· Città del Vaticano ·

PER LA CURA DELLA CASA COMUNE
Economia integrale e sostenibilità globale

Tutelare il custode
del giardino

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02 dicembre 2020

Si è svolto dal 26 al 29 novembre il x festival della dottrina sociale dedicato al tema «Memoria del futuro». Pubblichiamo uno stralcio dell’intervento tenuto sabato 28 dal decano della facoltà di Teologia della Pontificia Università Antonianum.

«In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22, 2). La Parola offerta dalla liturgia odierna, sabato 28 novembre, si dimostra assolutamente calzante con il titolo del festival della dottrina sociale. La città della moderna economia globale fa spazio alla “memoria” del giardino primitivo, riconoscendolo come sua “destinazione futura”. E in questa città, finalmente arresa all’insufficienza della sua strategia produttiva, sgorga una sorgente d’acqua, fiume di vita, a nutrimento dell’albero dalle foglie medicinali, che guarisce un intero popolo. Sì, perché la polis non può sussistere senza il giardino che l’ha preceduta e la seguirà; l’anthropos non può avere esistenza senza il bios che è suo supporto vitale. Per questo il grande Jannis Cunellis, originario di quella Grecia, culla della polis, già negli anni ‘70 porta in museo i cavalli, il bios, e alla Tate Gallery di Londra espone gli uccelli di san Francesco, inchiodati al muro, sul quale disegna una ciminiera, simbolo della civiltà urbanizzata. Lurbs senza il giardino produce solo morte e anche il nutrimento della sua produzione consumistica è un’esca avvelenata, che trafigge il canto, inchiodandolo ai muri di un’industria senz’anima. Ecco perché il primo imprenditore non può che essere Noè, che costruisce l’arca per salvare, insieme all’essere umano, i rappresentanti dell’intero bios, e non invece Caino, il “costruttore” della città (Gen 4, 17). Il vero imprenditore, infatti, si occupa della casa comune e non solo della città urbanizzata. Ma consideriamo ora il tema che mi è stato assegnato: economia integrale e sostenibilità globale.

Mi si pongono in particolare tre questioni: «Cosa insegna la storia e cosa abbiamo dimenticato? Di che cosa abbiamo bisogno? Quale nuovo orientamento?». Il caso di Taranto, città scelta appositamente come sede della prossima Settimana sociale, è altamente istruttivo di come si siano violati i canoni dell’economia integrale. La vicenda di Taranto costituisce, infatti, un esempio tipico di oblio di una tradizione locale, di una cultura legata al territorio, che garantiva una perfetta integrazione tra industria umana e ambiente naturale, marino. Per ottenere un impiego sbrigativo, finalizzato a un guadagno relativamente facile, si è ceduto all’intromissione di una falsa globalizzazione, che ha creato una monocultura, avulsa dalle risorse proprie del territorio, espressione di un popolo e delle sue tradizioni. Come direbbe Papa Francesco nella Fratelli tutti, una democrazia troppo sbilanciata verso l’uguaglianza, fautrice di omogeneità, e verso la libertà, spesso responsabile della dittatura dell’individuo, non è riuscita a controllare il tecnicismo di una economia, che equipara l’etica all’efficienza. “Se si può fare è giusto che si faccia!” E quando la politica si ammala, a causa di una indebita invasione dell’interesse economico, che preferisce l’individuo, definito dalla ragione, alla persona, definita, invece, dalla relazione, si può rischiare anche la deriva sociale. Dopo l’avvento delle autocrazie sullo scacchiare dei poteri economici, sembra che non sia più la democrazia il sistema politico più confacente a una economia florida. Una monocultura politica ora, quindi, dopo quella economica?

Per ridare dignità alla cultura locale, popolare e, quindi, alle risorse del territorio; per una globalizzazione delle relazioni tra locale e locale, evitando un eccessivo centralismo, occorre però una governance fondata non sul «diritto del forza, ma sulla forza del diritto» (san Giovanni Paolo ii, Messaggio per la 37ª Giornata mondiale della pace 1° gennaio 2004, 5). Sì, proprio su quella centralità della dignità umana della Dichiarazione universali dei diritti umani, che doveva garantire l’universalità della pace e del rispetto di ogni essere umano sugli interessi nazionali, e soprattutto sul diritto di ricorrere alla guerra per la difesa dei confini. Se non si salva la dignità della persona, a cominciare da quella dei più fragili, si rischia il collasso sociale, si mette a repentaglio quella sostenibilità sociale senza la quale non si può avere sostenibilità economica. Occorre che i marginali, economicamente e socialmente, possano sedere al tavolo dei decisori.

