Alle 19.36 del 23 novembre 1980 una catastrofica scossa distrusse interi paesi e provocò tremila morti

Quei secondi infiniti che cambiarono la storia

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
23 novembre 2020

Alle 19.36 del 23 novembre 1980 una catastrofica scossa distrusse interi paesi e provocò tremila morti


Quarant’anni, ma il terremoto dell’Ottanta in Campania e Basilicata — un minuto e mezzo di improvvisa collera della natura, quasi tremila morti, oltre ottomila feriti, decine di paesi distrutti, nel pomeriggio del 23 novembre di una domenica di festa — appare ancora più lontano. Porta il segno della tragedia di un altro mondo, quello rude e arcaico di una natura che colpisce a viso aperto, scuotendo terra e pietre, devastando vite e paesaggi, lasciando tracce ben visibili del suo passaggio. Tutt’altro è il segno, rarefatto e inafferrabile, della tragedia in corso, nessun crollo, niente macerie apparenti, case tutte in piedi, rifugio, anzi, al contagio e non pericolo che, per la minaccia di crolli, costringeva a fuggirne e a scendere in strada. E in luogo del cratere, la piaga più aperta e dolorosa delle ferite del sisma, l’insidia cieca e senza confini di un microrganismo che spande per il mondo la sua micidiale onda di paure antiche e nuove: come un flagello del passato ma con in più la protervia di una modernità che, alla presunzione di onnipotenza dei suoi tempi, affila ogni arma di offesa.

È certo un altro tempo, quello drammaticamente in corso sulla pandemia, a orientare lo sguardo al passato come una rivisitazione addirittura di epoche e di modelli di vita che tengono a stento il passo dei ricordi.

Ma è forse proprio questo inaspettato attacco alla memoria a rendere più struggente, ora, la rievocazione di un evento che ha segnato a fondo le vicende del Paese e non soltanto di quel lembo di terra, sradicato a un tratto dai suoi antichi silenzi. Laviano, Teora, Sant’Angelo dei Lombardi, Conza, e, nel versante lucano, Bella, Muro Lucano, Balvano: nomi che a stento trovavano rilievo perfino nella grande antologia della vecchia questione meridionale e d’improvviso esposti alla cronaca di un dolore senza fine, spinto oltre gli argini di una sofferenza atavica, da sempre accettata come naturale e rassegnata condizione di vita. La vita dura dei “paesi dell’osso”, la filiera di zone interne stretta intorno alla dorsale dell’Appennino campano-lucano, aveva sempre raccontato di sé attraverso i paesaggi aspri, le catene di monti che serravano, quasi a proteggerle, le pianure che tendevano verso la valle. E più ancora attraverso i segni della fatica dell’uomo, della sua lotta quotidiana ma non solo, proprio perché i terremoti più che eventi, nel calendario dei drammi di queste terre, sono segnati come tragiche ricorrenze.

Ma quello dell’Ottanta fu, come nessun altro, il punto e a capo di un’epoca, la storia del terremoto che metteva ancora una volta all’angolo, e stavolta in modo definitivo, quel “terremoto della storia” da sempre identificato con l’irrisolta questione meridionale. Proprio alla viglia degli anni Ottanta, uscito dall’incubo degli anni di piombo che avevano insanguinato le sue piazze e le sue strade, il Paese, anche sotto la spinta della ripresa economica, aveva cominciato a rivolgere un’attenzione maggiore al suo Mezzogiorno. Si faceva sentire anche la spinta di una Chiesa sempre più mobilitata, con i suoi Pastori e una comunità viva, intorno all’unità sostanziale della nazione.

