· Città del Vaticano ·

Una ragazza troppo intelligente

Giuni Russo

Le voce della santa a teatro, da Lella Costa ai video di Francesco Cortese

08 agosto 2020

Una studentessa fragile, atterrita dalle difficoltà normali della vita, spaventata da tutto. Una ragazzina imbranata (così almeno la consideravano le sorelle) sempre “sulle nuvole”, persa nel suo mondo di libri e alta filosofia che una semplice tesina da consegnare riesce a gettare nello sconforto più totale («ho sperato di essere investita da una macchina per strada. Sono troppo incapace!» scrive nei suoi appunti di apprendista fenomenologa implacabile verso se stessa, allieva del grande Edmund Husserl a Gottinga) diventa in pochi anni una donna forte, coraggiosa, capace di imporre alla famiglia di origine una scelta difficile e dolorosa. Una donna dalla fede solida come una roccia, che accetta di lasciarsi attraversare dall’abisso di male che travolge il suo tempo fino ad inoltrarsi verso la morte con la serenità di una bambina che attende l’abbraccio della mamma. Non stupisce che in tanti abbiano messo in scena la storia di Edith-Teresa Benedetta della Croce; non lascia indenni una vicenda umana così incredibile e insieme così reale, così documentabile (e così documentata).

Lella Costa, una delle più amate autrici e attrici italiane ne ha parlato con stupore e ammirazione nel suo libro Ciò che possiamo fare. La libertà di Edith Stein e lo spirito dell’Europa (Milano, Solferino, 2019, pagine 128, euro 9,90) e ha in cantiere, il prossimo 25 settembre Una ragazza troppo intelligente, una lezione-monologo dedicata alla carmelitana Teresa Benedetta per la rassegna «Molte fedi sotto lo stesso cielo. Per una convivialità delle differenze» delle Acli di Bergamo. Lella Costa è rimasta colpita dal suo senso di responsabilità, che — spiega ad Adriana Masotti di Vatican News — «non riguarda solo i grandi temi e il ruolo in cui ci si pone nel mondo, ma anche le relazioni personali. E mi ha molto colpito che Edith Stein, nata da famiglia ebrea, con una madre profondamente religiosa, ovviamente addolorata per la decisione della figlia non solo di convertirsi ma addirittura di prendere i voti, a questa madre a cui ha scritto una lettera a settimana fino all’ultimo, Edith dedica del tempo e della cura, va a trovarla prima di entrare in convento e va in sinagoga con lei. Questo mi è sembrato un gesto tipicamente femminile, nel senso appunto dell’aver cura. Il sostantivo che secondo me meglio definisce Edith è proprio responsabilità». A suor Teresa Benedetta è dedicato anche lo spettacolo Teatro sacro — Scientia Crucis — Edith Stein di Corrado Sorbara, che calamita l’attenzione del pubblico con un suggestivo intreccio di proiezioni di filmati, musiche e coreografie capaci di evocare la complessa storia di Edith, una donna che riunisce in sé caratteristiche che normalmente si possono trovare distribuite tra molte persone: filosofa allieva di Husserl poi suora carmelitana, ebrea di origine poi convertita al cattolicesimo, fiera oppositrice del nazismo poi martire essa stessa in un campo di concentramento. Scientia Crucis riesce a comunicare la forza di Edith nel rifiuto di sottostare ai limiti imposti dall’appartenenza a una razza o ad una religione. «Ebrea di origine — si legge nelle note di regia — giunge a caricarsi della croce portata da un altro ebreo, Gesù Cristo. Ad un certo punto le parole non servono più ed allora sono la musica e la danza — sullo sfondo di filmati d’epoca — a farci cogliere la sua immedesimazione con il sacrificio della croce». Una figura di donna tridimensionale, lontana dalle rappresentazioni oleografiche e prevedibili della santità emerge anche da Grappolo sotto il torchio, bozzetto teatrale in un unico atto in cui Luigi De Tommasi illustra la breve e intensa vita di Edith, mescolando recitazione e immagini d’epoca per abbracciare il pubblico senza bisogno di enfasi, resistendo alla tentazione dell’“effetto facile”. Impossibile anche non ricordare la canzone Il Carmelo di Echt omaggio musicale del compositore Juri Camisasca alla compatrona d’Europa, nella memorabile interpretazione di un’altra carmelitana in pectore, Giuni Russo, talmente conquistata dal carisma teresiano da chiedere di essere sepolta nel convento delle carmelitane di Milano. Forse il modo migliore per immedesimarsi con il duro e accidentato percorso spirituale di Edith è proprio immergersi nella stellare bellezza della voce di Giuni, che rende luminosa e palpabile la sua fede in canzoni come Moro perché non moro, o La Sua Figura ispirata a un cantico di san Giovanni della Croce.

di Silvia Guidi