· Città del Vaticano ·

I cambiamenti climatici in Africa sono una minaccia allo sviluppo

Vietato perdere tempo

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06 novembre 2020

«L’aumento delle temperature e del livello del mare, il cambiamento dei modelli delle precipitazioni e condizioni meteorologiche più estreme stanno minacciando la salute e la sicurezza umana, la sicurezza alimentare e idrica e lo sviluppo socio-economico in Africa». È quanto si legge nel recentissimo rapporto, State of the Climate in Africa 2019. Si tratta di una pubblicazione curata dalla World meteorological organization (Wmo) con il coinvolgimento di varie agenzie delle Nazioni Unite, grazie anche al contributo dei più prestigiosi istituti meteorologici mondiali e africani. Il messaggio è chiaro e diretto: non è possibile oggi parlare di lotta alla povertà e di promozione umana in Africa prescindendo dal tema dei cambiamenti climatici che interessano il continente.

Presentando il rapporto, primo nel suo genere, il segretario generale della Wmo, Petteri Taalas, ha denunciato senza mezzi termini la gravità della situazione: «Il cambiamento climatico sta avendo un impatto crescente sul continente africano, colpendo duramente i più vulnerabili e contribuendo all’insicurezza alimentare, allo sfollamento della popolazione e allo stress sulle risorse idriche. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a devastanti inondazioni, un’invasione di locuste del deserto e ora dobbiamo affrontare l’incombente spettro della siccità a causa di un evento di La Niña. Il bilancio umano ed economico è stato aggravato dalla pandemia di covid-19».

Il rapporto rileva che «le temperature in Africa sono aumentate negli ultimi decenni a un ritmo paragonabile a quello della maggior parte degli altri continenti e quindi un po’ più velocemente della temperatura superficiale media globale, che incorpora una grande componente oceanica». Sta di fatto che il 2019 è stato tra i tre anni più caldi mai registrati in Africa, una tendenza che dovrebbe procrastinarsi nel tempo e rispetto alla quale è necessario accrescere le competenze e gli strumenti d’intervento per affrontare un’urgenza che sta diventando sempre più grave e preoccupante. L’Africa è certamente il continente maggiormente penalizzato dal cosiddetto global warming, a causa anche di una situazione di fragilità economica e mancanza di politiche mirate a prevenire o contenere gli effetti del problema. Con queste premesse gli effetti saranno devastanti sotto diversi punti di vista: quello ambientale, quello sociale e quello della conservazione del patrimonio culturale e naturale del continente.

Quasi ovunque in Africa, secondo l’autorevole organizzazione umanitaria Oxfam, l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi avviene in Paesi già devastati da conflitti e violenza: nel 2019 nell’intero continente ai 7,6 milioni di sfollati in fuga da conflitti, si sono aggiunti 2,6 milioni di profughi del clima. Basti pensare all’Etiopia, alla Somalia e al Sud Sudan. Tutti Paesi, questi, che hanno dovuto fronteggiare simultaneamente l’esodo di oltre 1 milione di persone costrette a fuggire da guerre e siccità. Una situazione sempre più fuori controllo e vicina ad un punto di non ritorno, di fronte a cui la comunità scientifica internazionale ha già ampiamente dimostrato quanto all’origine dell’intensificarsi di eventi meteorologici estremi, vi siano proprio i cambiamenti climatici.

Il rapporto State of the Climate in Africa 2019 conferma ampiamente questo quadro, in linea con lo studio firmato lo scorso anno da 11 mila ricercatori di 153 Paesi, tra cui circa 250 italiani, pubblicato dalla rivista «BioScience», in cui si denunciava che la Terra è in piena «emergenza climatica», e di questo passo «indicibili sofferenze umane» saranno inevitabili. Il rapporto curato dal Wmo rileva infatti che «le ultime previsioni decennali, che coprono il periodo 2020 — 2024, mostrano un continuo riscaldamento e una diminuzione delle precipitazioni, soprattutto nell’Africa settentrionale e meridionale, e un aumento delle precipitazioni nel Sahel». Da rilevare che dal 1901, gran parte dell’Africa si è già riscaldata di oltre 1° C, con un aumento delle ondate di caldo e delle giornate calde. Secondo le previsioni dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), entro la fine del secolo è probabile una riduzione delle precipitazioni nel Nord Africa e nelle aree sud-occidentali del Sud Africa.

