· Città del Vaticano ·

Nel documentario di Maria Tilli sulla tossicodipendenza

La forza della comunità

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18 gennaio 2021

«Certe volte pensano che non siamo più neanche esseri umani. Non capiscono che dietro alla droga c’è una persona. È la droga che l’ha fatto diventare così. In realtà sotto c’è un uomo, c’è una donna. Però le persone non la vedono così, la vedono come lo scarto della società, ormai». Daniele, 21 anni, è un ospite della comunità di San Patrignano. Racconta il suo calvario, fra eroina, cocaina e canne. Le botte alla mamma. I furti. L’aborto della fidanzata adolescente. Adesso è in comunità, serve in mensa perché gli piace il contatto con gli altri. Si confida alla macchina da presa di Maria Tilli. La sua testimonianza, così trasparente, così tragica e così densa di umanità, è proposta senza commenti. La regia è rispettosa, attenta a non superare il limite.

E le frasi di Daniele, insieme con quelle di Stefano, Caterina e di altri ospiti della comunità di San Patrignano, fanno male. Arrivano dritte al cuore. Scavano nell’anima dello spettatore. Ci siamo abituati a chiudere gli occhi di fronte al dramma delle tossicodipendenze del terzo millennio. I ragazzi nati nel Duemila scelgono l’autodistruzione della droga anche se alle spalle hanno famiglie felici e affettuose.

È un vuoto più grande quello che cercano di riempire con le droghe. Si tratta di una questione di coniugazione dei verbi, ripete spesso Papa Francesco. Questi ragazzi vengono da una cultura che li ha spinti ad usare sempre ed esclusivamente la prima persona singolare. Insieme con l’attenzione esasperata per l’io, cresce così la dipendenza dalle droghe, come fosse una sorta di medicalizzazione dell’infelicità.

A San Patrignano, ma succede anche negli altri centri di recupero, i tossici, gli scarti dell’umanità, scoprono invece la forza della comunità. Si sentono costretti a cambiare la coniugazione dei verbi e passano dall’io al noi. «Ho fatto tanto i conti con me stesso quando ho iniziato a seguire un’altra persona», dice Stefano, ventisette anni, di cui gli ultimi sei passati in comunità. «Allora, lì ho iniziato veramente a cambiare. Io rappresento la comunità, agli occhi di questa persona nuova. Se io devo rappresentare la comunità ma non credo nella comunità ti racconto le favole».

Il documentario Lontano da casa è stato trasmesso domenica 17 gennaio, nello spazio degli speciali del Tg1. È stato prodotto con Rai Cinema per Bielle Re da Giuseppe Lepore e Simone Isola. Si tratta di un bell’esempio di cosa significhi fare servizio pubblico, perché non è una risposta alla serie SanPa in programmazione su Netflix. Sembra, al contrario, una esemplificazione dell’antico detto popolare sul dito e la luna. Quando il dito indica la luna, gli sciocchi guardano il dito. Su Netflix SanPa è dedicata ai metodi usati da Muccioli. Il dito, appunto. Con Lontano da casa, Maria Tilli non ha smesso un solo secondo di guardare la luna, il dramma delle tossicodipendenze giovanili. «Le voci di Daniele, Caterina e Stefano sono come tre voci distinte che raccontano insieme la stessa storia. Una storia che però non riguarda solo loro, una storia che riguarda tutti», dice la regista.

di Andrea Piersanti