La prima sostenibilità da garantire è, dunque, quella umana. Ogni persona deve poter realizzare pienamente sé stessa. È questa la prima ricchezza che si deve perseguire. Prima delle risorse economiche, finanziarie, ci sono le risorse umane, diceva Papa Francesco ai giovani economisti e imprenditori di Assisi. E per una vera sostenibilità umana occorre prendersi cura di tutte le persone, nessuna esclusa, e di tutta la persona, compreso il suo diritto all’ambiente sano e pulito. L’interconnessione pandemica lo dimostra in modo inequivocabile. Non ci si salva da soli: siamo “tutti sulla stessa barca”!

Occorre questa utopia della persona, custode del giardino, per non smarrire la direzione e occorrono modelli di sviluppo sostenibili, applicati dal coltivatore del giardino, per poter raggiungere la meta indicata dall’utopia. L’altro tema inerente all’ecologia integrale o economia integrale (emblematico è l’imbarazzo degli economisti a usare la stessa parola ecologia, intrisa di ambientalismo) è la falsa dicotomia tra economia ed ecologia. Come a dire che quanti sono favorevoli all’ambiente (gaiani e maltusiani) sono contro l’essere umano, e quanti, invece, sono favorevoli all’essere umano (antropocentrici) sono contro l’ambiente. E qui il cristianesimo paga il fio di un ricatto del capitalismo industriale, che ha assicurato una maggiore produttività, a scapito della terra, per alimentare una popolazione sempre più numerosa, il cui fabbisogno eccederebbe le possibilità dell’economia tradizionale. Per sostenere un assistenzialismo a pro della vita fisica abbiamo smarrito la vita per eccellenza. Abbiamo contrabbandato l’elemosina con la giustizia.

La dicotomia, la contrapposizione, la polarizzazione, direbbe Papa Francesco, è l’antitesi della casa comune, che vuole tutti interconnessi, tutti consapevoli del medesimo destino. Il grido della terra unito al grido dei poveri, sintomo dell’unica e medesima crisi, per la Laudato si’, è esprimere l’unitarietà della sfida planetaria, quella appunto della necessità di rispondere a un dolore profondo, che appartiene tanto all’essere umano quanto alla terra. La costruzione del giardino, meta ultima dell’essere umano, perché sua prima culla, necessita di un processo in cui è necessario accettare un conflitto tra sostenibilità ambientale e sostenibilità umana e sociale; ma l’unità è sempre superiore al conflitto, afferma Papa Francesco. La pandemia ribadisce, infatti, la solidarietà che lega l’umanità, tutta ammalata, con la terra ammalata, umanità che, come la terra, necessita di cura. Anche il compito dell’impresa, allora, deve essere rivisitato sulla base dell’esigenza impellente di offrire una cura: il prendersi cura, l’aver cura, oltre al curare, missione propria dell’impresa sanitaria.

Interessante, al riguardo, l’esperimento di alcuni imprenditori italiani, che hanno ottenuto di integrare portatori di fragilità in un processo produttivo, grazie al concorso dell’innovazione tecnologica offerta da università d’avanguardia. Imprenditori visionari questi, che hanno avuto la sorpresa di constatare come proprio la prossimità con la fragilità faccia scoprire la propria e quella di ciascuno, a vantaggio di una nuova prossimità, collaborazione e creatività solidale, non disgiunta dal profitto. L’acquisizione fondamentale si è dimostrata però quella del passaggio dalla competitività alla cura. La centralità attribuita al prendersi cura, e cura reciproca, ha ottenuto infatti l’abbattimento del tasso di competitività, che spesso avvelena l’ambiente lavorativo.

Dalla falsa alternativa che oppone l’ecocentrismo all’antropocentrismo, occorre, dunque, passare alla centralità della com-passione samaritana.

di Giuseppe Buffon