· Città del Vaticano ·

È morto padre Gianfranco Grieco, per 37 anni redattore dell’Osservatore Romano

Quella voce in cielo
«Lo conosco, ha lavorato
per me»

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08 marzo 2021

Nel pomeriggio di sabato 6 marzo è morto padre Gianfranco Mauro Grieco, religioso dell’ordine dei Frati minori conventuali, redattore dell’Osservatore Romano dal 1970 al 2007. Da tempo malato, dopo un lungo ricovero all’ospedale San Camillo era stato trasferito nell’hospice Villa Maria Immacolata, in via del Casaletto, a Roma. 

Padre Grieco ha vissuto le ultime settimane come un “esercizio spirituale” continuo: lunedì 1° marzo ha anche dettato un «editoriale» — così lo ha voluto chiamare — per ripercorrere la sua esperienza di «testimone di una grande stagione» vissuta tra san Giovanni Paolo II e san Massimiliano Kolbe.

Aveva 78 anni. Era infatti nato a Barile, in provincia di Potenza, il 7 maggio 1943. Entrato giovanissimo nell’ordine francescano dei conventuali, aveva studiato a Ravello, Nocera Inferiore e Portici. Compiuto l’anno di noviziato ad Assisi, aveva frequentato il liceo nel seminario di Sant’Anastasia a Napoli. Dopo due anni di filosofia e quattro di teologia nella Facoltà teologica San Bonaventura Seraphicum a Roma — era nel primo gruppo che inaugurò la nuova istituzione — aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 21 dicembre 1967 dal cardinale Paolo Marella nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur. Nel 1968 era stato inviato all’università di Friburgo in Svizzera — facendo anche da assistente spirituale agli emigrati italiani — per conseguire il dottorato in teologia e il diploma in giornalismo, con una tesi su Jesus Christ Superstar. Nel 1970 aveva iniziato il suo lavoro come giornalista all’Osservatore Romano. Dopo 37 anni, il 10 novembre 2007 era stato nominato capo ufficio del Pontificio Consiglio per la famiglia, incarico che aveva lasciato nel 2015. Per il tempo del suo lungo servizio alla Santa Sede aveva collaborato alla pastorale della parrocchia di Santa Dorotea a Trastevere. 

È autore di numerosi libri, tra i quali Massimiliano Kolbe e Karol Wojtyła. Due polacchi nella storia, con Sergio Trasatti (Velar, 1982); Il pellegrino della Costiera. Vita del beato Bonaventura da Potenza (Centro Liturgico Francescano, 1993); Pellegrino. Giovanni Paolo II tra le civiltà del mondo (San Paolo, 2007); Paolo VI. Ho visto, ho creduto. Gli anni del pontificato (1963-1978) (Libreria editrice vaticana, 2014); La Chiesa francescana di Papa Francesco (Lev, 2016).

Le esequie saranno celebrate martedì 9 marzo, alle 10, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo, proprio dove era stato ordinato sacerdote. Sarà sepolto nel suo paese natale, nella tomba di famiglia.


Padre Gianfra’, ma quante ne abbiamo fatte con gli amici del Servizio Vaticano? In queste ore ce lo stiamo ripetendo l’un l’altro che sarà andata sicuramente come tu avevi immaginato: e sì, mentre eri lì, trepidante, in fila davanti alla “casa del Padre” — «perché, Giampa’, io so’ consapevole dei peccati che devo sconta’» mi hai sussurrato nella nostra ultima telefonata — ecco una voce che dice a san Pietro e agli angeli: «Fatelo passare per favore, io lo conosco e garantisco io, ha lavorato per me all’Osservatore Romano». Una voce rocciosa, inconfondibile: quella di san Giovanni Paolo II.

