· Città del Vaticano ·

Per non dimenticare

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Il sequestro a Tumangu

01 settembre 2020

Fare memoria del proprio passato è un esercizio che un po’ tutti dovremmo praticare per affermare il primato del discernimento rispetto a fatti ed accadimenti che riguardano il nostro vissuto. È per questo motivo che ho deciso di rievocare per la nostra rubrica settimanale “Hic sunt leones” un’esperienza vissuta diciotto anni fa in terra ugandese. Si tratta non solo del dovuto riconoscimento nei confronti della Divina Provvidenza, ma è anche il tentativo di misurarsi, guardando indietro nel tempo, con quanto ancora oggi avviene nelle periferie del nostro povero mondo: la disputa tra il bene e il male, tra ciò che è lecito e illecito, tra grazia e peccato, da sottrarre a ogni genere di fondamentalismo.

Il resoconto che segue, per chi scrive, esorcizza la paura, ma è anche e soprattutto la cartina al tornasole di un dramma che non è lecito dimenticare. La narrazione si riferisce a quanto avvenne nell’estate del 2002 nel distretto di Kitgum, nell’Uganda settentrionale, in una zona infestata dai ribelli dell’Lra. Per grazia di Dio, oggi, questi insorti non sono più presenti sul territorio ugandese, anche se continuano a fare disastri in giro per l’Africa. Sotto la guida del loro leader storico, un pazzo visionario di nome Joseph Kony, gli olum (in lingua acholi: “erba”) seguitano a seminare morte e distruzione, soprattutto nella Repubblica Centrafricana e in alcune zone dell’ex Zaire e del Sud Sudan.

È il 28 agosto del 2002. Mi trovo con due miei confratelli comboniani a Tumangu (in lingua acholi: “il luogo dove abita la bestia feroce”), villaggio sperduto in mezzo ai ciuffi d’erba alta, una trentina di chilometri a est di Kitgum. In questa località dal nome tutt’altro che incoraggiante, non lontano dal confine sudanese, padre Tarcisio Pazzaglia, padre Carlos Rodriguez Soto e il sottoscritto incontriamo un gruppo di ribelli, nel quadro di una difficile mediazione di pace promossa dalla chiesa cattolica e da altri leader religiosi locali. Non nascondo di avere avuto paura, tanta paura e ancora oggi, quando con la mente torno a quel giorno, provo un senso di smarrimento; credo che sia stato un autentico miracolo riuscire a scampare alla morte in una simile circostanza.

È a dir poco sconvolgente trovarsi di fronte a questi pazzi scatenati che combattono con una sorta di rosario al collo, nel nome di un presunto dio dalle bizzarre pretese: proibisce tassativamente di mangiare galline bianche, possedere vacche del gruppo etnico degli ankole e soprattutto ordina di uccidere chiunque beva alcolici o fumi tabacco. Mi conforta comunque sapere che i miei due accompagnatori hanno già avuto modo di fare questo tipo d’esperienza nel passato, sempre con successo. Al nostro arrivo padre Tarcisio è il primo ad aprire bocca, salutando tutti con una spontaneità disarmante. I ribelli, poco più che adolescenti, tutti in mimetica, ci fanno accomodare su tre sedie sotto un albero. A occhio e croce sono una quindicina.

Tocca a padre Carlos spiegare il motivo della nostra visita: un incontro assolutamente informale per stabilire un contatto che possa giovare al dialogo per la pace. Improvvisamente, un ribelle si alza e urla: «I soldati, i soldati, i governativi!». Seguono raffiche di mitra interminabili e una pioggia di pallottole dappertutto; le capanne prendono fuoco e diventano roveti ardenti. Restiamo sdraiati a terra, la testa di lato, non riuscendo più a contare le raffiche.

Le schegge volano e padre Carlos, che ha cercato rifugio sotto una capanna, viene colpito al braccio da un pezzo di tetto infuocato. Strisciando ci riuniamo tutti e tre sotto l’albero dove fino a pochi minuti prima stavamo parlando con gli olum, in attesa che i governativi ci riconoscano. Urliamo a squarciagola: «Siamo missionari, non sparate». I governativi ci sono addosso, puntando i loro mitragliatori sulle nostre teste; rimaniamo sdraiati per terra. Urlando ci accusano di essere gente di al Qaeda.

Sentiamo intanto grida di bambini; ne vedo alcuni presi per le gambe e sbattuti al suolo come fossero galline. Una donna, riversa sul terreno, sanguina, ma nessuno la soccorre. Altra gente viene picchiata a sangue accusata di collaborare con i ribelli. Ci strappano i nostri pochi effetti personali di dosso e un soldato comincia a saltarci sulla schiena, rifilandoci anche qualche calcio. Un altro ancora, con fare saccente, accende una sigaretta per poi spegnerla sulla mia schiena. I soldati ci urlano che non abbiamo speranze. «State per essere ammazzati», dicono in inglese.

