L’opera dell’organizzazione Hope Onlus in Brasile contro il covid

Ovunque ci sia un fratello che attende aiuto

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16 dicembre 2020

Gli sguardi si sono incrociati la prima volta in un velocissimo incontro fra la clinica Mangiagalli e l’andirivieni di ambulanze nel cortile del Policlinico di Milano: lei, Elena Fazzini, fondatrice e responsabile di Hope Onlus, organizzazione non profit milanese altamente specializzata in progetti umanitari per la salute e l’educazione, e lui Paolo Taccone, dirigente medico rianimatore della terapia intensiva dello stesso ospedale, da febbraio, in primissima linea nella battaglia al covid-19. E se è vero che alcuni incontri cambiano la vita, il loro l’ha salvata a centinaia e centinaia di persone: le tante curate, quando ormai si stavano spegnendo le ultime speranze, con le apparecchiature medicali che, tramite Hope, sono state importate in Italia e, poi, a tempo record, donate agli ospedali allo stremo nella battaglia contro il virus. Lo straordinario spirito di sacrificio con cui si sono prodigati e l’efficienza dei loro interventi ha contraddistinto a tal punto Hope, che lo stesso Papa Francesco ha suggerito che si affidasse alla squadra di Elena la responsabilità di guidare i soccorsi ad alcuni ospedali al confine del pianeta: Brasile, Libano e, non appena Elena e la sua organizzazione umanitaria potranno contare sulle necessarie risorse, Amazzonia e India.

Tanti sono gli angoli del pianeta di sofferenza e dolore, in ogni terra c’è un fratello che attende il nostro aiuto. Nei luoghi di confine accomunati dall’urgente bisogno di ventilatori polmonari, ecografi, monitor e altri macchinari sanitari salvavita, portare soccorso significa farsi carico di una speranza di vita e di cura molto concreta. Taccone, fino a pochi mesi fa medico rianimatore operativo nelle terapie intensive covid-19 di Milano, ora è anche un ambasciatore speciale volontario di Hope pronto a portare la tecnologia sanitaria laddove occorre. Di coronavirus si muore, ma un ventilatore meccanico e un medico formato all’uso possono fare la differenza: per questo Hope offre, oltre ai dispositivi sanitari, quella formazione specialistica necessaria a sfruttare in modo ottimale la tecnologia. Operare al meglio, organizzando missioni in luoghi remoti, spesso difficilmente raggiungibili, e in condizioni logistiche complesse, comporta una certa dose di abilità nel fronteggiare imprevisti e incidenti di percorso, per la quale è tornata utile l’esperienza di Elena consolidata nelle organizzazioni umanitarie, oltre al grande desiderio di spendersi con gratuità al servizio del prossimo: qualità che ha trascinato Paolo in questa avventura. «Ricorderò sempre la telefonata del 15 febbraio, con cui Elena, rispondendo al nostro disperato appello di ventilatori, improvvisamente introvabili, con incredibili energia e determinazione, restituiva fiducia in tutti noi. Che poi è lo spirito che mi ha spinto alla professione di medico» afferma Taccone. Dal Policlinico di Milano e dall’ospedale San Gerardo di Monza, con i primi diciotto ventilatori, proseguendo con quelli di Bergamo, Brescia, Pavia, Como sono stati riforniti tutti i nosocomi lombardi delle necessarie apparecchiature. «È stata una lotta contro un virus invisibile, ma anche contro il tempo, riuscire a portare in una sola settimana aiuti tangibili, con tutte le complicazioni di una esperienza mai vissuta». Due esseri umani, come tutti noi con tante paure e dubbi di fronte al buio di un periodo così incerto, hanno scelto di fare la propria parte per il bene della comunità, la sola in cui tutti ci riconosciamo, quella umana. E così, silenziosamente, senza eroismi sbandierati, la loro quotidianità si è trasformata nella ricerca di mezzi e risorse per recuperare, e poi trasferire alle strutture ospedaliere, macchine salvavita. Da qui la fase di addestramento del personale medico all’uso dei dispositivi.

