· Città del Vaticano ·

Un libro ricorda le relazioni tra cristiani e buddisti dal primo messaggio per la festa di Vesakh nel 1995 fino a oggi

Percorso di amicizia e di dialogo

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03 ottobre 2020

«Dimostrare e comunicare che il dialogo tra cristiani e buddisti è possibile», un dialogo che da seme che era durante il Concilio Vaticano II è diventato oggi un albero, permettendo di passare dalla paura all’amicizia, dalla diffidenza alla fiducia: questo è l’intento del libro intitolato Costruire una cultura di compassione (Città del Vaticano, Urbaniana university press, 2020, pagine 375, euro 18), una raccolta di saggi pubblicati dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso in occasione del venticinquesimo anniversario del primo messaggio indirizzato da Giovanni Paolo II ai buddisti di tutto il mondo per la festa di Vesakh, durante la quale si commemorano i principali avvenimenti della vita di Buddha. Lo spiega a «L’Osservatore Romano» il segretario del dicastero, monsignor Indunil Janakaratne Kodithuwakku Kankanamalage, che è stato incaricato dell’elaborazione del volume il cui titolo riprende un’espressione usata da Papa Francesco durante il suo viaggio apostolico in Thailandia e in Giappone, rivolgendosi al patriarca supremo dei buddisti nel Wat Ratchabophit Sathit Maha Simaram Temple, a Bangkok, il 21 novembre 2019.

A produrre i contenuti del libro sono stati diversi rappresentanti delle due religioni, monaci e monache, sacerdoti, vescovi e laici, tutti con una vasta esperienza, arricchita per alcuni dalla partecipazione alle conferenze organizzate dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso o agli incontri con i Pontefici.

Diviso in tre parti — storia del dialogo cristiano-buddista, questioni tematiche, sfide contemporanee — il libro riprende tutti i messaggi pubblicati dalla Santa Sede in occasione di Vesakh tra il 1995 e il 2020. Ed è proprio sull’origine di questa tradizione che si sofferma il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, cardinale Miguel Ángel Ayuso Guixot, nella sua prefazione. «Venticinque anni fa — racconta — il mio predecessore, il cardinale Francis Arinze, ha iniziato a inviare una lettera per la festa di Vesakh ai nostri amici buddisti in tutto il mondo, con le parole “Pace e benedizioni per tutti voi”, (…) precisando che questa festività annuale era “un’occasione per voi buddisti e per noi cristiani — perché vogliamo condividere la vostra gioia — di meditare su insegnamenti che riguardano tutti noi”».

Da allora, si sono verificati «numerosi scambi di gioia e di buona volontà tra di noi», prosegue il porporato, ad esempio tutte le volte in cui «i monaci delle nostre due tradizioni (…) si sono radunati nel corso di conferenze, scambi e ritiri per condividere intuizioni, preoccupazioni e riflessioni, sulla base delle loro profonde saggezze ed esperienze spirituali». Sulla scia del «dialogo di fraternità e di rispetto di Papa Francesco», aggiunge il cardinale Ayuso Guixot, buddisti e cristiani di tutto il mondo «sono stati in grado di trovare cammini creativi per condividere le gioie e i misteri della vita e collaborare per il bene comune e la sopravvivenza della nostra casa comune».

Con la diversità dei suoi contenuti, questo nuovo libro, afferma monsignor Kodithuwakku Kankanamalage, «è destinato ad aiutare le Chiese locali a promuovere il dialogo con i buddisti, valutare il percorso già compiuto, e ispirarle in vista di ulteriori iniziative». Sono tante le priorità condivise dalle due religioni, nonostante la diversità delle fedi, ricorda il sacerdote sri-lankese: «Oggi per esempio parliamo dell’importanza della non-violenza, dell’ecologia, dei migranti, tutte tematiche sulle quali il buddismo propone un grande insegnamento». Cristiani e buddisti devono anche affrontare numerose sfide comuni: i matrimoni misti, la libertà religiosa, l’educazione dei giovani alla fede, il fondamentalismo e la strumentalizzazione della religione a scopi politici, ma anche il pericolo del proselitismo.

Per migliorare ancora di più l’intesa cristiano-buddista, osserva altresì il segretario del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, «occorre un’educazione aperta, che permetta di insegnare una buona convivenza tra credenti». Mentre alcuni gruppi seminano odio e discriminazione, conclude, bisogna insistere più che mai sulla necessaria fratellanza e riconciliazione tra tutti i credenti.

di Charles de Pechpeyrou