Ce l’hai raccontata, con le lacrime agli occhi, questa tua idea dell’aldilà. Molto concreta. E concreto è sempre stato il tuo stile da “fiume in piena” radicato in una passione sfrenata per san Francesco (e per sant’Antonio, con quella preghiera da recitare quando le cose non andavano per il verso giusto). «I santi francescani non ti tradiscono mai, l’ho capito sulla mia pelle» ripetevi (e ci hai lasciati nel giorno di santa Rosa da Viterbo, terziaria francescana). E quanto eri felice che Papa Bergoglio avesse scelto proprio quel nome: «Francesco, capito? Che grandi cose!». E giù idee, progetti, racconti, speranze intrecciate di memorie e di futuro.

Per morire hai “scelto” un giorno “alla padre Gianfranco”: sabato 6 marzo, nel pieno dello straordinario viaggio del Pontefice in Iraq. E sì, anche questo ce lo siamo detti subito l’un l’altro. Nell’orbita del Giubileo del 2000 li abbiamo fatti insieme quei pellegrinaggi alla radice della nostra fede (non li dimentico quei sette giorni con te in Terra Santa al seguito di Giovanni Paolo II. E l’Iraq avrebbe dovuto essere proprio una di quelle tappe: non credo sia una concessione alla retorica affermare che a “casa di Abramo” Papa Francesco lo hai accompagnato pure tu, “in presenza”, pregando invece che scrivendo sul suo giornale.

E vale anche per Papa Francesco la tua tesi su Giovanni Paolo II, maturata sulla domanda di frate Masseo a san Francesco, riportata dai Fioretti: «Perché a te tutto il mondo viene dietro?». Per te il mondo era attratto dal “Papa venuto da un Paese lontano” perché lui per primo aveva preso l’iniziativa di visitarlo, anche negli angoli più poveri. Ed è proprio quello che sta facendo Papa Francesco.

Già, i viaggi dei Papi. Ma anche la quotidianità della redazione. Lavorare all’Osservatore Romano dovrebbe essere una missione. Ce lo hai testimoniato prima ancora che insegnato. Per quello che ho potuto toccare con mano, hai sempre avuto l’urgenza di comunicare attraverso i tuoi articoli quello che avevi visto, sentito, vissuto. Sentivi l’obbligo di condividere. E pure subito perché, è una massima che ci è rimasta dentro, «per noi fare presto è già troppo tardi». E se scrivere di getto, in circostanze anche complicate, voleva dire non star troppo dietro allo stile del “perfetto giornalista”... beh, pazienza. Per te contava condividere la tua esperienza. Sul campo. Perché volevi essere lì, proprio lì. Non in una sala stampa o in un albergo.

A confermarlo è Angelo Scelzo, già vicedirettore dell’Osservatore Romano: «Padre Gianfranco aveva una capacità di lavoro impressionante. Era difficile stargli dietro per la velocità con cui scriveva i suoi articoli, mettendo insieme gli appunti da un taccuino sempre a portata di mano e la prontezza di osservazioni attente e scrupolose. Tutto materiale del repertorio ben collaudato del buon cronista, al quale la cronaca poteva scappare di mano solo per qualche felice incursione nel campo della storia».

Dicevo, padre Gianfra’, che per morire hai “scelto” una data... con il tuo modo di fare. Proprio il giorno prima, venerdì, è uscito un libro che tratteggia il profilo di Mario Agnes, storico direttore dell’Osservatore Romano. E in quel volume c’è anche il tuo contributo come testimone di una stagione importante.

Ma non è finita qui. Hai “scelto” il sabato pomeriggio, all’ora del vespro. L’edizione del quotidiano chiusa da un paio d’ore e... sulla prossima si lavora lunedì mattina. Insomma, ci hai dato modo di ri-incontrarci tutti, anche coi nostri colleghi in pensione, attorno al ricordo che ciascuno conserva di te (sei stato “il parroco dell’Osservatore”, celebrando matrimoni e battesimi e accompagnando gli amici nei funerali). Ieri ci hai fatto vivere una speciale domenica. La terza del tempo di Quaresima: gli amici che con me hanno condiviso anni in stanza con te non hanno dimenticato le regole conventuali del “non-si-prende-il-caffè” e del “silenzio”: «la Quaresima non è uno scherzo, magari prendiamo un latte» era la tua puntuale catechesi semplice, sobria. E vabbè... se anche era Quaresima, vai con le risate...

