· Città del Vaticano ·

Tu parli anche quando taci

Arcabas (Jean-Marie Pirot), «Annonce faite à Marie» (1980, particolare)

SILENZIO, GREMBO DELLA PAROLA

27 agosto 2020

Pubblichiamo stralci di alcuni degli interventi contenuti nel libro Silenzio, polifonia di Dio a cura di Barbara Aniello e Dariusz Kowalczyk (Roma, Pontificia Università Gregoriana, 2020, pagine 218, euro 35). Il volume raccoglie gli Atti dell’omonimo convegno che si è svolto a Roma e Civita di Bagnoregio dal 7 al 9 marzo 2019. Parlare, pensare, guardare, pregare il silenzio sono state le “sezioni” in cui si è articolato il pensiero e il dibattito degli incontri, disegnati secondo il metodo delineato dalla Veritatis gaudium all’insegna della transdisciplinarietà.

En arche en ho Logos / in principio era la Parola, recita il Prologo di Giovanni. Ma qui, come il Faust di Goethe, dovremmo forse già trattenere il respiro. «Sono già bell’e fermo — dice appunto il Faust. Chi mi aiuta a proseguire? È impossibile che io stimi la “parola” in modo così alto...». Ecco, dunque, posto il problema. È la Parola che rivela Dio oppure è il Silenzio? Una domanda — questa — simile a tante altre che riguardano Dio: è la potenza che rivela Dio oppure l’impotenza? Dio si manifesta nella luce che abbaglia o nella notte del mistero?

Non è un caso che, a livello lessicale, la lingua ebraica parli del Volto non al singolare, ma al plurale. In ebraico Volto è espresso da Panim, un plurale singolarissimo, ma suggestivo, perché dice che il Volto è uno e molteplice, edito ed inedito, conosciuto e sconosciuto... Il Volto è alterità e relazione, parola e silenzio...: concessione, ma anche sottrazione di sé. Il Volto di Dio (come quello dell’uomo fatto a sua immagine) rappresenta la cifra inconfondibile dell’identità personale, ma anche, il suo mistero... Questo significa che ogni definizione di Dio è inadeguata e che quanto si può dire sulla Parola di Dio va non coniugato solo con il suo corrispettivo che è il Silenzio, ma anche con il mistero che ogni parola e ogni silenzio racchiudono. Questo significa che di Dio potremo conoscere soltanto le tracce, mai la faccia, il Volto, Panim!

Quali sono allora le tracce che ci permettono di comprendere il silenzio di Dio nella Bibbia? Perché Dio tace? (...) Ecco una prima seria ragione del silenzio e dell’assenza di Dio: Dio tace perché l’uomo, nella sua arroganza, lo ha messo a tacere! Dio tace perché l’uomo non lo lascia parlare! Nella storia di Israele sono stati anzitutto i profeti a denunciare il peccato come motivo dell’assenza di Dio. «Ascoltate voi capi di Giacobbe, voi che governate Israele...», denuncia il profeta Michea. Ed ecco l’accusa: «Mangiano la carne del mio popolo, gli strappano la pelle di dosso, gli spezzano le ossa, li fanno a pezzi come ciò che si trova in una pentola, come la carne dentro il calderone...» (Michea 3, 1-4). Il profeta Michea rimprovera qui i responsabili della nazione di un peccato gravissimo: dovrebbero essere pastori e invece sono cannibali: dovrebbero aver cura delle pecore e invece le divorano, ignorando la giustizia e calpestando il diritto. Ed ecco la punizione: «... grideranno a JHWH, ma egli non risponderà, nasconderà loro la faccia perché le loro azioni sono state malvagie!». Qui si fa riferimento al silenzio di Dio nel periodo dell’esilio, al momento della perdita della terra e della sicurezza... Dio tace e i responsabili, nel momento in cui hanno perso tutto, tornano a cercare il Dio tappabuchi, sicuri di trovarlo nel momento di bisogno. «Ma egli non risponderà!» è la sentenza apodittica del profeta. È lo stesso motivo che si ritrova altrove nel profetismo: «Oh, squarciassi tu i cieli, e scendessi! [...] Non adirarti fino all’estremo, o Signore! Non ricordarti dell’iniquità per sempre... Sion è un deserto, Gerusalemme è una desolazione... Davanti a queste cose te ne rimarrai impassibile, o Signore? Te ne starai in silenzio...?» (Isaia 64, 1.9-12). Di fronte a questa denuncia profetica, non possiamo non riconoscere che spesso il silenzio di Dio, oggi come ieri, è dovuto alla malvagità e all’idolatria dell’uomo che cerca la salvezza negli idoli «sordi e muti», che non hanno nessuna capacità di parlare: «Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non odono...» (Salmo 115, 4ss.). Quando l’uomo si affida agli idoli, antichi e moderni, allora se ne sta zitto anche Colui-che-Parla e ha creato l’universo con la Parola della sua bocca.

Una grande porzione del male e del dolore che esiste nel mondo e nella Chiesa è riconducibile al silenzio di un Dio che è stato cacciato, messo a tacere dalla prevaricazione e dall’arroganza. Dio tace perché ormai il tempio è divenuto una spelonca di ladri, i falsi profeti hanno l’ultima parola, il popolo è diventato «non-popolo-mio» e l’amata si è prostituita (Osea 1-2).

