· Città del Vaticano ·

Voglia di pane e cerase

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«Reginella» ai tempi del covid-19

21 agosto 2020

La paura del vuoto è stato il regalo avvelenato della quarantena da covid-19. Il tempo insieme dilatato e asfissiante è diventato abisso da scongiurare, oceano da riempire di cardini, coordinate, direttrici per la navigazione. Tutto è tornato utile: la tecnologia più o meno moderna; e pure — sposate magari ai nuovi mezzi tecnologici — certe pratiche antiche, di quando il tempo era un alleato prezioso da blandire o un nemico dilagante, da contrastare con astuzia e inventiva. Hanno ripreso quota, in questi mesi di isolamento, l’abitudine di leggere e quella di raccontare, connessi via web o seduti intorno a un tavolo, celebrando come un rituale di preziosa, e stupita, condivisione. È tornata l’usanza di cantare, per riempire il silenzio e scacciare la malinconia, al balcone o attaccati a uno strumento, su un terrazzo, di fronte al cielo e a quartieri cavi come casse di risonanza, oppure in concerti improvvisati davanti alle telecamere dei computer e dei cellulari. È stato sfogo, spesso, e a volte proposito e a volte malinconia: una malinconia feconda, come un richiamo rivolto a tutte le energie del ricordo.

Nei giorni passati ho sentito mia madre, napoletana, intonare ancora e ancora la melodia di Reginella, il classico a tempo di valzer creato dall’estro di Libero Bovio e Gaetano Lama. La cantava per prima un’altra voce incerta, quella di mia nonna, in una casa umile e piena di sole, piroettando con un bastone di scopa come compagno nello spazio esiguo tra la Natività in capo al letto e una mensola di santini e “lari” in salotto. Teneva l’ultima nota e alla fine faceva un inchino ai ritratti dei genitori, del marito morto, dell’amata sorella. Ho un ricordo nitido di me bambino, accucciato in un angolo, ancora impastato del lungo sonno della domenica, assistere a quella cantata di buonumore e amarezza in filigrana. Deve ricordarla, ancora più nitidamente, mia madre.

La storia di Reginella che s’infatua e si disamora secondo le leggi della vita, quella dell’amante sincero ma spiantato che rimpiange i giorni insieme e si augura di sopravvivere in un suo pensiero, le dicono qualcosa di profondo, nelle parole e oltre. L’ha cantata, mia madre, ancora e ancora durante la quarantena e continua a cantarla anche oggi, che sprazzi di luce si sono aperti poco a poco e la “normalità” non sembra più un miraggio. Io ho imparato tutte le parole e la sussurro come una ninna nanna all’ansia di quel che sarà.

Con un pizzico di fantasia mi sono fatto l’idea che a parlare sia il tempo dell’isolamento, che ci ha appena lasciato: quello che, dopo l’iniziale smarrimento, la diffidenza, ha finito per innamorasi dei nostri stenti, del nostro parco pasto di “pane e cerase”, dei nostri singhiozzi di verità e paura, della cattività forzata che ci ha spremuto il canto più disarmato e sincero. Ce ne siamo innamorati un po’ anche noi, mentre ci accompagnava alla riscoperta dell’intimità sopita, a fare i conti col popolo latente di inni e lamentazioni che coviamo dentro. «Regginella è vulata e tu vola», ci dice ora, consegnandoci a un altro tempo più vasto e libero, più “degno” del nostro canto. Lui se ne sta ritirato sul suo saldissimo sperone di roccia scomoda e dura, nel suo paesaggio da ultima spiaggia, e ci raccomanda solo — a volte, distrattamente — di pensarlo. (Leonardo Guzzo)