E poi la Juve. Sabato sera giocava la “tua” Juve. E per te è sempre stato un affare serio, forse nel ricordo di quel tuo zio che, emigrato dalla Basilicata a Torino per lavorare in fabbrica alla Fiat, ti portava magliette e notizie in bianconero. Sivori anzitutto. E poi i “fedelissimi” Boniperti e Del Piero, “intoccabili”, perché «cambiare maglia è una cialtronata»: Boniek in giallorosso... non l’hai mai mandata giù. E se la Juve aveva perso — «succede raramente» — il lunedì con i colleghi romanisti, interisti, milanisti e laziali erano sani sfottò. Come per le partite in stanza giocate, all’ultimo sangue, con le pallette di carta e quel tuo magico sinistro: «Se non avevo guai col menisco, altro che Platini!».

È complicato per me — per noi — raccontare il tuo servizio di francescano che ha scommesso tutto sulla missione di fare il giornalista, con lo stupore e l’esuberanza di un bambino che quasi non sente la fatica perché fa “una cosa” che gli piace. Ma quanto ti brillavano gli occhi sentendo anche solo nominare Assisi e il convento di Ravello? «Così m’immagino il paradiso: un porticato come quello del Sacro Convento e la bellezza della costiera e lì incontrerò pure san Francesco!».

In realtà per te l’essere francescano era questione di persone, non di luoghi. Ma quanti articoli, e anche un bel po’ di libri, hai scritto sul tuo confratello san Massimiliano Kolbe? Raccontare le storie dei santi, ecco un’altra tua passione. Andando a cercare anche figure meno note ma non per questo meno «utili a convertirci».

«Che grande esperienza abbiamo vissuto insieme all’Osservatore, grazie a Dio!», mi hai detto nella nostra ultima telefonata, ritrovando persino un po’ di quella tua voce brillante che la malattia ti stava portando via. Hai ricordato, a uno a uno, gli amici che sono stati con noi nel Servizio Vaticano: Carlo, Mario, Piero, Massimo, Paolo, Francesco, Giuseppe, Gabriele, Gianluca, Nicola... E l’indimenticato Sergio Trasatti: «Un gigante!». Confida, ancora, Scelzo: «Padre Gianfranco è stato un grande amico di vita, non solo professionale. Quando sono arrivato all’Osservatore Romano di Mario Agnes, lui era già una “firma” affermata e un punto di riferimento per la redazione e, in maniera più ampia, per tutti i vaticanisti con i quali, soprattutto durante i viaggi, era una riconosciuta e discreta guida spirituale. Celebrava messa, per i colleghi, all’alba prima dell’inizio della nuova giornata al seguito del Papa, in ogni parte del mondo». Ma tu avevi questa familiarità — condita con una carica di amichevole simpatia — con tutti: dai cardinali — memorabili le visite di Gantin nella nostra stanza — ai baristi di Borgo, come anche con quanti incontravi nel ministero di cappellano nel carcere di Regina Coeli.

Ma diciamocelo pure, padre Gianfra’, non ce le siamo mandate a dire. Quando c’era da alzare la voce, a torto o a ragione, l’abbiamo alzata eccome. Eppure, se anche le vedute potevano essere diverse, un punto ha sempre unito il Servizio Vaticano e su questo non hai avuto bisogno di insistere: siamo qui per servire fedelmente il Papa come giornalisti dell’Osservatore Romano. Con i nostri brutti caratteri e i nostri limiti. Ma sul servire il Papa senza mai servirsene non si discute. Fino a incarnare, in se stessi, la rotta della barca di Pietro.

E per te il simbolo di questa missione è stato l’appello per la pace nel Golfo persico — «la pace è sempre opera della giustizia ma è anche frutto della carità, dell’amore» — che Giovanni Paolo ii lanciò il 17 febbraio 1991 affacciandosi alla finestra del tuo studio, durante la visita alla tua parrocchia di Santa Dorotea a Trastevere.

Già, il Papa e la pace in Iraq...

di Giampaolo Mattei