· Città del Vaticano ·

Reportage

La trappola balcanica

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15 gennaio 2021

Le marcia dei migranti s’infrange al confine fra Bosnia ed Erzegovina
e Croazia come in un limbo di ghiaccio
Dal 2018 da qui sono passate circa settantamila persone


Lo lasci bambino in Serbia, in un campo di raccolta in mezzo alla neve e lo ritrovi adolescente, due anni dopo in Bosnia ed Erzegovina, in un campo bruciato in mezzo alla neve. Un po’ di barba in più, stesse scarpe sfondate, senza altra possibilità che tentare e ritentare di passare la montagna verso un’Europa che chissà se esiste oltre la barriera di metallo. Può trascorrere così una vita umana, dall’Afghanistan al nulla, dall’infanzia alla vecchiaia, senza sonno, riposo, riparo. Solo cammino, neve, scabbia, arti gelati e tanfo allo stato solido. Da un muro all’altro. E non c’è dubbio che anche il covid-19, si sia aggiunto ai compagni di viaggio.

La rotta balcanica dei migranti, una Nazione in marcia dalle terre delle guerre perpetue, si infrange contro il confine fra Bosnia ed Erzegovina e Croazia ormai da quasi cinque anni. Dal 2018 da qui sono passate circa 70 mila persone, per quanto i numeri non diano che un’idea pallida dell’esercito di ombre che sfugge ai controlli, si rintana nei boschi, si acquatta nei casolari, abbandonati da altre famiglie bosniache ai tempi della guerra fratricida degli anni ‘90. Qualcuno alza un tendone di teli nella neve, risibile riparo per chi non ha che gli stessi abiti con i quali ha salutato la madre a Kabul anni prima. Molti, infatti, sono minori, ragazzini in cerca di raggiungere parenti nel nord Europa.

Per loro la tagliola che li condanna a vagare scacciati fra una frontiera fortificata all’altra, è scattata nel marzo 2016. Fino ad allora la colonna dei fuggiaschi prendeva la via della Repubblica della Macedonia del Nord, della Serbia fino all’Ungheria. Poi il patto dell’Ue con la Turchia per la gestione dei migranti ha strozzato il passaggio da un lato. Dall’altro, l’Ungheria di Viktor Orbán ha sollevato i suoi muri e i suoi droni sul versante europeo, 175 chilometri di barriera metallica al confine con la Serbia. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, un sinistro ritorno.

La rotta degli infelici è diventata una trappola balcanica. La via verso l’Europa si è spostata a ovest, passando per la Bosnia ed Erzegovina che si è trasformata in un limbo di ghiaccio dove i fantasmi della guerra degli anni ‘90 hanno dato il benvenuto ai fuggiaschi da Siria, Pakistan, Afghanistan. Loro, i vivi, hanno riempito case vuote e fabbriche dismesse di un territorio povero, spopolato ed in via di spopolamento. Non hanno luce, acqua, bagni, se un riparo ce l’hanno in uno dei campi. Sono ostaggi di un grande stallo in cui gli Stati balcanici e la Ue non riescono, non sanno o non vogliono farsi carico delle persone in pericolo costante di vita che sono i profughi. Sono sei i Paesi balcanici occidentali che sperano di essere accettati dalla Ue, Bosnia ed Erzegovina fra questi. L’Europa chiede di intervenire nella crisi balcanica con risposte a lungo termine per le quali mancano, però, forze e tessuto istituzionale. La Bosnia ed Ezegovina, la trappola balcanica dove cresce l’insofferenza per il fardello umano privo di speranze piovuto nel deserto di ghiaccio dall’altra metà del pianeta, vede il traguardo spostarsi.

Chi sono gli ostaggi dello stallo di reciproche debolezze e carichi storici irrisolti? Madina, che aveva sette anni ed ora è sepolta a Šid, al confine fra Serbia e Croazia, vicino ai binari dove il 21 novembre del 2017 è finito per lei il «game», è un volto per tutti questi ostaggi della rotta balcanica. Il «gioco» per lei era partito, con madre padre e cinque fratelli, dall’Afghanistan meridionale. Loro, ora sono arrivati in Francia. Lei è stata agganciata da un treno merci in corsa, dopo un respingimento violento della polizia croata ed è rimasta lì. Risucchiata e sbalzata via da un muro in corsa, è stata riportata in braccio dalla polizia croata, come una bambola rotta, chiedendo pietà. Non ha passato il confine, neppure dopo morta. Madina ha avuto una piccola tomba nel ghiaccio, vicino ai binari che segnano il confine. La foto che vedete in pagina è del settembre 2017: Madina, petulante e impertinente, gioca con i volontari.

Di lei si ricordano benissimo Sergio Macrida, della Caritas Ambrosiana, e Silvia Maraone, dell’Istituto pace e sviluppo innovazione (Ipsia) delle Acli, e responsabile dei progetti per i migranti per la rete Caritas in Bosnia che presidia la tragedia fin dal 2015. Silvia la rivede arrivare trionfante con i due gattini neri che aveva sottratto ad una cucciolata al grido di «cats, cats»: gatti che le aveva affidato perché a Madina sembrava normale che qualcuno avesse cura di creaturine disperse. Sergio ricorda le sue richieste di gioco («fabbricami una spada»). Aveva una sorella maggiore, Nilab, che sognava la musica occidentale e nel campo non osava guardare il ragazzo del quale avrebbe voluto innamorarsi. Vite intrappolate nell’attesa di tentare il game, il passaggio verso l’Europa, verso la richiesta di asilo, spesso quasi impossibile da presentare, figurarsi ottenerla. La famiglia di Madina ha trovato il sostegno necessario per fare causa alla polizia croata che quella notte li ha rigettati all’indietro lungo i binari, con Madina che aveva perso la mano di un adulto nel buio. I respingimenti violenti sono fra le principali cause di morte.

Da quando la rotta balcanica è andata a precipitare nel buco nero della Bosnia, il costo per tentare il passaggio della frontiera con la Croazia si è quadruplicato. Se costava mille dollari a persona fino al 2016 tentare la sorte, per chi se li poteva permettere attingendo al sostegno delle famiglie in patria, ora ce ne vogliono 4 mila. Il campo di Lipa, sorto al confine ufficialmente per l’emergenza coronavirus, era diventato un collettore per essere umani affogato nel fango prima e nel ghiaccio poi. È andato a fuoco il 23 dicembre, quando il migliaio di anime che gli orbitava attorno si è sentito minacciato da un trasferimento nella notte. I media locali parlano ora di una sua ricostruzione, di tende riscaldate, di 900 persone al sicuro. Silvia, testimone sul posto, conferma che l’esercito qualche tendone l’ha montato. «Ma almeno 400 persone restano all’addiaccio — riferisce — e le tende sono talmente precarie che c’è chi preferisce abbandonarle e costruirsi ripari insieme al gruppo con cui viaggia». Si aggiungono, a centinaia, alle migliaia di invisibili che — decimati dal freddo polare, dalle malattie, dal coronavirus — non hanno neppure il privilegio di rientrare in una conta ufficiale e si rintanano da un bosco all’altro davanti alla porta che l’Europa non sa aprire.

di Chiara Graziani