· Città del Vaticano ·

Silenzio e preghiera

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Dopo l’attentato alla cattedrale di Managua

03 agosto 2020

È stata una giornata di silenzio e di preghiera quella vissuta ieri dall’arcidiocesi di Managua, capitale del Nicaragua, a due giorni dall’attentato alla cattedrale dell’Immacolata Concezione, quando un uomo incappucciato ha lanciato una bomba molotov nella cappella del Sangue di Cristo. Le fiamme hanno bruciato un antico crocifisso, molto venerato dal popolo nicaraguense, lo stesso dinanzi al quale si era inginocchiato in preghiera san Giovanni Paolo II nel suo viaggio nel paese nel febbraio 1996.

La giornata di silenzio e preghiera è stata indetta dall’arcivescovo di Managua, cardinale Leopoldo José Brenes, che ha definito l’attacco «un atto terroristico». Il porporato ha chiesto ai fedeli di perdonare l’autore del gesto. «Questa azione malvagia ha ferito anche tutti noi, sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli, uomini e donne di buona volontà» ha dichiarato Brenes, secondo quanto riporta Vatican News.

La Giornata di preghiera e silenzio è stata vissuta in tutte le chiese, le parrocchie e negli altri luoghi di culto dell’arcidiocesi, nonché nelle case e attraverso i social network. Diverse le modalità di adesione proposte ai fedeli: restare in silenzio durante tutto il giorno; pregare davanti al crocifisso; digiunare; recitare il Rosario; promuovere quindi «la pace nei cuori per non cadere nella tentazione della provocazione e dell’odio», come si legge in un comunicato sul sito web del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam).

Nella nota, a firma di tutta la presidenza, si esprime solidarietà «alla Chiesa nicaraguense che accompagna instancabilmente il suo popolo», nonostante «i problemi strutturali dell’ordine economico e sociale», cui si aggiungono i rigori della pandemia e le avversità a cui i nicaraguensi «resistono radicati nella fede, dalla quale attingono forza e speranza per superare le difficoltà, con un’esemplare dimostrazione di generosità e fratellanza». «Condanniamo — continua la nota — questo e qualunque altro atto di sacrilegio o profanazione che attenti contro la vita spirituale dei fedeli e l’opera evangelizzatrice della Chiesa, specialmente in questi tempi difficili di pandemia in cui viviamo».

La nota del Celam si conclude con l’auspicio che le autorità chiariscano al più presto le dinamiche di questo atto di violenza, «che non è mai accettabile, in alcun modo, da qualunque parte provenga». Tutti — sottolinea il Consiglio episcopale latinoamericano — «dobbiamo continuare a compiere sforzi per vivere in pace e in armonia, lavorando per lo sviluppo dei nostri popoli».

L’attacco alla cattedrale di Managua s’inquadra nella più ampia e complessa crisi politica e sociale che il Nicaragua vive ormai da circa due anni. Secondo quanto riporta l’Efe, che cita la ong Centro nicaraguense dei diritti umani (Cenidh), negli ultimi venti mesi sono stati registrati ben 24 attacchi a sacerdoti e chiese. «Tutti questi attacchi alla Chiesa cattolica confermano che il regime del presidente Ortega viola il diritto alla libertà di coscienza, pensiero e religione, stabilito nella Costituzione del Nicaragua e nella Dichiarazione universale dei diritti umani» ha affermato il Cenidh.

La crisi in Nicaragua è scoppiata in seguito alle proteste popolari causate dalla riforma delle pensioni. Le proteste hanno portato a scontri sempre più violenti, nei quali hanno perso la vita — secondo bilanci non ufficiali — oltre trecento persone. I negoziati tra governo e opposizione sono attualmente in stallo.