· Città del Vaticano ·

«Pronti a rialzarci forti nella speranza»

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Padre Michel-Marie e la Giornata di preghiera per il Libano

03 settembre 2020

«Sì, sono felice, molto felice, per la decisione del Papa di indire una giornata di preghiera e di digiuno universale per il Libano. Ancora una volta ha espresso vicinanza e solidarietà al mio Paese dopo quello che un mese fa è successo a Beirut». Padre Michel-Marie Jad Barakat a Beirut è nato, vi manca stabilmente da quando aveva 18 anni ma ora sta per tornarvi per sempre, spinto proprio da questi ultimi tremendi accadimenti, come vedremo meglio tra poco. Infatti, anche nel quartiere di Beirut dove è nato e vissuto fino a 25 anni fa, un po’ più periferico rispetto alla zona del porto, il 4 agosto scorso è arrivata l’onda d’urto della terribile esplosione che ha gettato la città e l’intero Libano in un nuovo incubo. «Non ci sono state conseguenze dirette per i miei familiari, solo danni materiali alle abitazioni, però quello è stato l’evento che mi ha fatto decidere di tornare per sempre in Libano, di spendere il mio sacerdozio nella mia terra. Anche se sentivo questa cosa dentro di me da un po’ di tempo, è stato l’episodio dell’esplosione al porto ad accelerare la decisione di lasciare Roma e tornare a Beirut».

Così il sacerdote libanese racconta la sua ulteriore scelta vocazionale, a margine della festa di commiato che i fedeli della parrocchia di San Frumenzio ai Prati Fiscali, a Roma, l’altra sera hanno voluto regalargli. «Ho lasciato il Libano 25 anni fa, per andare in Francia a lavorare e studiare», racconta questo religioso, oggi quarantatreenne, che a Parigi ha poi incontrato la “Fraternité monastique de Jerusalem”, un piccolo ordine scaturito dal concilio Vaticano II e oggi parte della famiglia delle Fraternità che riunisce monaci, monache e laici desiderosi di condividere, ciascuno secondo il proprio carisma, una stessa spiritualità, ovvero quella di vivere «nel cuore delle città, nel cuore di Dio». Accanto ai due istituti monastici dei Fratelli e delle Sorelle di Gerusalemme, la cui vocazione principale è di «stendere un tappeto di preghiera sull’asfalto» delle nostre grandi città, hanno preso vita un po’ alla volta altri rami fino a formare, tutti insieme, per l’appunto la «Famiglia» di Gerusalemme.

Jad Barakat, nel frattempo padre Michel-Marie, è stato poi ordinato sacerdote esattamente tre anni fa, dal cardinale Marc Ouellet, nella basilica di San Giovanni in Laterano Roma, il giorno dell’Esaltazione della Croce, con il porporato canadese a sottolineare, nel corso dell’omelia, proprio l’appartenenza del religioso ad un piccolo ordine ma alla grande tradizione spirituale, biblica e culturale della terra del Libano. Quel Libano dove padre Michel-Marie è tornato ogni anno ma che ora sta per riabbracciare per sempre: «Mi metterò a disposizione dell’arcieparca di Beirut dei Maroniti, il vescovo Paul Abdel Sater, che ho già sentito, per qualsiasi incarico pastorale vorrà affidarmi. Torno in Libano — riprende a raccontare il religioso — mentre oggi sono invece tante le persone che cercano piuttosto di lasciare il Paese e io le capisco, perché la situazione si è fatta veramente difficile, c’è molta instabilità e per una famiglia libanese non è più sostenibile restare lì. Ma io come prete ho deciso di donare la mia vita e quindi, in questa situazione così difficile oggi più che mai in Libano, mi sembra giusto che lo faccia dove sono nato e dove ora c’è tanto bisogno. Cosa troverò? Un piccolo Paese, grande grosso modo come il Lazio, e circondato da potenze come Siria e Israele, dove si rischia di morire ogni giorno e dove la sfida quotidiana più grande è quella del vivere insieme. Però noi vorremmo essere un luogo di dialogo, perché abbiamo questa aspirazione al vivere insieme; il Libano è un Paese molto ferito, ma rimane un luogo dove il dialogo può nascere, dove è forte la speranza. Un Paese pronto a rialzarsi», si avvia a concludere padre Michel-Marie dopo aver ringraziato i fedeli romani in particolare (fino a qualche anno il suo ordine aveva la cura pastorale della chiesa della Trinità dei Monti ed è stato poi ospite anche del convento di San Bonaventura) e quelli italiani in generale per l’affetto e la vicinanza nei confronti del Libano.

di Igor Traboni