L’Opera San Francesco per i poveri di Milano

Ogni giorno un pasto caldo
per duemila persone

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24 febbraio 2021

«Sono stupito, veramente stupito, anzi meravigliato per la reazione della gente di Milano rispetto all’emergenza covid-19», ci dice fra Marcello Longhi, bergamasco “naturalizzato” milanese, presidente in carica dell’Opera San Francesco per i poveri di Milano. «Prima della pandemia avevamo 1.010/1.020 volontari, di età media intorno ai 70 anni. A causa dell’emergenza covid l’80 per cento di loro è stato costretto per precauzione a sospendere il servizio e a mettersi in pausa, con grande sofferenza da parte nostra». Profonda l’angoscia per il crollo vertiginoso dei numeri dei volontari e per la corsa contro il tempo e l’urgenza di poter garantire un pasto caldo a più di duemila persone ogni giorno. «Dopo un giro di contatti tra le associazioni cittadine e la Caritas — racconta fra Marcello — è nata l’idea chiedere all’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, di registrare un appello da rivolgere ai giovani milanesi». Ed ecco il “miracolo” di Milano: l’appello del presule è riuscito a smuovere le coscienze di centinaia di giovani milanesi, che hanno offerto la loro disponibilità ai frati cappuccini. «È la nostra città e noi vogliamo prendercene cura», hanno puntualizzato, come precisa fra Marcello. «La storia del buon samaritano si ripete», annota Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti. «La risposta è stata bellissima, siamo riusciti a rimpiazzare i volontari forzatamente assenti, e non è stata una risposta emozionale, bensì una risposta da parte di gente che ragiona e che conosce il rischio a cui si espone». E ancora: «C’è chi vuol prendersi cura di chi è in difficoltà, la città ha risposto e noi abbiamo “imbarcato” persone mai viste e conosciute prima, motivate non solo dalla fede, ma anche da un senso direi civico, da una coscienza di popolo, per citare Papa Francesco. Una responsabilità di popoli, la città come una famiglia. Ma la cosa ancora più estasiante e che in mezzo a questo 80 per cento di volontari, per la prima volta dopo molto tempo siamo tornati a vedere ragazzi e ragazze di soli 20 anni». Sono stati dunque ripristinati in tempo reale tutti i servizi rivolti agli ospiti che versano in povertà assoluta: dalla mensa alle docce, passando per il poliambulatorio (con ben duecento medici volontari), la distribuzione dei vestiti, fino all’ascolto, e altro ancora. «I nostri ospiti normalmente vivono in povertà estrema: si tratta cioè di persone che dormono per strada o che migrano da un dormitorio all’altro della città. Ecco, di questo tipo di poveri al momento non si registra un aumento significativo. Ma la forte preoccupazione dei prossimi mesi sarebbe l’escalation di licenziamenti, e qui ci stiamo preparando, per quanto nelle nostre possibilità, a sostenere un eventuale aumento di poveri assoluti, nel senso che nel momento in cui uno dovesse perdere il lavoro, vedendosi costretto a tagliare molte spese per far quadrare i conti, da noi il mangiare è garantito. Questo almeno nel periodo di assestamento economico. E lo dico perché nelle mense si cominciano a vedere intere famiglie, un segnale purtroppo poco confortante».

I frati cappuccini sono attivi nella metropoli milanese da oltre sessant’anni e portano avanti tuttora l’opera fondata da fra Cecilio nel lontano 1959. A oggi su 24.000 persone accolte in un anno, il numero più consistente è rappresentato dai sudamericani, ben 5.926, in prevalenza peruviani; seguono 4.721 nord-africani, mentre al terzo posto si piazzano gli italiani, a quota 3.189, e infine i cittadini provenienti dall’est Europa.

«Scoppiata l’emergenza abbiamo dovuto sospendere il servizio in sala per sei mesi — evidenzia fra Marcello — abbiamo preparato il sacchetto da asporto. Così gli ospiti hanno non solo dovuto inventarsi un posto dove poter mangiare, ma ricevevano persino le critiche dei vicini ricchi perché sporcavano o davano da mangiare ai piccioni. Questa forse è la parte più triste, dato che la loro preoccupazione è quella che chiamano “decoro della città”. Qualcuno ci accusa di fare assistenzialismo: in realtà diamo da mangiare e cerchiamo di capire quali possano essere le alternative, perché dopo di noi per i poveri c’è soltanto l’obitorio e nient’altro».

Le zone cittadine dove risiedono le mense per i poveri spesso sono prive di servizi igienici pubblici, così come le stazioni ferroviarie frequentate da migliaia di disperati; ma oltre alla carenza di servizi igienici pubblici gratuiti, sono state altresì chiuse le fontanelle dell’acqua, sostituite dai distributori automatici. Scelte del libero mercato certamente supportate da una politica cinica e ipocrita. «E questa gente viene da noi a fare i bisogni. Tant’è che a breve dovremo ristrutturare per ampliare i nostri servizi igienici», rimarca fra Marcello. E pensare che a tirare le fila di questo “miracolo milanese” e a dare dignità a migliaia di poveri ci sono soltanto cinque frati cappuccini. Sì, si contano sulle dita di una mano. Ma sono più di sessanta i dipendenti fissi, che coordinano con accuratezza ogni attività. Forse, piuttosto che convocare schiere di commissioni per ottenere risultati, la politica dovrebbe invitare qualche “fraticello”. «Abbiamo in programma un progetto grande, che spero possa partire il prima possibile, perché l’Opera San Francesco vuole avere un luogo dove poter inserire i poveri all’interno di percorsi per una vita dignitosa e strapparli per sempre dalla strada. La gente non ti lascia solo se vede che i soldi li spendi per i poveri. Quando si servono i poveri e non si ruba, la provvidenza non manca mai», sottolinea fra Marcello in conclusione del nostro colloquio telefonico, con la voce rotta dalla commozione. Ci confida che il suo unico scoraggiamento della giornata giunge la sera, «quando li vedi andar via dalla mensa. Dico: dove andranno? E mi danno, perché non ho una soluzione. Dopo penso a san Francesco che probabilmente invece di fare come faccio io, che chiudo il convento, forse sarebbe uscito in strada e avrebbe dormito con loro. Ma io sono un peccatore, cosa posso farci. Non ho il coraggio, ma nel nostro piccolo cerchiamo comunque di fare qualcosa».

di Roberto Cutaia