· Città del Vaticano ·

Prossimità

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25 gennaio 2021

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Marco 1, 15). La vicinanza della signoria di Dio è il cuore dell’annuncio di Gesù, il Figlio che s’immerge nell’umanità per risollevarne il destino. Per i credenti questa è una buona notizia, per tutti una faccenda su cui riflettere. Vicino vuol dire prossimo, a breve distanza interiore più che fisica. Proviamo perciò a ragionare sulla prossimità come scelta decisiva, proprio in un tempo in cui si raccomanda la distanza di sicurezza. Fa pensare la storia del buon samaritano, presa da Papa Francesco, nell’ultima sua enciclica, come specchio in cui si riflettono molti tratti della nostra vita odierna, perché: «Tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano» (Fratelli tutti, 69).

A chi di noi non capita d’incontrare per strada persone con lo sguardo smarrito, il capo chino, l’andatura incerta, che tradiscono solitudine, paura, sconforto? Mai come in questi giorni non si riescono a camuffare i sentimenti più nascosti. Vedi uno con la mascherina abbassata e lo giudichi irresponsabile. Passa un altro troppo vicino e ti affretti a scansarlo. Due o tre siedono a un caffè e li guardi perplesso. Rischiamo così di diventare ossessivi, dibattendoci continuamente tra sentimenti opposti. Ma davvero questa situazione ci giustifica nel rimanere lontani, diffidenti, sospettosi di tutto e di tutti?

Accorgersi dell’altro, che ci passi accanto o sia distante, è un dono inatteso, una luce che si accende dentro, fa vedere oltre, al di là di sé, e spinge il cuore in avanti. Ci si può anche sentire più soli che mai, persino compagni di sventura, mai però totalmente estranei all’umano comune bisogno di compagnia e di prossimità. Nelle sue meditazioni Verso Gerusalemme, il cardinale Carlo Maria Martini scriveva: «Essere nel deserto vuol dire accorgersi di chi, ai lati della strada, è più disperato di noi, più solo di noi; vuol dire vivere la prossimità. Nel deserto, infatti, la prossimità è come più immediata, perché si comprende il bisogno di chi è più solo di noi».

All’incontro con chi è più debole, ferito o mezzo morto cadono le maschere, si viene fuori per ciò che si è veramente: «Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito» (Fratelli tutti, 70).

La vita scorre, il tempo passa, rimane solo quanto donato senza calcolo e senza rumore, che altri occhi oltre quelli di Dio non hanno visto. Non sarà mai stato inutile aver speso qualche briciola di tempo a raccogliere frammenti di umanità; ci rammenta Emily Dickinson:

«Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano».

di Maurizio Gronchi