Noelia dal Paraguay
al Paradiso

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16 gennaio 2021

Nel suo diario della pandemia — raccolto nel libro «Quarantena-Cuarantena» (Edizioni San Paolo, 2020) — Alver Metalli ha raccontato l’incontro con una giovane paraguayana gravemente ammalata. Il racconto è proseguito in rete, dove ha suscitato forte emozione. Lo pubblichiamo qui di seguito con un’aggiunta finale che l’autore ha voluto affidare alle pagine di questo giornale.

Noelia sa che non le resta molto da vivere nel mondo infetto della pandemia. Pensa a quello che verrà, e si prepara ad andarci. È sicura che la riceverà Cristo, e vuole presentarsi degna e monda alle porte del suo regno. Ne è convinta, anzi, sembra essere l’unica certezza che ha nell’incertezza dei suoi giorni afflitti da un cancro che non le lascia scampo. La madre paraguaiana le sta al fianco tutto il tempo da sette mesi a questa parte. L’ha accompagnata in Argentina dal Paraguay ed entrambe sono state bloccate dall’inizio della quarantena. Non vuole che sua figlia “se ne vada da sola” come capita per tanti in questi tempi contaminati. Ha lottato con le autorità dell’ospedale per non separarsi da lei, e ci è riuscita.

È contenta, pur nel dolore per quel che sa dovrà succedere, che Noelia chieda di ricevere la comunione per prepararsi all’appuntamento che l’attende. E se non c’è un sacerdote a portata di mano, che sia un laico a darle il viatico di cui ha bisogno più ancora della morfina che le somministrano da un paio di settimane.

Sono stato preso di sorpresa dalla richiesta. Porto alimenti nelle case di persone inferme in una villa misera argentina da quando è iniziata la quarantena, ma è la prima volta che qualcuno reclama un alimento differente, un “alimento per l’anima” come lo chiamava il vecchio catechismo.

Ho esitato, ci ho pensato su, ho chiesto consiglio ad un sacerdote amico. Mi sono anche fatto spiegare da chi sa di queste cose come bisognasse comportarsi in un caso così, e quali fossero le preghiere che andassero recitate in un momento come quello. Il giorno dopo sono andato da Noelia con due ostie consacrate avvolte in un fazzoletto bianco, una per lei l’altra per la madre, e un foglietto con trascritte le invocazioni per i morenti.

Quando sono entrato nella sua stanza Noelia ha capito subito cosa avessi in mano e ha sorriso. Aspettava quella particola come le medicine palliative che hanno iniziato a somministrarle. Si è sollevata e si è seduta sul letto con grande sofferenza, la mamma si è messa al suo fianco rimanendo in piedi.

Mi ha fatto impressione come mai prima leggere davanti a loro le formule che precedono l’atto di impartire la comunione, le richieste di perdono per la poca carità, per la poca fede, per la mancanza di speranza, e quell’affidamento totale in Chi dà la vita eterna e può risuscitare anche il corpo martoriato nell’ultimo giorno.

Non ho aggiunto nessuna parola, e del resto non avrei saputo cosa dire. Tutte le parole erano state dette, quelle giuste. Quelle di cui l’anima ha bisogno.

Come ci si può preparare a morire così? Nel dolore e nell’abbandono, in un Paese che non è il proprio, lontano dal padre e dai fratelli che non possono stare al capezzale e che Noelia sa che non rivedrà mai più? Esiste poi un modo? Avvicinandosi quel momento estremo la sua stessa prossimità ci aiuta ad accettarlo? Il mistero che ci ha chiamati all’essere, ci ha dotati anche della capacità di scioglierci in pace dall’abbraccio della vita?

Noelia è morta dopo un’agonia che non le ha risparmiato sofferenze nonostante le cure palliative che ha ricevuto nelle ultime settimane. Aveva da poco compiuto 22 anni. Glielo hanno detto che non c’era più niente da fare. Mi ha riferito la mamma che ha pianto un po’. Voleva almeno rivedere il padre e i fratelli che vivono in Paraguay, ma il covid che imperversa in questo periodo ha chiuso ermeticamente la frontiera tra i due Paesi. Voleva anche rivedere Veronica, una ragazza in sedia a rotelle dalla nascita, con cui aveva stretto amicizia.

Noelia era stata ricoverata dapprima per un tumore cerebrale che si è poi esteso alla spina dorsale generando una paralisi degli arti. Sono entrato in contatto con lei in questo momento. Casualmente. Perché un conoscente di Noelia si era accorto che faceva sempre più fatica a camminare. Ha cercato chi poteva aiutarla ed è arrivato alla villa. Con l’aiuto di una famiglia della cittadina di Campana che ha due figli in sedia a rotelle — una è Veronica — gliene abbiamo procurata una e per un tempo l’ha usata. Quando riceveva visite si faceva trovare seduta e con il busto eretto, da vera signorina. Poi l’ennesimo e ultimo ricovero.

Purtroppo, alla fine dei suoi giorni, l’hanno anche trovata positiva al covid-19. Probabilmente l’ha contratto in ospedale. Una cosa malaugurata. La mamma voleva portare il corpo in Paraguay e almeno da morta ricongiungerla alla famiglia che non l’ha vista da quando lei è venuta in viaggio in Argentina all’inizio del 2020. Ma proprio per la positività riscontrata non le hanno permesso quell’ultimo viaggio, il viaggio di ritorno. La penultima battaglia della madre è stata quella di resistere all’ingiunzione di cremare la salma. Per una paraguayana devota della Madonna di Caacupé il corpo è importante, da vivi e da morti. Ha ottenuto di seppellirla nel cimitero del municipio di San Martin, nella provincia di Buenos Aires. Una sepoltura provvisoria in terra. L’ultima battaglia della mamma, che sta ancora conducendo, è quella di dare una sepoltura dignitosa a Noelia. Non ha rinunciato a portarla in Paraguay, ma questo avverrà con il tempo. Ha calcolato che la lapide costa 35 mila pesos argentini. Per riunirli sta vendendo porzioni di pollo cucinato, che le passiamo in casse da 10 unità.

di Alver Metalli