Eppure questo schema interpretativo del silenzio e dell’assenza di Dio non è sufficiente, perché non tutte le calamità che si abbattono sul mondo sono attribuibili alla degenerazione umana. Di fronte a tante malattie e sofferenze, la soluzione che fa risalire tutto al peccato dell’uomo è sostanzialmente insoddisfacente e inadeguata. Penso in questo momento allo scrittore algerino Albert Camus il quale, a diciassette anni, vedendo morire una bambina sotto un camion, con l’indice rivolto verso il cielo, dice a un amico: «Tu vedi, vedi! Quello tace!».

È lo stesso motivo che ritroviamo nel grido espresso dal poeta italiano Giuseppe Ungaretti: «Sono un uomo ferito... Sono stanco di urlare... E compiangici dunque, crudeltà...». È la voce del salmista orante del Salmo 35 e di tanti altri Salmi: «Anche tu hai visto, o JHWH; non tacere! ... Svegliati... difendi la mia causa» (Salmo 35, 22-23). «Destati! Perché dormi?» (Salmo 44, 24), «Fino a quando?» (Salmo 13, 2).

Quando la voce innocente viene soffocata, quando il diritto tace e solo la violenza trova parola, quando la verità viene ammutolita dalla menzogna, il silenzio di Dio diventa uno scandalo! Quante volte, donne e uomini innocenti hanno lamentato il Suo silenzio: dovrebbe gridare e se ne sta zitto. Giobbe, Geremia, i disperati che vivono la notte degli ulivi, l’agonia del sangue... Ed ecco allora il secondo tentativo delle Scritture Sacre di trovare una ragione del Silenzio di Dio.

La pedagogia del silenzio è un tema suggestivo e affascinante. Siamo soliti considerare l’educazione come un programma legato alla parola e alla gestualità, ma si riflette poco sulla pedagogia del silenzio. È l’esperienza magnificamente espressa in quel testo sublime che racconta la vicenda di Elia (1 Re 19). Dopo la schiacciante vittoria riportata sui profeti di Baal, Elia si mette in viaggio dal Carmelo a Bersheba e poi da Bersheba all’Horeb. È un viaggio esperienziale più che geografico. E non basta dire che Elia intraprende questo viaggio per mettersi in salvo da una regina malvagia che cerca di ucciderlo.

Elia si mette in viaggio per ritrovare un Dio che gli parli e lo rassicuri. (...) Il Dio che Elia conosce è il Dio della Parola che uccide, guerriero implacabile, spada affilata...: «perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto solo, ed essi cercano di togliermi la vita» (1 Re 19, 14). Il Dio che Elia cerca è il Dio dell’esodo, che vendica i suoi fedeli con la sua Parola implacabile. (...) E invece? Il Signore passò. Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce... ma il Signore non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma il Signore non era nel terremoto. E, dopo il terremoto, un fuoco; ma il Signore non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, la voce di un silenzio sottile. Quando Elia lo udì, si copri la faccia con il mantello, andò fuori ... della spelonca (1 Re 19, 11-13).

Qol demamah daqqah / la voce di un silenzio sottile: un’espressione ebraica estremamente problematica, su cui si sono versati fiumi di inchiostro. La LXX e la Vulgata l’hanno trasformata traducendo «un vento leggero», forse per evitare l’apparente contraddizione tra voce e silenzio. Ma il testo dice proprio che Dio si trova nella voce di un silenzio leggero, tenue... Il senso non deve essere lontano da quello che un mistico tedesco esprime con questa suggestiva perifrasi: «È, e nessuno sa cosa. È qui, è là, è lontano, è vicino, è profondo, è alto! Ma no! Ho mentito: no, non è né questo né quello» (Conrad Immendorfer). Un Dio lontano dai canoni della concezione teologica di Elia e radicalmente diverso da quello che aveva servito fino a quel momento. Il Dio che Elia incontra sull’Horeb non è più quello di un tempo, e non è certamente quello del Carmelo! Elia, il fanatico devoto, deve ora rimettere in discussione la sua immagine di Dio, radicata nella tradizione e sulla propria personale esperienza. Perché il vero incontro con Dio non si ciba di parole. Il rischio della parola non è il silenzio, ma la banalità, il logocentrismo, che non cerca altro che sé stesso. Elia deve imparare che Dio non va anzitutto detto, ma cercato, perché il suo Nome non è pronunciabile e perché la parola ha senso quando sgorga dalla radicalità di un’esperienza. Elia dunque deve soffrire l’assenza del Dio edito, di cui conosceva la voce, per imparare a conoscere il Dio inedito, che si nasconde e si manifesta nella Voce di un Silenzio sottile. Dio, che si era svelato ai Padri con una voce terribile, da far tremare la montagna del Sinai, ora si presenta come qol demamah daqqah. Lo dice poeticamente Søren Kierkegaard, in questo suggestivo poemetto: «Padre celeste! In molti modi tu parli ad un uomo: / Tu, l’unico che hai sapienza e intelligenza... / Tu parli anche quando taci; / perché parla anche colui che tace, per provare l’amato; / parla anche colui che tace, / affinché l’ara del capire sia tanto più intima / quando essa verrà».

di Massimo Grilli