· Città del Vaticano ·

Una sfida in più

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Il multiforme impegno di Chiesa e Medici con l’Africa Cuamm nel Sud Sudan

10 agosto 2020

La pioggia cade ininterrottamente. È acqua benedetta. Rompe l’assedio della siccità. Rende i pascoli più ricchi. Stempera le tensioni tra i pastori. Ma è anche acqua pericolosa. Nell’umidità crescono e si riproducono le zanzare anofele, portatrici di malaria. Una malattia endemica nel Sud Sudan che, quest’anno, si aggiunge al covid-19, virus che lentamente si sta diffondendo in tutto il paese.

«Il Sud Sudan — spiega Giorgia Gelfi, project manager della ong Medici con l’Africa Cuamm — sembrava essere stato risparmiato dal coronavirus. Fino a poche settimane fa, i contagi erano limitati e i decessi si contavano sulle dita di una mano. Negli ultimi giorni però l’epidemia è diventata più aggressiva. Nello scorso fine settimana i casi registrati erano più di 2.450 e i morti una cinquantina. Temiamo però che la diffusione del virus sia più ampia anche perché la capacità di testare la presenza del covid-19 è limitata. C’è un solo laboratorio e il numero di tamponi è assai limitato».

Il Sud Sudan è la nazione più giovane al mondo (quest’anno si sono festeggiati i nove anni dalla secessione dal vicino Sudan). Potenzialmente è uno stato ricchissimo con numerosi giacimenti petroliferi e abbondanza di acqua (è attraversato dal Nilo) che rende fertili i suoi campi. Allo stesso tempo, però, è un paese profondamente instabile. Nel 2013 è sprofondato in una guerra civile quando, alcuni militari di etnia dinka, fedeli al presidente Salva Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati dal vice presidente Riek Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. Nel 2018 Kiir e Machar hanno firmato un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader sono poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, l’accordo di pace. Secondo quanto previsto dal patto, Machar avrebbe ricoperto nuovamente il ruolo di vicepresidente. Alla fine, Kiir e Machar hanno raggiunto un accordo per formare un governo di unità il 22 febbraio 2020, pur continuando a rimanere in conflitto su questioni interne.

A queste tensioni politiche, si aggiungono gli scontri tra pastori che compiono razzie e cercano di accaparrarsi i pascoli migliori (soprattutto nella stagione secca). «Questi scontri — osserva suor Elena Balatti, missionaria comboniana — ci sono sempre stati. Negli ultimi anni, con la diffusione massiccia di armi automatiche, si sono intensificati e hanno provocato centinaia di vittime e un’instabilità diffusa in tutto il paese. La nostra speranza è che la recente nomina dei governatori degli stati e delle regioni autonome possa portare a una svolta. Il presidente Salva Kiir ha ordinato loro di ripristinare la pace nelle rispettive zone: è un ordine perentorio che ci auguriamo riporti serenità e ci permetta di operare serenamente sul territorio».

In tale contesto si è diffuso il coronavirus. Vietati o limitati i voli provenienti dall’estero, non sono state prese misure rigide per bloccare gli spostamenti sulle strade. Tra la cittadinanza c’è scarsa consapevolezza del pericolo. Non vengono mantenute le distanze né vengono indossate le mascherine. Le strutture sanitarie sono poche e male equipaggiate. «Inizialmente — continua suor Elena — si pensava che il virus venisse dall’estero. Così i controlli interni sono stati pochi. Adesso le autorità sono corse ai ripari e hanno lanciato campagne di prevenzione anche se, prevalentemente, nei grandi centri. Nelle zone rurali però questi messaggi non arrivano».

Per cercare di ovviare a questa mancanza è scesa in campo anche la Chiesa cattolica. «Purtroppo le funzioni religiose — spiega la missionaria — sono ancora sospese e quindi l’incontro diretto con i fedeli è ancora limitato A Malakal però stiamo riattivando la radio locale. Saremo così in grado di raggiungere un’ampia fetta di popolazione».

Che il coronavirus sia arrivato nelle campagne ormai è un dato di fatto. Recentemente un missionario che operava in un villaggio è stato contagiato dal virus. «Il confratello — prosegue suor Elena — ha contratto il virus. Non essendosi spostato nelle settimane precedenti l’insorgenza della malattia, significa che ha contratto il virus nella sua zona. Ciò dimostra come il covid-19 sia diffuso nelle regioni lontane dai principali centri».

Per fermare questa epidemia, è scattata la solidarietà internazionale. Nonostante il blocco degli aeroporti, l’ong Medici con l’Africa Cuamm, grazie al contributo di donatori italiani e internazionali e alla partnership delle Nazioni Unite, è riuscita a inviare materiali diagnostici per cinque ospedali (termometri a infrarossi e concentratori di ossigeno, ma anche filtri e serbatoi per l’acqua ed ecografi portatili).

«L’operazione — spiega don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm — è stata facilitata dal partenariato tra noi e le basi di pronto intervento umanitario delle Nazioni Unite, gestite dal Programma alimentare mondiale, tra cui figura Brindisi, collaborazione avviata in piena emergenza covid-19 nell’aprile 2020. Un accordo prezioso e strategico che permette di accedere a una rete di voli e di hub umanitari sempre attivi, per garantire il trasporto tempestivo di materiali indispensabili in situazioni di emergenza».

Sono aiuti preziosi anche perché il covid-19 non è l’unica emergenza che il Sud Sudan deve affrontare. «È arrivata la stagione delle piogge — conclude Giorgia Gelfi — e, con essa, si inasprirà la malaria. I sintomi iniziali sono gli stessi del coronavirus. Per noi quindi sarà ancora più complicato assistere la gente che arriva presso i nostri centri. Una sfida in più in una situazione già abbastanza complessa».

di Enrico Casale