India: ancora proteste
dei contadini

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26 febbraio 2021

Le proteste dei contadini indiani non accennano a placarsi. Una nuova, oceanica, dimostrazione ha avuto luogo nello Stato del Punjab dove più di 130 mila lavoranti, secondo le stime della polizia, sono scese in piazza per chiedere l’abrogazione della riforma agraria. L’esecutivo indiano, guidato dal premier conservatore Narendra Modi, ha favorito il passaggio di una serie di leggi che intendono liberalizzare il mercato agricolo e che consentono ai contadini di vendere i propri prodotti a chi vogliono. La mossa è stata però respinta dai piccoli produttori che temono le insidie del libero mercato che, secondo loro, tenderebbe a favorire i grandi proprietari terrieri ed a schiacciare verso il basso i prezzi dei prodotti da loro venduti. L’agricoltura fornisce sostentamento al 58 per cento della popolazione indiana ed i contadini sono un importante blocco elettorale in vista delle elezioni generali previste per il 2024.

Il dialogo tra le parti, tuttavia, stenta. Sin dal settembre 2020 si sono verificate le prime proteste di contadini che, dopo alcune settimane, hanno scelto di marciare sulla capitale New Delhi e di accamparsi ai margini della città, dove sono stati bloccati dalla polizia. Centinaia di migliaia di agricoltori bivaccano alla periferia della città da allora e non intendono andarsene finché le loro ragioni non saranno ascoltate. In un’occasione una parte del gruppo ha occupato, brevemente, il Forte Rosso di New Delhi dando vita ad una serie di scontri con le forze dell’ordine.

Il movimento dei contadini è guidato dai Sikh del Punjab, una comunità basata nel nord dell’India e soggetta a violenze e discriminazioni già in occasione della Partizione del 1947 ed ancora nel 1984. Il gruppo vede la partecipazione di persone provenienti da diverse caste, religioni, orientamenti politici e tende ad unire quelle comunità locali timorose di essere spazzate via dalle divisioni e dalla ingiustizia economica. Dall’altro lato della barricata ci sono invece il governo del premier Narendra Modi e il suo movimento Bharatija Janata Party. I due schieramenti in campo non potrebbero essere più diversi per composizione ed ideali e questo stato di cose rischia di allontanare il raggiungimento di una possibile soluzione.

La convivenza pacifica tra i diversi segmenti della società indiana è stata spesso turbata, nel corso degli ultimi decenni, da sporadici episodi di violenza e discriminazione che, però, hanno lasciato il segno. I traumi delle violenze rischiano di mettere una persona contro l’altra, un gruppo contro l’altro, una regione contro l’altra come in una complessa spirale che si può rivelare difficile da spezzare. Si sono già svolti undici round di colloqui tra il governo ed i rappresentanti degli agricoltori, ma non si è ancora trovato un terreno comune attraverso cui far maturare un dialogo fruttuoso. Le tensioni tra le parti rischiano di trasformarsi in una vera e propria bomba ad orologeria, pronta a deflagrare all’improvviso ed a dare vita a gravi problematiche. La questione agricola ha peraltro dato vita ad un dibattito più ampio all’interno della società indiana. Sono stati criticati alcuni comportamenti del governo, tra questi la decisione di dare più potere alla polizia, di tagliare la connessione ad internet in parti del vicino Stato dell’Haryana e di rafforzare la sicurezza ai confini di Delhi.

Sullo sfondo, poi, ci sono anche altre questioni da risolvere. In primis la pandemia di covid, al momento in regressione ma comunque pericolosa a causa del possibile ruolo giocato dalle varianti del virus. In seconda battuta c’è l’irrisolta questione del Kashmir, l’unica parte dell’India popolata in maggioranza da musulmani e dove le tensioni, negli ultimi anni, hanno raggiunto picchi pericolosi. La questione del Kashmir è legata alle relazioni diplomatiche con il vicino Pakistan, potenza nucleare come l’India e con cui i rapporti sono spesso conflittuali e tesi. Il futuro di New Delhi passa dalla risoluzione delle sue problematiche, una risoluzione che necessiterà di dialogo ed apertura. La pace sociale può rivelarsi l’arma decisiva in grado di far ripartire l’economia una volta superata la pandemia.

di Andrea Walton