LABORATORIO - DOPO LA PANDEMIA
Il presidente del Centro Astalli, Camillo Ripamonti, in un libro intervista

Sulla stessa barca
ma non tutti uguali

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13 febbraio 2021

Siamo tutti sulla stessa barca. Ma non siamo tutti uguali. C’è chi ha più chance di salvarsi e chi rischia di rimanere, ancora una volta, indietro. Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, affida queste parole — e molte altre riflessioni sulla cura soprattutto dei più vulnerabili — al libro, uscito giovedì scorso, «La trappola del virus. Diritti, emarginazione e migranti ai tempi della pandemia» (Milano, Edizioni Terrasanta, 2021, pagine 110, euro 13), che raccoglie una lunga conversazione con la politologa Chiara Tintori e una prefazione di Gherardo Colombo. «Liberarsi dalla trappola del virus è sollevare lo sguardo impaurito e guardare oltre se stessi incontrando così il volto del povero. È rammendare relazioni sfilacciate e recuperare quella fiducia reciproca che sola può alimentare l’amicizia sociale» avverte la copertina del libro. A questo “Sguardo sul futuro” è dedicata in particolare l’ultima parte della conversazione, di cui pubblichiamo uno stralcio.

Per prepararci a questo futuro nuovo, Papa Francesco ha richiamato alla mente alcuni principi cardine della dottrina sociale della Chiesa, «principi che possono aiutarci ad andare avanti, per preparare il futuro di cui abbiamo bisogno». Se dovessi sceglierne tre, come priorità per l’accompagnamento dei rifugiati verso un nuovo futuro, quali indicheresti?

È difficile perché sono tutti collegati tra di loro, però i tre principi in relazione ai rifugiati che tornano più frequentemente sono: la dignità della persona, la destinazione universale dei beni e la cura della nostra casa comune. Non rispettarli e non tenerli in considerazione crea il fenomeno delle migrazioni forzate. Assumerli vuol dire immaginare un futuro migliore, un futuro di pace. Cosa intendo? Il fatto che molti rifugiati nei Paesi di origine non vedano rispettata la loro dignità come persone, siano perseguitati per le loro idee, per il loro credo religioso, per la propria appartenenza a un’etnia piuttosto che a un’altra, per la loro identità sessuale, il fatto che subiscano violenza per tutte queste ragioni provoca la fuga. Non è un caso che molti migranti si incamminino verso l’Europa, culla di tali diritti. Come secondo principio ho indicato quello della destinazione universale dei beni: infatti la disuguaglianza sociale determina quei flussi migratori che noi vorremmo bloccare proprio a causa della mancanza di equità nell’utilizzo dei beni, del fatto che solo una parte del pianeta utilizza le risorse sottraendole all’altra. Infine il principio della cura per la nostra casa comune, perché negli ultimi anni depredare la Terra e non averne cura, utilizzando le sue risorse in maniera insostenibile, ha generato una ferita e il conseguente aumento di quelli che sono chiamati “migranti ambientali”, persone che scappano di fronte agli effetti dei cambiamenti climatici. Non dare il giusto valore a questi tre principi provoca quei flussi migratori misti che ci spaventano tanto, e che noi vorremo bloccare. La definizione di “flussi misti” ci aiuta a comprendere che le persone partono sempre più spesso per motivazioni diverse, che trovano unità nell’unica storia di vita di una persona: disuguaglianze, cambiamenti climatici, povertà, guerre (a loro volta conseguenza di interessi economici per lo sfruttamento delle risorse naturali).

Circa il rispetto della persona umana, quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo con la pandemia ha messo in risalto il ruolo delle donne, gli equilibrismi che il più delle volte fanno per conciliare lavoro di cura in famiglia e quello fuori casa. Verso quale futuro possiamo incamminarci per ripensare al ruolo delle donne, rispettando anche le donne migranti, che spesso compensano il lavoro di cura nelle nostre famiglie (assistenti familiari, babysitter, colf)?

Riguardo al ruolo delle donne, credo che la pandemia ancora una volta abbia reso evidente ciò che stavamo già vivendo, e questo per molti aspetti. Ma vorrei sottolinearne due. Il primo. La pandemia ha messo in evidenza la crisi della cura delle persone: pensiamo a tutte le risorse che negli anni sono state tolte alla sanità pubblica, oppure pensiamo al sistema della cura degli anziani o delle persone con disabilità entrato in crisi in questo periodo; strettamente legato a questo, c’è il poco valore che si è dato nel tempo a coloro che si occupano di queste categorie “deboli”, andando verso un progressivo deprezzamento sociale e una marginalizzazione, e guarda caso, nella maggior parte dei casi si tratta di donne. Non è una coincidenza, infatti, che l’emersione del lavoro irregolare abbia riguardato coloro che si occupano proprio della cura della persona e della casa, per lo più donne. Ecco allora che la pandemia ci consegna ancora un’altra sfida: la questione di genere. Non ci si può solo accontentare di dire che in questo periodo le donne hanno mostrato maggior resilienza nell’affrontare situazioni molto gravose. Occorre un vero cambio culturale circa il ruolo della donna che porti poi anche a un riconoscimento di quei lavori di cura alla persona affidati a donne spesso migranti alle quali non si riconosce un salario adeguato ma soprattutto un ruolo adeguato all’interno delle nostre società.

