· Città del Vaticano ·

Porre fine all’impunità

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La Chiesa in Papua Nuova Guinea difende le donne accusate di stregoneria

01 settembre 2020

La “caccia alle streghe” miete vittime e la Chiesa in Papua Nuova Guinea non ci sta. Non è una pratica confinata nei libri di storia sul medioevo ma un fenomeno che ancora interessa talune aree della grande isola di Nuova Guinea, nell’Oceano Pacifico. La credenza nella stregoneria è ancora diffusa e genera atti di violenza o perfino l’omicidio di persone, perlopiù donne, accusate di aver lanciato una maledizione su qualcuno della comunità.

Il caso di tre donne torturate e salvate per miracolo nel distretto di Mendi, nel giorno della scorsa Pasqua, con l’accusa di “sanguma” (come è chiamata la stregoneria in lingua locale) ha nuovamente fatto scattare l’allarme nei confronti di una pratica che nella provincia degli Altipiani meridionali (Southern Highlands) ha fatto nell’ultimo anno dodici vittime e 76 altre donne accusate, percosse e scampate al linciaggio. «Le tre donne si stanno riprendendo dalla tortura fisica, ma il trauma che hanno subito è ben lungi dall’essere guarito», spiega a «L’Osservatore Romano» suor Lorena Jenal, missionaria francescana svizzera, che da oltre trent’anni si occupa di accogliere e proteggere le donne accusate di stregoneria.

«Molte donne sono state impiccate, torturate e uccise nei remoti villaggi della provincia, ma spesso non si hanno notizie e le famiglie restano in silenzio per paura di ritorsioni», riferisce. «Bisognerebbe fare di più per incoraggiare le famiglie delle donne accusate a farsi avanti e denunciare l’abuso e la violenza subita», aggiunge, raccontando il tenace impegno della sua comunità. Le religiose si occupano di organizzare abitazioni sicure per ospitare madri e donne spaventate, fuggite da minacce, intimidazioni e percosse.

«Non è solo dovere delle istituzioni aiutarle. È un dovere morale di tutti proteggere le proprie madri e sorelle e combattere i problemi e le superstizioni legate alla stregoneria», rimarca suor Jenal, riferendo della prossima apertura di una “Casa della speranza”, un luogo sicuro, dedicato alle vittime della violenza, dove le donne possono recarsi, ricevendo cure mediche, accoglienza, protezione.

Proprio con l’intento di offrire il proprio contributo in forma pacifica e non-violenta, suor Jenal ha organizzato con i fedeli locali una marcia, con canti e preghiere, verso il luogo dove le tre donne sono state torturate, con l’intento di «offrire la pace e il perdono che il Signore risorto ha donato ai suoi discepoli», e per lanciare un accorato appello «per porre fine alle accuse di stregoneria e alle violenze di ogni tipo». L’iniziativa, ha riferito la religiosa, ha suscitato commozione tra la gente locale

Monsignor Donald Francis Lippert, frate cappuccino alla guida della diocesi di Mendi, capoluogo della provincia delle Southern Highlands, riconoscendo che il problema è serio ed endemico nel tessuto della società indigena, rileva però che «realmente queste pratiche non sono parte della nostra cultura ancestrale». Di fronte alle difficoltà o all’indifferenza delle istituzioni, osserva, «può agire l’evangelizzazione: la fede cattolica può essere la risposta a questa pratica oscurantista». «Accompagnare le persone a conoscere e avere una relazione personale con Cristo è la strada per affermare e promuovere la dignità inalienabile della persona umana. Questa è la modalità, liberante per il cuore umano, per cambiare gli atteggiamenti delle persone e mutare la loro mentalità, abbandonando credenze magiche».

Con questo spirito la Chiesa locale ha ideato, organizzato e vissuto il 10 agosto scorso una speciale Giornata contro le accuse di stregoneria: alla marcia pacifica e alla campagna di sensibilizzazione, vissuta nelle scorse settimane, hanno dato un contributo associazioni, parrocchie, comunità di fedeli laici, studenti, operatori sanitari, gruppi di giovani, organizzazioni femminili e funzionari pubblici. Il leitmotiv della campagna, che prosegue tuttora in modo capillare in città e villaggi, è «rigettare l’uccisione di innocenti» e «promuovere la tutela della dignità di ogni persona, in particolare delle nostre madri e sorelle».

«Coloro che torturano e uccidono le donne accusate di stregoneria sono colpevoli di un crimine», ha detto monsignor Lippert, parlando alla comunità nella prima Giornata internazionale contro l’accusa di stregoneria, e rimarcando l’urgenza di porre fine all’impunità: «Gli attacchi a persone sospettate di praticare la magia nera si fermeranno solo quando gli autori delle aggressioni saranno arrestati e condannati». «Proseguiamo nel nostro impegno a pregare e agire insieme per fermare l’assurda violenza», ha concluso il vescovo.

Il punto è che il governo della Papua Nuova Guinea sembra aver preso sottogamba il fenomeno. Nel 2013, dopo uno scandalo di caratura internazionale che si abbattè sul paese, suscitato dagli omicidi di donne ritenute “streghe”, il Parlamento abolì la Legge sulla stregoneria che risaliva al 1971. Quella legge divideva la stregoneria in “buona” e “cattiva” e considerava una circostanza attenuante, nei casi di omicidio, il fatto che la persona uccisa fosse sospettata di essere una strega. Secondo il missionario cattolico verbita Franco Zocca, che è stato in missione in Papua e docente al Melanesian institute di Goroka, nella lotta alle credenze e alle pratiche della stregoneria il contributo della Chiesa — quasi due milioni di cattolici, circa il 27 per cento della popolazione — è cruciale ma è necessaria «una risposta nazionale».

Il missionario ricorda: «Come accadde in Europa secoli fa, le accuse contro presunti stregoni cessarono solo dopo che le scoperte scientifiche e mediche spiegarono le cause naturali delle malattie o delle epidemie. Sulla scorta di tale esperienza, le Chiese possono contribuire a sradicare le credenze esoteriche. Quando si tratta di credenze, infatti la teologia ha un ruolo importante da svolgere». «La fede nella potenza di Gesù Cristo — sottolinea il missionario — è l’antidoto più potente per contrastare le credenze demoniache».

di Paolo Affatato