· Città del Vaticano ·

Il padre dei “Garo”

Padre Eugene Eduard Homrich

Ricordo di Eugene Eduard Homrich, missionario per sessant’anni in Bangladesh

01 settembre 2020

«Fondando scuole e centri sanitari, lottando per difendere la comunità Garo perseguitata, padre Eugene è divenuto un riferimento indispensabile per la nostra esistenza. La sua vita e la sua missione sono state piene di soddisfazioni. Era amico della comunità e ha sempre incoraggiato questa cultura: nella liturgia ha conservato infatti gli strumenti musicali, la lingua, gli inni Garo. Quando eravamo perseguitati, egli ha sempre lottato per noi». Così, un’anziano sacerdote della diocesi di Mymensingh, in Bangladesh, ricorda l’operato di padre Eugene Eduard Homrich, missionario statunitense della Congregazione dell’Holy Cross Mission Center, morto di recente per complicazioni sopraggiunte in seguito al contagio di coronavirus. Una figura che ha illuminato le vite di cristiani e musulmani dello stato asiatico per sessant’anni, tanto che un leader islamico ha auspicato l’intitolazione di una strada a Madhupur, nel distretto di Tangail, dove ha vissuto a lungo.

Durante un’orazione funebre in sua memoria nella chiesa di Pirgacha, a Tangail, dove fu parroco fino al 2016, anno in cui fu costretto a lasciare il Paese per le minacce ricevute da estremisti islamici, e alla quale hanno preso parte centinaia di fedeli, sono stati ricordati il profondo amore e l’incessante dedizione del missionario alle comunità della diocesi di Mymensingh, soprattutto verso l’etnia Garo, di origine tibetano-birmana, diffusa anche in India, cui appartengono centoventimila membri in maggioranza cristiani. «La fede dei Garo esisteva prima che diventassero cristiani», sosteneva il padre missionario. «Loro credevano negli dei e noi abbiamo battezzato la società, la loro cultura. Non abbiamo distrutto la loro cultura, sottolineo, ma l’abbiamo battezzata. Ora credono in Dio e sono buoni cattolici: sono persone sante».

L’amore e la dedizione verso di loro si sono tradotti nella fondazione di due scuole medie superiori e ventotto istituti primari «affinché rimanessero vive storia e tradizioni della minoranza», ha dichiarato padre Simon Hacha, un sacerdote delle diocesi anche lui di etnia Garo. «In questi istituti, migliaia di bambini e ragazzi hanno ricevuto un’educazione qualificata» e molti di loro, negli anni, hanno trovato una buona occupazione. Ciò ha comportato significativi miglioramenti della situazione socio-economica della minoranza, grazie anche ad altri interventi riguardanti la tutela della salute, con varie strategie in campo sanitario, e della terra, con l’introduzione di moderne tecniche agricole e l’insegnamento di una corretta gestione del denaro nelle cooperative. Lui stesso era ormai considerato un Garo, avendo imparato la lingua e avendo pubblicato un libro di inni e preghiere in questo idioma». L’istruzione, amava ripetere padre Eugene, «è la spina dorsale della nazione. Per questo bisogna garantirla a tutti, insieme ad un’educazione morale e spirituale. Per proteggere la vostra esistenza dovete essere uniti e lavorare insieme per migliorare le vostre condizioni di vita».

Eugene Homrich è chiamato “il padre della moderna comunità Garo” racconta una donna dell’etnia. «Se non fosse venuto a Mymensingh, dedicandosi a noi notte e giorno, la nostra comunità tribale non avrebbe potuto salvare la propria cultura. È stato lui a spiegarci che religione e cultura non sono la stessa cosa. Così ci ha consigliato di praticare la nostra fede e allo stesso tempo mantenere la cultura che abbiamo ricevuto dai nostri antenati. Io mi sento molto fortunata ad averlo incontrato ed aver imparato da lui cosa significa essere cattolica». La sua carità cristiana ha toccato alte vette anche in altre situazioni, soprattutto di fronte alle ingiustizie e prevaricazioni verso questa minoranza. «Padre Homrich era un difensore dei suoi parrocchiani, perché molto spesso questa popolazione ha sofferto e soffre ancora a causa della persecuzione da parte di persone potenti», ha aggiunto padre Hacha. «I tribali possiedono per tradizione molte foreste, di cui non hanno però il contratto di proprietà, per cui a volte capita che qualche proprietario terriero tenti di occuparle e di espropriarle».

Le persecuzioni raggiunsero il culmine durante la guerra di indipendenza dal Pakistan, nel 1971, quando il missionario statunitense salvò la vita a centinaia di musulmani, indù e cristiani, dando loro un rifugio, nascondendoli in chiesa e provvedendo al loro sostentamento, ricevendo, per questo, un’onorificenza dal governo di Dacca. «Padre Eugene — ha dichiarato un esponente del parlamento bengalese — ha cambiato la vita degli abitanti di quest’area. Non ha lavorato solo per i cristiani ma per i fedeli di tutte le religioni. Lo rispettiamo per il suo incredibile contributo. È stato anche un combattente per la libertà del nostro Paese». Dichiarazioni che testimoniano quanto gli insegnamenti e l'esempio di padre Homrich abbiano lasciato il segno nei cuori dei cittadini bengalesi, qualunque religione essi professino. «Ha fatto molto per la popolazione di Modhupur», ha osservato un politico musulmano che ha ricordato nell’occasione il premio “Amico straniero”, conferito al missionario nel 2012 e riservato, come segno di “gratitudine e rispetto” a tutti gli stranieri che hanno offerto «sostegno morale, mentale, materiale, politico, diplomatico, logistico alla lotta per la libertà del popolo bengalese». (rosario capomasi)