Incontro su «Chiesa e pandemia»

Trasformare la quarantena
in tempo di grazia

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13 febbraio 2021

La pandemia pone grandi sfide al mondo sanitario, economico e sociale, ma anche «alla religione e alla fede di noi cristiani». Lo ha sottolineato il cardinale Kurt Koch intervenendo, venerdì 12 febbraio, alla conferenza online su «Chiesa e pandemia: sfide e prospettive» nel quinto anniversario dell’incontro a La Habana tra Papa Francesco e il Metropolita Kirill. Alla conferenza ha preso parte il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, che ha organizzato l’iniziativa insieme al Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Accostando l’attuale situazione di emergenza a quella che si verificò dopo il terremoto che sconvolse Lisbona nel 1755 e provocò circa 100.000 morti, il cardinale presidente del dicastero ecumenico ha evidenziato che la sofferenza e la morte di tante persone «rappresentano una rimessa in discussione dell’esistenza di Dio ben maggiore rispetto a qualsiasi teoria filosofica illuministica o a qualsiasi trattato epistemologico». La famosa espressione che definisce la sofferenza come «roccia dell’ateismo rimane indissolubilmente legata a Lisbona». E alla luce della pandemia del covid, essa «ha acquisito una nuova rilevanza e ci pone di fronte alla questione di come dovremmo affrontare queste questioni religiose».

Nel mondo occidentale la crisi del coronavirus è diventata «virulenta l’anno scorso poco dopo l’inizio della Quaresima»: e ancora oggi essa «colpisce molte persone e molti cristiani come fosse una “quaresima” prolungata». A questo sembra alludere anche «la somiglianza linguistica tra il termine utilizzato a livello di ordinanza pubblica contro il coronavirus, ovvero la “quarantena”, e il tempo di quaranta giorni previsto dalla Quaresima, che nel linguaggio liturgico della Chiesa viene chiamato “quadragesima”». Una breve riflessione su questa «parentela linguistica — ha aggiunto il porporato — potrebbe offrirci un’indicazione su come affrontare la situazione della pandemia da un punto di vista religioso».

Questa emergenza, ha sottolineato Koch, ha fatto tornare in modo nuovo «al tempo del deserto, un tempo in cui stiamo avendo le stesse reazioni del popolo di Israele». In maniera analoga, «possiamo sperare e pregare che il tempo di crisi della pandemia» diventi anche un tempo «di conversione per tutti noi, in cui ci rivolgiamo nuovamente a Dio come amante della vita». La diffusione del coronavirus ha trasformato «la “quadragesima” liturgica in una quarantena decretata dallo Stato. Ora è nostro compito trasformare la quarantena in una vera “quadragesima”, cioè in un tempo di digiuno e di carità, un tempo di grazia e di preghiera».

Anche l’arcivescovo Rino Fisichella, nel suo successivo intervento, ha sottolineato come l’esperienza del covid-19 abbia messo «a dura prova le nostre forme tradizionali con cui vivere l’esistenza cristiana». Per questo i fedeli richiedono «una risposta che sia nello stesso tempo carica di intelligenza e capace di rispondere all’ansia e alla paura che la pandemia ha generato». È necessario, ha aggiunto il presule, «anzitutto avere piena consapevolezza di essere figli del proprio tempo». Solo così si riesce ad agire «dall’interno delle problematiche che animano l’ansia dell’evangelizzazione». Questo momento presente «sopraggiunge come un evento inaspettato per un tempo come il nostro che vive del primato della tecnica e della scienza». La pandemia che sta colpendo il mondo intero «non era stata prevista da nessuno»: ecco «il primo aspetto che colpisce». Si vive in un «contesto culturale fortemente segnato dal progresso scientifico», che sembra guidare «i nostri passi fornendo quelle certezze che appaiono come il sostegno dell’esistenza». E, invece, «abbiamo dovuto toccare con mano che anche la scienza non sempre possiede le risposte alle domande che poniamo»., trovandosi «essa stessa impreparata» e mostrando «un volto che forse non avrebbe voluto rivelare: quello dell’impotenza».