# CantiereGiovani
Le nuove sfide della pedagogia nell’ultimo saggio di Armando Matteo

Prigionieri di un’immagine

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18 gennaio 2021

Pubblichiamo stralci dell’introduzione al libro «Il nuovo bambino immaginario. Perché si è rotto il patto educativo tra genitori e figli» (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2020, pagine 122, euro 12).

Ogni adulto che viene a sapere di diventare genitore — uomo o donna che sia — non resta mai semplicemente in attesa del momento in cui colui o colei che sarà appunto suo figlio o sua figlia si manifesterà in carne e ossa. Non riesce, infatti, proprio ad attendere pazientemente la nascita al mondo del suo cucciolo per cercare di decifrarne, in un secondo momento e col tempo e con l’impegno che saranno necessari, il carattere, i gusti, i sogni: insomma quella singolarità, quella parola unica rivolta al mondo già esistente — che ogni essere umano incarna. Al contrario, consapevolmente o meno, riservatamente o pubblicamente, l’adulto “in attesa” inizia sin da subito ad immaginare suo figlio. Sì, inizia a concepire nella sua testa il figlio che ha concepito nella carne. E nessuno pensi che questa seconda “concezione” — questa concezione mentale — sia meno potente ed eccitante della prima concezione, quella reale: quella, cioè, che porterà sulla terra un nuovo rappresentante della specie.

Certo, si potrebbe pensare — e in parte è così — ad un gioco innocente, spesso anche inconscio. Che male c’è, del resto, ad iniziare a pensare al sesso del nascituro (almeno sino a quando il ginecologo o la ginecologa con i loro potenti e misteriosi mezzi non sveleranno l’arcano) e ancora al colore degli occhi e dei capelli ovvero al possibile timbro della voce? (...) E ancora: non sarà possibile poi, con un piccolo sforzo di immaginazione appunto, individuare dalle risposte offerte alle domande sinora poste quella che potrebbe essere anche la sua vocazione agli studi — classici o forse scientifici o addirittura artistici — e dunque ipotizzare, ipoteticamente si intende, una qualche professione che lo renderà sempre più soddisfatto e riconoscente verso il suo genitore? Tutto questo potrebbe, senz’altro, essere rubricato come un gioco.

Ma non è un gioco privo di conseguenze: codesti pensieri che giocosamente si susseguono l’un dopo l’altro, attingendo non raramente al personale bagaglio inconscio di sogni e di aspirazioni rimasti incompiuti, in verità, danno alla luce ciò che viene normalmente chiamato “il bambino immaginario”. Ed è proprio con questo “bambino”, frutto della mente del genitore, che il bambino reale, frutto del suo sangue e della sua carne, dovrà confrontarsi. O meglio sarà confrontato al momento della sua nascita. E tanto più velocemente il genitore avrà accettato di mettere da parte il bambino immaginario da lui concepito durante il tempo della gravidanza, tanto più celermente sarà capace di accogliere e prendersi cura del piccolo che è venuto al mondo: che è certamente “suo” figlio, ma, ancora di più, come ogni essere umano, è figlio “a modo suo”, cioè in modo irripetibile e imprevedibile. E su un tale argomento, partendo dalle analisi di Sigmund Freud sul narcisismo che tocca in sorte anche all’amore genitoriale e arrivando alle intuizioni sul «bambino della notte» di Silvia Vegetti Finzi e sul «figlio del desiderio» di Marcel Gauchet, è stato detto praticamente quasi tutto quello che c’è da sapere. Ma non è di questo che il saggio che qui introduciamo intende parlare. Il suo tema è “il nuovo bambino immaginario”. Al suo cospetto, quello raccontato nelle righe precedenti sembrerà qualcosa di quasi ordinario, addirittura innocuo. L’intendimento specifico delle pagine che seguono è infatti quello di richiamare l’attenzione del lettore — sulla scorta anche di altri e qualificati studi indicati di volta in volta nel corso delle pagine che seguono e con un’attenzione speciale al già citato appello fatto da Papa Francesco sulla necessità di «ricostruire un patto educativo globale» — su un più recente fenomeno sociale che proponiamo di indicare appunto con il termine di “nuovo bambino immaginario”.

Il fenomeno in questione non riguarda più ciò che capita al bambino reale “prima” della sua nascita, bensì a ciò che gli tocca in sorte “dopo” che è venuto al mondo. E ciò che gli tocca in sorte è quello di essere sottoposto ad una decifrazione del suo essere che non coincide affatto con il suo essere reale. Improvvisamente, il bambino reale smette di essere semplicemente un bambino: e cioè l’inizio e l’avvio del tutto aperto e insidioso di un essere umano, chiamato a conquistare un suo specifico spazio in un mondo già abitato da altri. Comincia, invece, a materializzarsi (agli occhi dei suoi genitori, innanzitutto, ma non solo ai loro) come un essere umano già compiuto, completo, potenzialmente in grado di stabilire ogni cosa riguardo al suo destino, già dotato dunque di un posto e di un indirizzo di vita.

Il nuovo bambino immaginario è cioè un essere umano semplicemente “all’inizio” e non più “l’inizio” di un essere umano. Così concepito, il bambino diventa null’altro che un adulto di piccola taglia: «un adulto basso di statura», come giustamente affermò Irene Bernardini. E ciò che ne stabilisce la differenza con gli altri adulti è un certo “nanismo transitorio”, destinato a scomparire con gli anni. Crolla così, nei genitori, soprattutto, ma non solo in loro, lo spazio mentale per comprendere qualcosa come l’infanzia: l’infanzia — afferma più che giustamente Marina D’Amato — oggi scompare. Patisce il destino dell’oblio. Ed è così che quel tempo che è necessario ad ogni piccolo d’uomo per apprendere le parole (tutti sappiamo che “infante” è colui che non è ancora in grado di parlare) e tramite queste ultime imparare a dare un nome a quel mistero grande che è la vita intorno a lui e soprattutto dentro di lui, quel tempo, per l’appunto, oggi non c’è più. Non c’è più, perché i genitori hanno stabilito che, di esso, il bambino non ha più bisogno.

Il nuovo bambino immaginario, in verità, ha già “il tutto di sé” praticamente “dentro di sé”, ma non in forma appena potenziale, come sinora si è creduto, per l’attivazione della quale si richiederebbe un immenso lavoro educativo. Il nuovo bambino immaginario è già ciò che sarà: il tempo che gli serve non è quello dell’uscita da uno stato di mancanza e di potenzialità verso uno di pienezza e di presenza, ma quello dell’automanifestazione di una potenza d’essere sorprendente e ricchissima, sin da sempre in lui, prima in formato small e poi sempre di più in quello normal.

di Armando Matteo