Un segno ancora più forte, preludio a una scelta pastorale delineata nel tempo, venne da Giovanni Paolo ii che, dopo appena due anni di pontificato, si era recato già tre volte in visita nel meridione d’Italia: a Montecassino il 18 maggio e a Pompei il 21 ottobre del 1979, a Otranto il 5 ottobre del 1980. Si aprivano prospettive nuove. Senza illusioni, perché già troppe volte in passato la speranza aveva preso il volo da quelle terre sempre sfiorate da uno sviluppo che faceva fatica a inerpicarsi su quei monti e lasciava a valle, negli insediamenti urbani del Salernitano, dell’Irpinia, del Sannio, oltre che del Potentino, i segni di una modernità di facciata impressi più che altro dalla vernice fresca del consumismo. Ma quella volta il muro della “modernità senza sviluppo”, la formula appena messa in campo dai sociologi e dai meridionalisti per identificare quel momento del Mezzogiorno, stava proprio per crollare. Le “zone interne”, i “paesi dell’osso”, sembravano uscire dall’inconcludenza dei dibattiti e dall’accademia di pagine letterarie che ne celebravano i tratti, per intraprendere un cammino nuovo. Sant’Angelo dei Lombardi, indiscussa “capitale” dell’Altairpinia, accentuava il suo profilo di polo cittadino, con i timbri dei suoi molti uffici, le scuole e gli istituti superiori, l’ospedale, il tribunale e un impianto urbano — il corso con le vetrine dei negozi eleganti, le piazze del centro affollate di giovani— già pronto per un cambio di ruolo. Lioni, a due passi, a rappresentare il piccolo mondo a parte delle tute blu, l’area industriale, quel tanto di cantiere capace di far girare il motore produttivo di tutta la zona. Poi Conza, l’antica Compsa, il grande archivio storico di tutta la Valle, sede vescovile — la prima dell’Altairpinia — già dal sesto secolo, attorniata lungo il tempo da dimore gentilizie e castelli. Nel giro di pochi chilometri, c’era perfino lo spazio di un potenziale triangolo di sviluppo a modalità variabile, il terziario, la piccola industria, i beni culturali.

Ma poi quella domenica, l’eternità di quel minuto e di altri venti secondi: tanto durò la scossa della più grande catastrofe dei tempi moderni in tutto Mezzogiorno, dopo il rovinoso terremoto di Messina, all’inizio del Novecento. Solo l’occhio cieco di una tragedia poteva accorgersi e raggiungere, e colpire, uno dopo l’altro paesi e masserie sparse, di quel territorio che dell’anonimato, per secoli, si era fatto scudo.

Pochi secondi per un cambio di vita a prezzo di migliaia di morti. E l’incubo, immediato, di un panorama di rovine che delle vittime non restituiva neppure i corpi; e tra le pietre contorte imprigionava i feriti. Scavavano per prime le mani nude dei sopravvissuti. Grida, lamenti, silenzi e lacrime riempivano il vuoto irreale di una devastazione senza scampo, accanita e feroce. I soccorsi erano ancora lontani. Arrivarono con il passo lento di un Paese preso ancora una volta alla sprovvista di fronte alle sue stesse ferite. La solidarietà aveva già il cuore caldo, ma quelle strade e quei paesi aggrappati al tratto più impervio dell’Appennino campano-lucano, chi mai li aveva conosciuti? Successe che i soccorsi trovarono a stento, e dopo imperdonabili giri a vuoto, le strade giuste. Arrivò certo prima il grido di allarme e di protesta del presidente Pertini.

Appena quattro anni prima, alla macchina dei soccorsi era stato necessario accendere i motori per il terremoto in Friuli. Ancora la terra che tremava e che faceva strage, dopo il sisma del Belice, negli anni Sessanta. Ma oltre alla difficoltà del percorso, poco conosciuto e con le strade di montagna che impedivano il passaggio ai mezzi pesanti, era la vastità del territorio, 17 mila chilometri quadrati, circa quattro volte in più del Friuli, a disegnare scenari nuovi e drammaticamente inediti. Nei paesi del cratere si contavano le case ancora in piedi. Ogni centro somigliava tragicamente all’altro dal profilo delle macerie che si stagliavano sullo sfondo deformato di colline e pianori senza più traccia neppure del verde, coperto dalle nuvole di polvere delle pietre sgretolate. Solo qualche moncone di parete dalle case sventrate, obbligava ad alzare gli occhi da rovine che si stendevano ai piedi come un ammasso di terra umiliata. Più delle altre, proprio Sant’Angelo, il paese dal profilo di città, e a due passi Lioni il borgo operaio e ancor di più, Conza, l’emblema stesso del sisma dell’Altirpinia, pagavano un prezzo alto, oltre cinquecento vittime e gli abitati pressoché distrutti. Conza completamente rasa al suolo.