Dove i poveri sono protetti, lì c’è la democrazia matura. Mi sembra di poter dire che con il pretesto dell’urgenza sul tema migratorio si è piano piano cancellato il confronto democratico: le questioni su cui ragionare, le discussioni, i tavoli hanno lasciato il posto alla decretazione d’urgenza come stile, alla decisione senza contraddittorio, e a un confronto sfiduciato alla base. Se è così, c’è molta strada da recuperare sul versante del dibattito democratico sui migranti. Da dove ripartire?

Credo che la difficoltà del confronto democratico sia legata molto spesso al fatto che il tema migratorio non si affronta mai con la ragionevolezza delle argomentazioni a confronto, ma con la popolarità che affermazioni semplificate riscuotono nell’opinione pubblica (e le relative ricadute in termini di consenso). Quindi il fatto che il nostro Paese sia continuamente in campagna elettorale non aiuta il confronto onesto ed equilibrato tra parti diverse ai tavoli che il tema richiederebbe. Ci sarebbe bisogno di una gestione del fenomeno che non fosse ideologica o preventivamente di parte, ma trasversale, nazionale e internazionale. Si tratta di uscire dalla perenne campagna elettorale, uscire dalla narrazione che fa dei migranti quel mito che genera paura e per questo sposta gli assi politici. Le migrazioni non sono tema né di destra né di sinistra, sono una questione di civiltà. Coloro che migrano sono persone: bisogna tornare a metterle al centro della riflessione, lasciare spazio alla loro narrazione, conoscerle per comprenderle, preparare i territori destinati all’accoglienza, affrontare la questione dello Stato sociale non solo in termini di scarsità delle risorse, ma in maniera propositiva e progettuale, perché solo così potremo anelare a quella pace sociale che libera il campo dal conflitto dilagato negli ultimi tempi. Non dimentichiamo che la pandemia si è accanita maggiormente sulle categorie più vulnerabili della società: siamo tutti sulla stessa barca, ma sarebbe ingenuo immaginare che su questa barca siamo tutti uguali. Il virus è divenuto una trappola per i migranti e in particolare i migranti forzati, i rifugiati de facto, che nel tempo sono stati costretti ai margini, vite di scarto di un sistema che ha reso sempre più difficile esigere per loro i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Il virus ha evidenziato una malattia sociale il cui unico vaccino è l’amicizia sociale. Scrive Papa Francesco nella Fratelli tutti: «La promozione dell’amicizia sociale implica non solo l’avvicinamento tra gruppi sociali distanti a motivo di qualche periodo storico conflittuale, ma anche la ricerca di un rinnovato incontro con i settori più impoveriti e vulnerabili. La pace “non è solo assenza di guerra, ma l’impegno instancabile — soprattutto di quanti occupiamo un ufficio di maggiore responsabilità — di riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei nostri fratelli, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione”».

Vorrei concludere con una domanda personale. Quali insegnamenti hai ricevuto, in questi anni, mettendoti in ascolto e a servizio delle persone migranti e dei richiedenti asilo?

Che l’incontro con le persone è sempre fonte di novità, una novità che può essere rigenerativa per te che ascolti e per chi è ascoltato! La cosa che mi spiazza sempre, e ogni volta è come fosse la prima, è che un rifugiato è un individuo che fugge e la condizione del fuggire diventa quasi parte del suo esistere. La fuga ha inizio perché spesso la propria famiglia, i propri amici, il proprio Paese si trasformano in persecutori. Ma li vedi fuggire anche da se stessi. Una domanda inquietante attraversa allora la loro vita: “Potrò ancora avere fiducia in qualcuno?”. Incontrandoli, a volte penso ingenuamente che io possa risolvere questo loro problema, che il nostro Paese possa diventare la loro nuova casa, che io sia in grado di aiutarli a trovare una casa, o di farmi io stesso casa in quanto raccolgo la loro storia. Ma mi rendo ben presto conto che questa fuga non troverà pace finché chi ho davanti non tornerà a sperimentare un luogo esistenziale accogliente, finché l’uomo o la donna di fronte a me non si sentirà di nuovo a casa perché ha ritrovato la propria dignità. Paradossalmente questo avviene quando tu sei accolto presso di lui/lei, quando diventi familiare, e quella sfiducia nel mondo, nella storia e negli uomini per un attimo svanisce e fai esperienza di una fraternità che trascende quella di sangue. A volte è solo questione di attimi, nei quali ti è permesso di intravedere che nel suo cuore la fiducia è ancora possibile. Questo incontro ti costringe a ribaltare la prospettiva: non sono io a essere casa per qualcuno, ma nella relazione che si costruisce diventiamo casa reciprocamente uno dell’altro, ci ospitiamo a vicenda. Soltanto quando si crea questo rapporto il più delle volte imponderabile, imprevedibile e quasi istantaneo, cadono le etichette: io non sono più chi ospita e lui/lei non è più chi fugge, ma siamo due persone una di fronte all’altra, a confronto. Lì si vede la possibilità di un germe di vita nuova, che è creativo e rigenerativo per tutti e due. Non è un’operazione data per acquisita una volta per tutte. L’incontro quotidiano con queste persone mi dice che siamo entrambi persone vulnerabili, come il virus ci ha ricordato, e che la sfida non è vincere la vulnerabilità (questa è la vera trappola) ma abitare questo mondo insieme, da vulnerabili.

di Chiara Tintori