· Città del Vaticano ·

Un farmaco contro l’odio

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L’omelia per la chiusura della Perdonanza celestiniana

31 agosto 2020

La sera del 29 agosto il cardinale arcivescovo de L’Aquila ha chiuso la Porta Santa nella basilica di Collemaggio, al termine della tradizionale Perdonanza celestiniana. Pubblichiamo stralci della sua omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica.

La celebrazione della Perdonanza non deve diventare semplice ritualità tradizionale, ma esperienza personale e comunitaria di revisione di vita. Se no si corre il rischio di fare tante Perdonanze, ma di rimanere senza perdono: ricevuto e dato. La Perdonanza ha valenza non solo ecclesiale, ma anche sociale. Questa prospettiva spalanca orizzonti di grande attualità sull’“anima celestiniana” di questa celebrazione. In tale panorama prende forte rilievo una riflessione di Papa Francesco, che così scrive: «Pietro del Morrone, come Francesco d’Assisi, conoscevano bene la società del loro tempo, con le sue grandi povertà. Erano molto vicini alla gente, al popolo. Avevano la stessa compassione di Gesù verso tante persone affaticate e oppresse; ma non si limitavano a dispensare buoni consigli, o pietose consolazioni. Loro per primi hanno fatto una scelta di vita controcorrente, hanno scelto di affidarsi alla Provvidenza del Padre, non solo come ascesi personale, ma come testimonianza profetica di una Paternità e di una fraternità, che sono il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo».

Il perdono tiene alta la soglia della sana tolleranza e rappresenta un farmaco che immunizza dalla logica distruttiva della ostilità e dello scontro. L’Aquila deve diventare “Scuola di incontro e di confronto”; laboratorio per attivare percorsi di riconciliazione. In sintesi: è chiamata a diventare, anche sul piano culturale e sociale, la “Capitale del Perdono”. Va sottolineato che perdonare è un atto “complesso”: richiede l’intervento “coordinato” di molte virtù, tra cui la fortezza, la prudenza e la mitezza. Il Perdono non va scambiato con stili rinunciatari o con valutazioni distorte: perdonare non vuol dire far finta di niente, come se la cosa non fosse mai accaduta; né pretende di cancellare il passato dalla memoria. Perdonare presuppone il non restare imbrigliati nel rancore, per mantenere aperta o ripristinare la via dell’ascolto, della benevolenza, della speranza. Chi perdona prende “sul” serio ciò che è accaduto, ma lo supera. Non si lascia sopraffare dal male, ma vince il male con il bene. Occorre, perciò, attivare le difese cognitive ed etiche, per identificare e respingere questi atteggiamenti nocivi, che rischiano di intossicare i nostri giudizi, i sentimenti e i comportamenti che li concretizzano, rendendoli disadattanti e dannosi. Perdonare è un gesto di libertà e un servizio alla verità: solo chi, dentro di sé, ha sciolto i nodi che lo legavano all’egoismo — e ha guadagnato robuste “dosi” di saggezza e di generosità evangelica — può perdonare. Tra le attitudini necessarie per maturare un’autentica predisposizione al perdono, compare l’umiltà, che, per definizione, è la prima alleata della misericordia. Va messo in risalto che l’“umiltà” è strettamente imparentata con la verità, perché comporta vedere se stessi e gli altri alla luce della Parola: è questa Sapienza che ci consente di valutare noi e il prossimo con obiettività, senza tentativi di cosmesi interpretative e senza ricorrere ad anestetici dissimulanti. Perciò sant’Agostino dichiara: per camminare nella vita secondo lo Spirito «il primo passo è l’umiltà; il secondo passo è ancora l’umiltà; il terzo ancora l’umiltà; e per quanto tu chieda, ti darò sempre la stessa risposta: l’umiltà».

Attraversiamo ancora il mare agitato della pandemia. Ricordiamo, nella preghiera, tutte le vittime del contagio e le loro famiglie, come anche il personale sanitario che si prodiga per debellare questa calamità infettiva. Nella misura in cui siamo mobilitati nel combattere il male morale, che è la “peste dell’anima”, siamo pure attrezzati per affrontare la sfida del covid-19. Infatti, oltre al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure di sicurezza, ci viene chiesto l’esercizio fattivo della cittadinanza responsabile e la ricerca sinergica del bene comune. Il testo del profeta Geremia proclama che il Signore ci assiste, nell’impresa lieta e faticosa, di essere testimoni e promotori della cultura altruistica del perdono, in un mondo spesso dominato da interessi egoistici che suscitano il rigetto sprezzante del messaggio evangelico. Celestino v, padre e maestro, ci accompagni in questa divina avventura. Sono onorato di ricordare che proprio in questo anno ricorre il 700° anniversario della fondazione del monastero delle Monache Celestine. Contiamo anche sulla incessante preghiera di queste sorelle consacrate per mantenere ardente, nella mente e nel cuore, il carisma di Pietro da Morrone. La Perdonanza, nata e dimorante a L’Aquila, ma ormai cittadina del mondo, ci aiuti ad essere testimoni coraggiosi di umiltà fraterna e perseveranti costruttori di pace: ora e sempre. Amen!

di Giuseppe Petrocchi