Per quanto concerne l’innalzamento del livello del mare, i dati non sono affatto confortanti. Ad esempio, se si considera che l’innalzamento medio globale del livello del mare risulta essere attualmente di 3-4 mm all’anno, nell’Oceano Indiano sudoccidentale — dal Madagascar verso oriente, fin’oltre le isole Mauritius — ha superato i 5 mm. Evidentemente non è lo stesso in tutte le aree oceaniche attorno al continente anche se occorre tenere alta la guardia. Basti pensare al fatto che circa il 56 per cento delle coste del Benin, della Costa d’Avorio, del Senegal e del Togo si stanno erodendo e si prevede che in futuro la situazione peggiorerà in vasti settori costieri del Golfo di Guinea. A questo proposito occorre rilevare che sebbene l’innalzamento del livello del mare non sia attualmente il fattore principale dell’erosione, in futuro si combinerà con altri fattori, aggravando le conseguenze negative dei cambiamenti ambientali.

Come se non bastasse, entro il 2050, le principali colture cerealicole coltivate nel continente africano subiranno le conseguenze negative dei cambiamenti climatici. Nello scenario peggiore, comunque con sano realismo, si prevede «una riduzione del rendimento medio del 13 per cento in Africa occidentale e centrale, dell’11 per cento in Nord Africa e dell’8 per cento in Africa orientale e meridionale. Il miglio e il sorgo sono risultati essere le colture più promettenti, con una perdita di rendimento entro la prima metà di questo secolo di appena il 5 per cento e l’8 per cento, rispettivamente, grazie alla loro maggiore resistenza alle condizioni di stress termico, mentre il riso e il grano dovrebbero essere le colture più interessate, rispettivamente con una perdita di rendimento del 12 per cento e del 21 per cento entro il 2050». Il rapporto documenta ampiamente i disastri causati da eventi estremi ad alto impatto avvenuti nel 2019, come il ciclone tropicale Idai che è stato tra quelli più distruttivi mai registrati nell’emisfero meridionale, provocando oltre un migliaio di vittime e centinaia di migliaia di sfollati. Per quanto concerne la variabilità del clima africano, nel 2019 la zona australe ha subito un’estesa siccità, mentre il Corno d’Africa è passato dalle condizioni di forte siccità nel 2018 e nella maggior parte del 2019 alle inondazioni causate dalle forti piogge alla fine del 2019. Da maggio a ottobre dello scorso anno, precipitazioni piovose senza precedenti hanno interessato la fascia saheliana e le aree circostanti. Il quadro complessivo è dunque preoccupante ed è importante fare tesoro delle indicazioni di questo rapporto che, come ha commentato Vera Songwe, segretaria esecutiva dell’United Nations economic commission for Africa, «cerca di evidenziare il nesso tra cambiamento climatico e sviluppo, sottolineando che per uscire meglio dalla pandemia di covid-19 è necessario un approccio allo sviluppo che sia verde, sostenibile e resiliente al clima, informato dalla migliore scienza disponibile. La partecipazione di più istituzioni e agenzie alla produzione del rapporto rafforza i nostri principi e approcci di lavorare come un solo organismo». Rimane il fatto che per passare dalle parole ai fatti, la ricetta è nota da tempo: abbandonare i combustibili fossili (carbone petrolio e gas) e accelerare la transizione energetica verso un mondo 100 per cento rinnovabile. Oltre che diminuire il consumo di carne e fermare la deforestazione. Il tutto, a detta della comunità scientifica, va fatto adesso. Prima che sia troppo tardi.

di Giulio Albanese