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Appena uscito in Gran Bretagna un saggio su Charles Dickens

Popolarità e grandezza

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02 dicembre 2020

Popolarità e grandezza. Non sempre vanno a braccetto. Anzi, in alcuni casi, in ambito letterario, si assiste a una sorta di paradosso: uno scrittore gode di un ampio consenso di pubblico ma manca di talento; uno scrittore, offuscato dall’oblio, vanta una penna eccellente. Nel caso di Charles Dickens i due termini dell’equazione si equivalgono, sebbene non manchino significative riserve avanzate nel passato da illustri colleghi. Il libro, denso di perspicaci valutazioni, di John Mullan, uscito in questi giorni in Gran Bretagna, The Artful Dickens: The Tricks and Ploys of the Great Novelist (Londra, Bloomsbury, 2020, pagine 448, 16.99 sterline) conduce una rigorosa analisi che con oculato equilibrio esamina di Dickens popolarità e grandezza. L’autore stesso, uno dei più celebrati critici letterari nel mondo anglosassone, non risparmia a Dickens qualche strale, pur sempre ricordando, con devoto rispetto, la sublime arte di uno dei più grandi scrittori dell’epoca moderna.

Anthony Trollope rimproverava a Dickens di «vivere di rendita» dopo essersi assicurato, con le prime opere, il consenso dei lettori. «Gli bastano due righe per descrivere un personaggio, sul piano fisico e morale, per poi abbandonarlo e dedicarsi all’intreccio», scriveva una delle icone dell’età vittoriana. In questa affermazione Mullan riconosce, oltre che una critica, un elogio: sono appunto sufficienti a Dickens «due righe» per esaurire il ritratto a tutto tondo di un personaggio della storia: ad altri colleghi sono servite molte più righe per comunicare al lettore il profilo completo degli attori che vanno in scena. E, tra l’altro, non riuscendo a raggiungere lo stesso magico effetto. Al contempo Mullan osserva che Dickens pratica un espediente letterario (per esempio in Pickwick Papers) che suscita l’impressione che lo scrittore si stia prendendo gioco sia del pubblico che del personaggio da lui creato. Fa infatti largo uso della figura retorica della prolessi, informando in anticipo il lettore di quanto starà per accadere ai vari protagonisti della storia, ovviamente ignari. Una sorta di cinismo che se da un lato aggiunge «sale e pepe» alla narrazione, dall’altro infrange quella sorta di legame che unisce personaggio e lettore i quali, nella finzione letteraria, «vivono con piacere» il fatto di sperimentare un destino comune, bello o brutto che sia.

Mullan osserva poi che alla popolarità presso il pubblico non corrisponde necessariamente il plauso della critica, anche perché non di rado i critici stentano a comprendere e ad apprezzare il valore degli scrittori loro contemporanei. Tale realtà non sfuggì al filosofo e critico letterario inglese dell’Ottocento George Henry Lewes, il quale sottolineò che alla morte di Dickens era dato di registrare una popolarità tanto più vasta quanto più era esiguo il favore della critica. Ma perché, si chiede Mullan, Dickens non conquistò subito i recensori? Di spiegazioni, in merito, ce ne sarebbero numerose. Spicca quella che adduce lo stacco operato dallo scrittore rispetto alla ligia e rigorosa narrativa vittoriana come movente principale che avrebbe indotto gli azzimati e inamidati critici a storcere il naso e dunque a non tributare a Dickens il giusto elogio. Nelle sue opere non solo fanno capolino ma conquistano anche il centro della scena uomini di malaffare e prostitute, e, al contempo, fanno irruzione, con forte evidenza, questioni sociali e ingiustizie legate alle disparità sociali che vanno a gravare sui poveri e sugli emarginati. Uno scenario di questo genere, con tutte le dinamiche e implicazioni che contemplava e scatenava, finiva per minare dalle fondamenta la struttura solida e pacificata della temperie vittoriana. Di conseguenza — secondo la critica ufficiale — la stentorea voce di Dickens non doveva essere amplificata, e la sua penna, arguta e spesso irriverente, doveva essere, per quanto possibile, rimossa. La storia avrebbe dato ragione a Dickens, che gode di popolarità anche presso il lettore di oggi, il quale, nello stesso tempo, ne riconosce la grandezza.

di Gabriele Nicolò