In quanto organizzazione umanitaria, specializzata in progetti su salute ed educazione in Italia e Medio oriente e preparata ad operare in contesti di emergenza, Hope fin da febbraio si è distinta tra i principali protagonisti capaci di attuare specifiche azioni in risposta agli sos degli ospedali in maggior affanno nella cura dei pazienti contagiati dall’epidemia da coronavirus. Alle terapie intensive degli ospedali del nord Italia, più severamente colpiti la scorsa primavera, sono stati donati centinaia di migliaia di dispositivi di protezione per gli operatori sanitari e la popolazione e oltre 170 apparecchiature medicali salvavita, ma anche forniti servizi per il personale medico e mezzi alle famiglie dei pazienti concretamente in difficoltà. Per la seconda volta, in questa nuova emergenza, la mobilitazione è stata tempestiva e, ora, instancabilmente, i volontari arrivano laddove c’è bisogno — negli ospedali, nelle parrocchie, presso le famiglie in difficoltà — portando respiratori polmonari, mascherine, computer e provviste. Tuttavia, la missione che meglio può raccontare quanto può la solidarietà umana è quella che ha visto Hope protagonista della più grande operazione italiana a favore degli ospedali brasiliani, attraverso l’acquisto e la donazione di diciotto postazioni per la terapia intensiva equipaggiate con ventilatori polmonari ad alta tecnologia ed ecografi portatili per la diagnosi e la cura del covid-19, per un valore di oltre un milione di euro, ottenuti grazie al prezioso supporto di donatori privati e associazioni filantropiche, fra cui la Fondazione europea Guido Venosta, di Giuseppe Caprotti.

L’iniziativa è nata in risposta all’appello di Papa Francesco tramite il suo elemosiniere, cardinale Kon-rad Krajewski, che ha affidato ad Elena la missione nel secondo Paese al mondo per numero di contagi e decessi. A testimonianza del grande lavoro, presso l’Hospital São Lucas di Porto Alegre è stato inaugurato un nuovo reparto di terapia intensiva chiamato Unidad intensiva Papa Francisco & Hope Onlus, con un gesto che esprime la gratitudine di tutta la vasta comunità locale. In questo lungo viaggio della speranza, Paolo Taccone è stato accompagnato dall’ex dirigente della Banca mondiale, Antonio Guizzetti, anch’esso volontario di Hope. Insieme hanno percorso migliaia di chilometri fino alle strutture più disagiate, difficilmente raggiungibili, anche dal punto di vista logistico. Alcuni di questi ospedali, infatti, sono in angoli remoti del Paese e offrono servizi sanitari nell’arco di cinquecento chilometri, coprendo così le aree abitate dalla popolazione dell’Amazzonia. Hanno ricevuto le apparecchiature medicali i centri sprovvisti, gestiti per lo più da diversi ordini religiosi, che offrono cure gratuite a tutti: l’Hospital Santa Casa de Misericórdia di Goiânia, l’Hospital Maternidade Dom Orione di Araguaiana, la Sociedade Beneficente São Camilo di Crato, l’Hospital São José di Aracajú, l’Hospital São Francisco na Providência de Deus, di Rio De Janeiro, e l’Hospital São Lucas di Porto Alegre. Tutto donato, senza nulla in cambio. «Non è stato affatto semplice trovare donatori pronti a scommettere su una missione quasi impossibile — ammette Elena, alla vigilia della partenza per la prossima missione, in Libano — ma in Brasile, India, Libano, ci sono migliaia di persone dimenticate, che l’epidemia rischia di rendere invisibili: al contrario, questa deve essere l’occasione per risvegliare in tutti una umanità ed una forza sopite. Perché spetta a noi e alle nuove generazioni capitalizzare il bisogno di relazione con l’altro, rinnovando il nostro sguardo sul prossimo: uno sguardo che restituisca senso e speranza al quotidiano».

di Silvia Camisasca