Non così Balvano, sul versante potentino. Un paese in piedi, fuori dall’area del cratere. Solo case lesionate. Nessun crollo lungo tutto il vialone che con i primi caseggiati, gli orti a fianco, allungava il percorso del fondovalle e portava alla piazza del paese. Per questa strada, due giorni dopo il sisma, gli abitanti del posto videro passare il Papa, Giovanni Paolo ii, che poco prima si era recato in visita all’ospedale di Potenza. A piedi, si dirigeva verso la piazza, e poteva ascoltare, lungo il cammino le nenie di dolore delle donne, che, al suo passaggio, a stento sollevavano il capo avvolto negli scialli neri del lutto. Le donne erano il volto di un paese attonito e smarrito. Per capire, bisognava andare in fondo alla piazza, dove il Papa, con una sparuta folla intorno, continuava a dirigersi. Un crollo in realtà era avvenuto, il solo, e proprio accanto alla piazza. Dalla chiesa, affollata di gente, per la messa festiva della sera, era venuto giù il campanile, già restaurato più volte, il punto debole della struttura. Nella navata di destra della chiesa erano insieme, quasi al completo, i ragazzi e le ragazze di Balvano. Alcuni facevano parte del coro. Alle 19 e 36 il boato e un’immensa nuvola di polvere: 77 morti, la maggioranza, 66, i ragazzi e le ragazze della navata di destra.

Un paese tutto in piedi e, in fondo alla piazza, la voragine di un lutto che anneriva vita e futuro. Incredula di vederlo accanto al proprio dolore, la gente si avvicinava con timidezza al Papa. Chi trovava le parole non riusciva a farle arrivare oltre la piccola ressa che si faceva intorno a Giovanni Paolo ii. Ma a un tratto fu il Papa a divincolarsi quasi dalla folla e, avvistato un banco di scuola portato in piazza, afferrando un lembo della sua veste bianca, con un balzo energico e vigoroso, e senza l’aiuto di nessuno, vi salì sopra. Divenne quella, ad un tratto, la cattedra per una commovente lezione dal vivo sulla sofferenza.

«Di fronte a tutto questo, non riusciamo più a pregare»: facendosi coraggio prese la parola un giovane tra la piccola folla intorno a quel “pulpito” di formica verde.

«La vostra sofferenza è già preghiera», rispose il Papa. A due passi, nella stessa scuola che la maggioranza di essi frequentava, erano allineati i corpi delle giovani vittime. Marinella Bovino aveva tredici anni e scriveva poesie. I capelli ricci e il volto intatto che rendeva ancora più assurda e insopportabile quella morte che sembrava un sonno di bambina. Sul quaderno di scuola, pochi giorni prima di quella domenica, aveva scritto una poesia in dialetto lucano. Raccontava che era notte e che dalla sua casa nel vicolo, nel silenzio, mentre tutti dormivamo, lei si alzava e andava alla finestra per guardare le stelle.

Nei paesi del cratere, quel grido sui ritardi nei soccorsi, con le immagini in bianco e nero di chi, a mani nude, scavando nelle macerie, dopo giorni, era ancora in cerca di tracce di vita, non restò, una volta tanto, inascoltato.

Tutta l’Italia mobilitata, le strade che i soccorsi stentarono a trovare, furono poi invase, come per un risarcimento tardivo, da un esercito di 50 mila unità militari impegnate nei soccorsi. Furono creati in poco tempo 110 mila posti letto con una schiera di oltre trentamila roulotte. Nei paesi dell’osso, si faceva viva, in quei terribili giorni, la carne di una solidarietà al culmine di una straordinaria mobilitazione, con la Chiesa in prima linea e la Caritas che consolidava sul campo due particolari forme di intervento, i gemellaggi e i Centri della comunità, già in parte sperimentati nel Friuli, e che segnarono un decisivo passo avanti nello stile di una cooperazione costruita sui legami diretti e personalizzati tra diocesi e comunità colpite. Sullo sfondo di una questione meridionale che ritornava prepotentemente sul tappeto, Chiesa e società civile trovarono un passo comune rispettivamente nella definizione di una più aggiornata pastorale della carità e nel varo di un modello permanente di Protezione civile. È un tratto di cammino che non si è mai interrotto. Un segno di speranza in più a quarant’anni da una grande tragedia italiana.

di Angelo Scelzo