrare in profondità in questo suo appello, rendendoci conto che viviamo in un mondo iperconnesso ma anche frammentato e ad entrarci con gli “occhiali” della fede.

Si tratta infatti di un testo destinato a tutti ma scritto a partire dalla fede cristiana. Non a caso è proprio la parabola del Buon Samaritano a darci questi “occhiali” attraverso cui vedere la dignità di ognuno e l’impegno a sostenere e curare ogni persona. Poi ci sono i capitoli che entrano nel cuore della carità, e ci fanno vedere come questa sostenga la fraternità; e alla fine gli ultimi capitoli che pongono concretamente delle piste su cui impegnarsi: la politica, il dialogo, la riconciliazione. Da ciò nasce infine un impegno per tutte le religioni: un invito per gli uomini che condividono le fedi a impegnarsi in questa fraternità universale.

Un sogno di fraternità


Il Papa coltiva quindi «un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole». Si tratta di un sogno antico, che viene rintracciato anche alla radice del messaggio di Francesco di Assisi, scelto ancora come figura ispiratrice dell’enciclica: «È stato un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna» (n. 4).

Si tratta di coltivare un sogno facendo i conti con la durezza della situazione in cui «la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro» (n. 11). Ma «malgrado queste dense ombre, che non vanno ignorate, nelle pagine seguenti desidero dare voce a tanti percorsi di speranza. Dio infatti continua a seminare nell’umanità semi di bene» (n. 54).

È questa speranza la sorgente che continua ad alimentare l’impegno per cambiare rotta, e a perseguire il «progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana» (n. 26). Senza questo progetto sarà impossibile generare quel cambiamento di cui c’è bisogno per mettere fine alle violazioni della dignità di tanti fratelli e sorelle. Questo sogno, che si fa progetto, è il vero cuore, o meglio il vero motore dell’intera enciclica: ogni sua affermazione va compresa in relazione con questo anelito.

Con frequenza il progetto è espresso con il lessico tipico della costruzione di un soggetto collettivo, al fine di «costruire un popolo capace di raccogliere le differenze» (n. 217), o di «un “noi” che abita la casa comune» (n. 17).

Si tratta di un tasto su cui papa Francesco non smette di insistere, o meglio di una vera e propria linea portante del suo magistero, che si radica nella sua esperienza di vescovo di Buenos Aires e nella vita della Chiesa argentina e latinoamericana, in particolare nella elaborazione della “teologia del popolo”. Questo, in Ls prendeva la forma della «preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale» ( Ls , n. 13), come unico soggetto collettivo capace di assumere il compito di portare avanti il progetto dell’ecologia integrale.

Ma la radice a cui fare riferimento per comprendere il significato di questa insistenza sulla necessità di costruire un popolo va rintracciata nella sezione del cap. iv di Evangelii gaudium intitolata «Il bene comune e la pace sociale», termini che peraltro ritornano più volte anche in Fratelli tutti.

La fratellanza comune per la pace universale


Costruire un popolo in cui ciascuno abbia il suo posto e in cui ci si riconosca tutti — nessuno escluso — fratelli e sorelle, non può che essere il risultato di un’azione comune. Per questo la consapevolezza della sua necessità conduce Papa Francesco a formulare nell’enciclica un appello: «Alla pace, alla giustizia e alla fraternità», a una «fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali» (n. 285).

Papa Francesco riprende testualmente l’appello con cui si apre il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi insieme con Ahmad Al-Tayyib, Grande Imam di Al-Azhar, la moschea-università del Cairo.

Per molti versi il Documento ora citato è una delle sorgenti di Ft , ma soprattutto il Grande Imam ne è l’interlocutore privilegiato, più volte e ampiamente citato. Così facendo — ed è una novità all’interno del magistero sociale della Chiesa — Ft dà voce a un anelito che certo si radica profondamente nella visione cristiana del mondo e nella tradizione cattolica, ma lo esprime con parole formulate come frutto di un dialogo con il leader di un’altra religione, in cui quindi possono riconoscersi coloro che a questa aderiscono. Se nella Gaudium et spes il concilio Vaticano ii aveva insegnato che «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (n. 1), con la firma del Documento di Abu Dhabi e la pubblicazione di Ft questo diventa vero persino nella concretezza della formulazione del testo: quanto abbiamo in comune riusciamo anche a esprimerlo con le stesse parole, in cui tutti possiamo riconoscerci.

Non è questo il modo migliore per incamminarsi concretamente nella strada della «costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» ( Eg , n. 221)? Ancora una volta scopriamo che Papa Francesco fa quello che dice e dice quello che fa.

L’enciclica si chiude con un capitolo dedicato al compito delle religioni a servizio della fraternità nel mondo, cioè al ruolo insostituibile che le religioni possono ricoprire anche all’interno di società pluraliste e secolarizzate: «A partire dalla nostra esperienza di fede e dalla sapienza che si è andata accumulando nel corso dei secoli, imparando anche da molte nostre debolezze e cadute, come credenti delle diverse religioni sappiamo che rendere presente Dio è un bene per le nostre società. Cercare Dio con cuore sincero, purché non lo offuschiamo con i nostri interessi ideologici o strumentali, ci aiuta a riconoscerci compagni di strada, veramente fratelli» (n. 274).

Queste parole ci consentono forse di identificare l’interlocutore privilegiato di Ft , cioè i fedeli di tutte le religioni. Lo segnalano anche le due preghiere finali, pensate per essere condivise, come quelle che chiudono Ls, la prima con tutti i credenti e la seconda con cristiani di altre confessioni.

La forza generativa dell’esperienza della fede, che accomuna tutti i credenti autentici, permette di cogliere in modo vitale e non astratto il legame che ci rende «Fratelli tutti».

di Giacomo Costa