«Fratelli tutti» - Per una lettura dell’enciclica di Papa Francesco

Una vocazione
alla cittadinanza

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19 gennaio 2021

L’idea di fraternità costituisce oggi un centro di interesse rilevante nel dibattito pubblico. Papa Francesco vi ha certamente contribuito grandemente, per avere fatto della fraternità un punto di riferimento del proprio pensiero fin dall’inizio del suo pontificato. La recente enciclica Fratelli tutti ha manifestato la sua originalità fin dal titolo, che dichiara i contenuti del documento: «Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale». La fraternità viene dunque trattata in stretta connessione con le relazioni sociali, con l’azione civile, sottolineando in tal modo non solo la dimensione personale, ma anche quella pubblica della fraternità. L’intreccio profondo tra fraternità e amicizia sociale riassume la metodologia dell’azione storica dei soggetti sociali che Francesco, dal 2013, va spiegando e sviluppando.

Fraternità aperta per una società aperta


Per il Papa questa fraternità è “universale”, e così la indica in più punti del testo. Si tratta di un punto di dottrina: gli esseri umani sono già fratelli per la redenzione operata da Cristo, che dà a tutti pari dignità in quanto figli di Dio. Tale condizione, che attiene alla natura umana redenta, deve però trovare progressivamente una concreta espressione nella storia. Per questo Francesco la definisce, in primo luogo, come «fraternità aperta»: per indicare un processo continuo, piuttosto che una condizione già acquisita.

La fraternità aperta tende a coinvolgere tutti, ma indica che l’universalità non è mai definitiva: ci sono continuamente ostacoli da superare, barriere da togliere. È un concetto dinamico che il Papa chiarisce citando san Francesco d’Assisi il quale, nelle Ammonizioni, specifica che l’amore fraterno ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui» (n. 1). La fraternità aperta è rivolta all’azione, indica un processo di inclusione continua che chiarisce che cosa la dottrina sociale cristiana intenda con “universalità” della fraternità: è una condizione costitutiva dell’umano, che va al di là dello spazio e del tempo, delle istituzioni, del sangue e delle fedi. Ma non può prescindere da tutto questo, non può imporsi, come per magia, dall’esterno: essa si realizza, progressivamente, attraverso la trasformazione e la maturazione delle istituzioni, del sangue e delle fedi. Sia il cristianesimo, sia le altre religioni e le culture umane sono coinvolte in questo cammino.

La Chiesa, pur essendo portatrice di questo messaggio universale, ha dovuto impararne i contenuti lungo la sua storia, imbattendosi nei limiti posti alla vera universalità dalle mentalità umane, che i cristiani assorbono dalle diverse epoche in cui vivono: limiti che il messaggio evangelico, incarnandosi, deve di volta in volta riuscire a superare. Francesco ricorda che «davanti alla tentazione delle prime comunità cristiane di formare gruppi chiusi e isolati, San Paolo esortava i suoi discepoli ad avere carità tra di loro e “verso tutti” (1 Ts 3, 12)» (n. 62).

Francesco sottolinea che il movimento vitale della fraternità aperta si svolge in tre passaggi: «riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita» (n. 1). Il primo atto consiste nel riconoscimento dell’altro: è ciò che Caino, ad esempio, non fa nei confronti di Abele. Non riconosce in lui qualcuno che gli è pari in dignità. Il riconoscimento reciproco è condizione necessaria per la nascita di un rapporto orizzontale di uguaglianza, senza il quale non si forma la comunità. Il secondo atto consiste nell’apprezzare l’altro, cioè nello stimarlo per ciò che egli è: significa assentire e dare valore alla sua differenza, che si manifesta nella sua libertà. Il terzo atto, infine, è amare l’altro, cioè scegliere consapevolmente di legare la propria esistenza al suo bene. Sono tre atti esistenziali, attraverso i quali decidiamo il nostro modo di essere umani. Ma essi corrispondono anche a tre principi-guida che possono assumere valenza politica: dalla fraternità sorgono la libertà e l’uguaglianza; si crea la realtà di un bene comune.

Ciò che segue immediatamente nel pensiero di Francesco è la spiegazione che i tre atti sono incondizionati, nel senso che non pongono all’altro alcuna condizione perché egli sia considerato fratello, o ella sia sorella: andare oltre la vicinanza fisica, il luogo di nascita e di vita, significa considerare la differenza di cultura, di storia e di religione non come ostacoli alla fraternità, ma come le situazioni reali nelle quali essa si manifesta. Apparteniamo alle nostre comunità e culture, perché non si può essere umani se non nel concreto della particolarità. Ma usciamo da esse per vivere la dinamica della fraternità aperta, perché solo l’universalità può farci apprezzare la particolarità dell’altro.

La fraternità aperta non agisce solo nelle relazioni personali dirette, ma anche in quelle indirette: amare l’altro che mi è lontano, che non conosco, è possibile soltanto attraverso le organizzazioni sociali, le istituzioni nazionali e internazionali. La fraternità aperta è dunque anche fraternità politica, si realizza, oltrepassando i limiti propri di ogni comunità chiusa, nello spazio pubblico, per mezzo di tutti gli strumenti associativi e istituzionali che permettono di agire in modo trasparente e democratico.

