· Città del Vaticano ·

L’odissea di una ragazza di campagna

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A cento anni dall’uscita di «Way Down East», del regista americano David Griffith

02 settembre 2020

Al termine della Grande Guerra, dopo milioni di morti sui diversi fronti e pandemie (la spagnola imperversò sino a tutto il 1920) il pubblico cinematografico aveva sete di storie in cui il bene trionfasse. David Wark Griffith, che in pieno conflitto con Intolerance (1916) aveva realizzato un film contro l’intolleranza, squisitamente pacifista (boicottato nella distribuzione in Europa, ovviamente: bisognava vendere le armi e bloccare le migliaia di casi di diserzione), nel 1920 torna su questi temi etici, addirittura biblici, con Way Down East (“Agonia sui ghiacci”).

Un melodramma tratto dalla commedia di Lottie Blair Parker, che l’attrice teatrale gallese Phoebe Davies, aveva portato sulle scene in Inghilterra e in America per dieci anni, dal 1897 al 1905, facendone il melodramma più visto dalla borghesia e dal popolino.

Una ragazza di campagna, Anna Moore (Lilian Gish, ingenua e delicata, già protagonista in Intolerance, amata dal pubblico) figlia unica di madre vedova, su richiesta addolorata della medesima madre, deve recarsi lontano più di cento chilometri, dai ricchi parenti, nella cittadina di Tremont, dalle parti di Boston, per chiedere un aiuto economico.

Il caso vuole che la fanciulla giunga quando la benestante famiglia, composta di zia e due altezzose allampanate figlie, stia dando una gran festa di gala per i notabili della cittadina. Durante la festa, un padrone terriero, Mister Lennox, seduce Anna, solo per aggiungere un numero alla sua lista. Nel giro di pochi giorni mette su un finto matrimonio, con un complice travestito da prete e due sgangherati testimoni.

Dopo le finte nozze, la abbandona. Anna, rimasta incinta, si nasconde in una camera in affitto in un villaggio vicino Tremont. Il piccolo nasce ma poi muore. Anna, depressa e distrutta, disonorata, cammina per la campagna, chiedendo lavoro nelle varie fattorie. Finché non viene accolta in una fattoria, dal brusco capofamiglia Squire Bartlett che vive improntando la sua condotta alla Bibbia, alla lettera. Il giovane figlio, il bel David, subito si innamora di Anna, ma lei lo respinge ormai terrorizzata dagli uomini.

Dopo diverse traversie il malfattore Lennox, amico dei Bartlett, viene smascherato dalla stessa Anna la quale viene cacciata di casa da Squire Bartlett come indegna e, di notte, fugge per la vergogna, durante una tormenta.

Nella fuga finisce su una lastra di ghiaccio del fiume e rischia di precipitare nel vortice della cascata quando viene salvata da David, postosi sulle sue tracce. La sequenza del salvataggio, risolta con riprese aeree e un montaggio alternato stringente di dettagli/campi medi/campi lunghi (se ne ricorderà Ejzenštejn) farà scuola per lo sviluppo della suspense cinematografica.

Agonia sui ghiacci si chiude con il matrimonio di Anna e David e una didascalia che ricorda la forza del “vincolo sacramentale”. All’epoca fu un enorme successo di pubblico e di critica: quarto film per incassi nella storia del cinema muto. Da allora è passato un secolo, forse anche di più.

di Eusebio Ciccotti