Questa tortura psicologica va avanti per una quarantina di minuti. Ci guardiamo silenziosi, pensando al peggio, e parlando a bassa voce ci confessiamo l’un l’altro. Padre Tarcisio mi dice: «Giulio, credo che stavolta sia finita». «Va bene», rispondo, «preghiamo padre Raffaele di Bari». Mi vengono in mente tutti gli affetti, le persone care e anche padre Raffaele, il nostro confratello ucciso dai ribelli nel 2000. Gli chiedo la grazia. Non so cosa sarà della mia vita, però provo un senso di grande abbandono e una calma, una freddezza inconsuete. Improvvisamente sbuca un ufficiale. Lo avevo conosciuto vent’anni prima a Kampala e mi riconosce; grazie a lui abbiamo salva la vita. Potete solo immaginare il sollievo, la gioia, quando ci dice che possiamo alzarci in piedi.

La nostra avventura è però tutt’altro che finita. Dobbiamo tornare nella nostra missione di Kitgum, ma la nostra macchina è lontana. I soldati governativi dunque ci ordinano di seguirli attraversando l’erba alta, per sfuggire ai ribelli. Ci dicono che appartengono a un’unità mobile dell’esercito e che non sono stati informati del nostro incontro con i ribelli. Camminiamo nella savana, sotto il sole, per otto ore più o meno e arriviamo esausti alla caserma di Pagimu, a pochi chilometri da Kitgum. Chiediamo un po’ d’acqua, ma ci viene negata. Veniamo poi fatti salire su una macchina fuoristrada.

Una volta a Kitgum invece di ricondurci alla missione cattolica, i militari, inspiegabilmente, ci arrestano. Veniamo rinchiusi in una capanna di quattro metri di diametro tutta di metallo, con una finestrella e una porticina. Ci tolgono le scarpe e gli indumenti, eccetto i pantaloni. Chiediamo nuovamente un po’ d’acqua, ma niente da fare; potremo bere solo alle undici del giorno seguente. La notte ci confessiamo di nuovo a vicenda e al mattino finalmente veniamo fatti uscire e scortati, scalzi, dagli uomini dell’intelligence militare appositamente arrivati dalla città di Gulu. Sono ufficiali più cortesi dei loro colleghi con cui fino a quel momento avevamo avuto a che fare e ci consentono di rivestirci e di bere. Ci fanno molte domande e poco dopo ci trasferiscono in elicottero a Gulu dalle massime autorità militari locali, per nuovi interrogatori.

Secondo la versione ufficiale fornita dalle autorità di Kampala, l’unità mobile aveva sparato contro di noi perché le autorità competenti non erano state avvertite della nostra missione di pace. Monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu, però smentisce ufficialmente; la stampa locale dà eco alle sue parole, ricordando che le autorità di Kitgum erano state preventivamente avvisate secondo regolamento. Alla fine ci viene detto che si è trattato di un “incidente”. Veniamo rilasciati, ma rimaniamo angosciati. Non possiamo fare a meno di pensare alla popolazione locale ridotta allo stremo dalla guerra, una guerra invisibile che al massimo fa notizia quando un manipolo di missionari viene sequestrato o ci rimette la pelle.

Oggi, a distanza di tempo, ripensando a quei tragici momenti, sono sempre più convinto che quanto abbiamo vissuto sia un’inezia rispetto a ciò che subisce chi è esposto, da mattina a sera, a una violenza quotidiana fatta di uccisioni e altre nefandezze. Mentre scrivo, colgo il limite delle parole: un conto è raccontare stando in redazione davanti a un terminale d’agenzia, altro è veder scorrere il sangue, sentire il fetore dei cadaveri che rende l’aria irrespirabile. Padre Tarcisio, che si è spento nel 2018, ogni anno, il 30 agosto mi telefonava per celebrare il giorno della nostra liberazione.

Una cosa è certa: quella guerra civile — che fece ricchi i trafficanti di armi — è terminata, dopo vent’anni di violenze inaudite, causando almeno 100 mila vittime e oltre un milione di sfollati. Si è conclusa nel 2007, tredici anni fa. Durante il conflitto vennero sequestrate intere scolaresche, e ancora oggi non si sa che fine abbiano fatto molti di quei minori. Questa volta ho preso, cari lettori, penna e calamaio, con un intento dichiarato: per non dimenticare.

di Giulio Albanese