Amicizia sociale: oltre le «conventicole» religiose e ideologiche


L’amicizia sociale, nella visione di Francesco, è proprio ciò che permette di realizzare il progetto fraterno. Commentando la parabola del buon samaritano egli spiega: «È un testo che ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del nostro Paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale. È un richiamo sempre nuovo, benché sia scritto come legge fondamentale del nostro essere: che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano» (n. 66). Per farlo, è necessario partire da quella «opzione di fondo» che la parabola indica, l’opzione fraterna: «La parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune» (n. 67).

Francesco riporta il processo di costruzione di tutti i legami sociali alla sua radice fraterna: l’amicizia sociale comincia dalle relazioni costitutive elementari e arriva fino alla dimensione degli attuali sistemi economici, politici e culturali, che il Papa non esista a mettere in discussione. Forse è questo, nel pensiero di Francesco, che può fare paura a qualcuno: egli attualizza e ripropone la visione cristiana di una fraternità che parte dalle scelte personali più profonde, che matura nell’ambito delle relazioni personali, e si sviluppa poi nelle comunità intermedie, nel sociale organizzato che conosce le situazioni concrete ed è capace di trasformare i propri interventi in progetti generali: fino a interagire con il livello politico per realizzare strategie di fraternità. Con questo, siamo nel cuore della dottrina cristiana, nel pieno di quella «coerenza eucaristica» che Benedetto xvi , in sintonia con il suo successore, ha più volte richiamato invitando i cristiani a comportarsi come tali in tutti gli aspetti, privati e pubblici, della loro vita.

Forse fa paura che questa visione attiri consenso e realizzi la convergenza di uomini e donne di culture e fedi diverse, come Francesco aveva ben spiegato ai giovani cubani nel discorso del 20 settembre 2015, all’Avana, proponendo loro l’amicizia sociale: «Sognate [...] e raccontate i vostri sogni [...] non ci chiudiamo nelle conventicole delle ideologie o delle religioni [...] Cuori aperti, menti aperte. Se la pensi in modo diverso da me, perché non ne parliamo? Perché stiamo sempre a litigare su ciò che ci separa, su ciò in cui siamo diversi? Perché non ci diamo la mano in ciò che abbiamo in comune?». E continuò raccontando l’esperienza di un gruppo di studenti universitari, di idee molto diverse tra loro, che costruivano dei locali per una parrocchia di una zona molto povera di Buenos Aires: «Erano tutti diversi, ma tutti stavano lavorando insieme per il bene comune. Questa si chiama amicizia sociale, cercare il bene comune».

I giovani: “utili idioti” o protagonisti del cambiamento?


«Mettere in comune i sogni». I sogni per Francesco non sono illusioni, ma ideali regolativi, capaci cioè di indicare la direzione dell’agire. I giovani in realtà sono i veri protagonisti anche dell’enciclica. Francesco vi espone una visione e un insieme di processi che, a iniziare da oggi, possono essere abbracciati soltanto da persone che abbiano a disposizione una vita intera da dedicarvi. Ma ci vuole attenzione, perché i giovani sono il bersaglio naturale delle diverse forme di pensiero ideologico. Francesco li mette in guarda all’inizio del primo capitolo dell’enciclica, «Le ombre di un mondo chiuso», che è un vero e proprio breve trattato di critica delle ideologie: «È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (o de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni. A tale scopo hanno bisogno di giovani che disprezzino la storia, che rifiutino la ricchezza spirituale e umana che è stata tramandata attraverso le generazioni, che ignorino tutto ciò che li ha preceduti» (n. 13). Che siano insomma, mi permetto di aggiungere citando Lenin, una generazione di «utili idioti».

L’enciclica Fratelli tutti è una prima risposta alla preoccupazione di formare una coscienza storica.

Riguardo alla fraternità, in particolare, è importante avere le idee chiare. Papa Francesco la presenta radicandola nelle sue sorgenti bibliche e, soprattutto, evangeliche. Ma la collega con forza a Francesco d’Assisi, colui che, in modo particolare, ha attualizzato per il proprio tempo la dimensione universale della fraternità, sia nella spiritualità e nella vita di ogni giorno, sia nella dimensione sociale e, come viene espresso dalla sua missione presso il sultano, nell’azione politica.

I grandi principi umani che vengono trasmessi dalla Rivelazione cristiana, non sono infatti compresi una volta per tutte, ma vengono sempre meglio conosciuti attraverso l’esperienza che ne viene fatta nel corso della storia, non solo da parte dei cristiani o, in generale, dei credenti, ma di tutti gli esseri umani. Per questo Papa Francesco accoglie nel proprio pensiero tutte queste fonti, come è caratteristico nella metodologia della dottrina sociale cristiana, la dottrina che continua a essere scritta. E ai giovani non solo consegna la ricchezza di una tradizione, ma apre anche una strada per rinnovarla: la coscienza storica è necessaria per fare la storia che ancora non c’è.

di Antonio Maria Baggio