· Città del Vaticano ·

«Campi d’ostinato amore» di Umberto Piersanti

In attesa del risveglio

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16 gennaio 2021

Umberto Piersanti è una delle voci più importanti della nostra poesia. Che ha un timbro forte, inconfondibile. Non solo per la lunga e profonda esperienza del verso, ma anche e soprattutto perché non si è mai tirato indietro di fronte alla vita. Quella vita la cui potenza ci disorienta, ci spaventa, ci ubriaca. Piersanti si pone al cospetto dell’esistente e lo canta.

La sua poesia sta tutta nel tempo, un grande tempo. Quello della memoria, perché «Il tempo poi dissolve le figure / ad una ad una nel vortice / degli anni rapinate, / contro il vuoto che ghiaccia / sangue e fiato / dentro l’aria le incidi / per l’eterno». Ma quello di Piersanti non è uno scavo nella memoria, perché in realtà le immagini, i colori, gli odori, sono sempre presenti, «Salgono le memorie / fitte alla gola» sospese in un senzatempo. Così è in questo suo ultimo bellissimo libro, Campi d’ostinato amore (Milano, La nave di Teseo, 2020, pagine 176, euro 19) dolcissimo, struggente, ma pure pieno di vita, in cui proprio il tempo è protagonista in quanto scrigno sempre aperto di storie che gli fanno dire «non sopporta la vita / spazi deserti / colma d’erba e foglie / ogni interstizio, / il tempo le dissolve / e le rinnova».

In tutta la sua opera il poeta ci ha abituati all’ascolto di un vissuto corale di figure schiette, autentiche (madri, padri, uomini in armi, fanciulli, ragazze) che stanno vivide nello sguardo, «volti nella mente infissi / (…) e poi così lontani, / lontani e persi, / nell’oscura veglia». Ma «se trovi una foto / è in bianco e nero» e stavolta infatti, Piersanti compie uno scarto deciso e vira diretto verso l’età più verde, «infanzia, eterna epifania», nell’occhio bambino dove tutto è stupore, meraviglia, e si fa mito.

«Una gracile memoria / invochi e preghi», lo sguardo dei bambini come è noto, è sempre molto serio, autentico. Nei loro occhi si fermano i fatti salienti, che non coincidono necessariamente con i macro-eventi, anzi, spesso ne sono il minimo controcanto. Così Piersanti canta le storie di una terra, la sua terra, le Cesane, i boschi, le fonti, i fossi. E gli animali, la serpe nera, gli armenti che si abbeverano, e ancora gli uomini, i partigiani, i soldati, i “neri”. Tutti elementi che si muovono in un orizzonte tangibile, vicinissimo. Questo è possibile anche grazie al tono “fattuale” e insieme eminentemente lirico del testo, in cui convive la rarefazione dell’immagine e la concretissima nominazione dettagliata della natura (Piersanti è da sempre un grande conoscitore del mondo botanico). Anche il verso nella sua forma, prende il tono del narrare infantile.

I singoli versi si fanno brevi, spesso brevissimi; l’endecasillabo si spezza e si ricompone nel canto. La punteggiatura è totalmente rarefatta: niente punti, solo virgole e spazi bianchi. Così in questa poesia coesistono gli estremi. Da un lato «il tempo è eterno / come l’orizzonte, / sconfinato lo intravedi», dall’altro lo sguardo affonda «in un tempo / remoto, / remoto più di ogni altra storia / e vicenda», mentre «da forestiero cammini / dentro il presente». Ma la cifra è ancora in questi versi “naturali”: «l’acqua del fosso scorre, / sempre diversa, / porta lontano i volti / e non sai dove»; e contemporaneamente «si fa muta la terra / in questa lunga attesa / del risveglio». Infine, c’è come una sintesi in questa scrittura, si percepisce l’urgenza di un linguaggio essenziale, primordiale.

Ed è come se Piersanti ci voglia svelare il “codice sorgente” di tutta la sua poesia. «Come gli inquieti animali / dentro i boschi / cambiano penne e pelle / con le stagioni, /così le fibre / dentro i nostri corpi / mutano sangue e mente / lungo gli anni».

La nostalgia è dolce e addirittura rassicurante, perciò non è mai rimpianto, men che meno retorica e infatti il passato è sì riletto in chiave mitica, ma senza alcuna ideologica polemica con la modernità. Il canto popolare è reinventato, ma nella consapevolezza di una esperienza reale del poeta. Di conseguenza, anche ciò che è frutto di immaginazione si inserisce nella nascita delle leggende, condividendone la credibilità.

Se la memoria è resa friabile nell’isteria del presente, allora il poeta la ricostruisce e ravviva, perché in quel mondo di sogno, in quell’immaginario di vita cruda e dolcissima, si muove il mistero che è una grazia, che fa la differenza dei grandi miti e le leggende.

di Nicola Bultrini