· Città del Vaticano ·

Appunti di viaggio

Il villaggio delle vedove afghane

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
15 gennaio 2021

Solo donne precocemente invecchiate e torme di bambini sono rimasti a vivere nel villaggio di casupole di argilla non lontano dal confine con l’Iran, nel distretto afghano di Adraskan . Un tempo si chiamava Mir Ali, ma ormai tutti lo conoscono come Qala-e-Biwala che in afghano vuol dire il “paese delle vedove”. Gli uomini — mariti e padri — sono stati uccisi o sono scomparsi mentre cercavano di fare soldi portando clandestinamente oppio in Iran. Ogni viaggio sono 100-200 dollari, una fortuna per famiglie afghane che non posseggono nulla, pochi spiccioli per i signori della droga che mandano alla morte tanti disperati. L’Iran rappresenta la via attraverso cui gli stupefacenti arrivano in Europa; allo stesso tempo però è anche il primo mercato di consumatori e la Repubblica degli Ayatollah, con la piaga di oltre due milioni di tossicodipendenti, si difende con le maniere forti, sparando ai trafficanti, imprigionandoli e spesso condannandoli all’impiccagione. Così gli uomini di Qala-e-Bilawa ad uno ad uno sono spariti, lasciando dietro di sé un’ottantina di vedove. Humaira è una di loro, 40 anni, il viso scoperto anche se incorniciato da un lungo velo nero: ha perso il marito una decina di anni fa; le hanno detto che è stato catturato e condannato a morte in Iran, ma nessuno le ha restituito il corpo. Racconta, in un video trasmesso dal sito di Radio Ghandara, un’emittente afghana, che sopravvive lavando i vestiti per persone più ricche. Ha sei figli. «Non abbiamo nessuno che ci aiuti». Qui, solo poche donne hanno potuto seppellire i corpi dei mariti, recuperati alla frontiera. Il cimitero è il luogo più frequentato del villaggio: le tombe, costruite con buoni materiali, risaltano su una collina spazzata dai venti a un centinaio di metri dalle case crepate e senza finestre, senza elettricità e acqua corrente. Si narra che Qala-e-Biwala sia diventato il villaggio più famoso dei corrieri della droga per gli incredibili guadagni fatti una trentina di anni fa da uno dei suoi abitanti, ora un capo-milizia nella vicina città di Herat. Chi ha seguito il suo esempio non è stato però altrettanto fortunato.

Fatima, una tessitrice di lana e madre di cinque bambini maschi, racconta che il marito, Fazel Haq, aveva tentato di procurarsi da vivere raccogliendo e vendendo sterpaglie, usate per cuocere e riscaldarsi. Per disperazione, alla fine, aveva però accettato di diventare un corriere di oppio. Nel 2015 è stato ucciso dalle guardie di frontiera.

Dall’economia della droga è difficile tenersi lontani in Afghanistan. Nonostante il tentativo degli americani di smantellare le coltivazioni di papavero che fioriscono specie nelle province di Helmand e Farah, dal 2002 al 2017 la produzione di oppio è cresciuta da 3.400 tonnellate a 9 mila tonnellate. Un giro di affari per oltre 6 miliardi e mezzo di dollari, l’11 per cento del Pil afghano. Il traffico clandestino di oppiacei è pari alle esportazioni legali dell’Afghanistan. Oltre 800 mila persone vi lavorano. Il 40% dei fondi dei talebani arrivano dalla produzione di droga, su cui gli islamisti impongono una tassa del 20%. A guadagnarci sono anche gruppi criminali, settori corrotti dello Stato, i coltivatori, fino ad arrivare alla manovalanza più povera, quella dei corrieri delle province frontaliere con l’Iran. Il governo centrale è troppo debole per intervenire e i colloqui di pace con i talebani non rassicurano certo sul futuro del Paese. «Qui gli uomini in cerca di lavoro hanno solo due scelte: unirsi ai talebani o diventare corrieri della droga», dice al «New York Times», Mohammad Ali Faqiryar, governatore del distretto di confine di Adraskan. Le vedove rimaste a Qala-e-Biwala, cercano di resistere. Non hanno altri posti dove andare e pregano perché i figli non facciano la fine dei padri. «Non lo permetterò ai miei cinque bambini — assicura Fatima —, glielo proibirò, anche se ciò ci porterà alla morte per fame».

di Elisa Pinna