· Città del Vaticano ·

Sanzioni Ue alla Bielorussia

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I leader europei condannano la repressione e chiedono il ritorno al dialogo

20 agosto 2020

«È necessario garantire un processo di autodeterminazione in Bielorussia e ritengo sia stato molto importante riunire il Consiglio per discutere di una crisi che riguarda i valori fondamentali». Queste le parole pronunciate oggi, in un’intervista al «Corriere della Sera», dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, secondo il quale a Minsk «non possono esserci ingerenze, tantomeno interventi esterni». Sassoli ha chiesto «che si proceda con sanzioni individuali nei confronti dei responsabili della repressione delle proteste o delle frodi elettorali. È chiaro che la volontà del popolo bielorusso dev’essere rispettata. Sappiamo come sono andate le elezioni e conosciamo quanto siano state brutali le violenze. Ora occorre rimettere nelle mani dei cittadini della Bielorussia il diritto ad autodeterminarsi». Per farlo «l’Ue è unita, c’è una grande preoccupazione comune». Se il presidente bielorusso Lukashenko «pensasse al bene del suo Paese, capirebbe che tornare alle urne è il modo migliore per dimostrare la sua consistenza politica».

Il Consiglio Ue straordinario tenutosi ieri ha deciso di dare pieno sostegno ai manifestanti che contestano la regolarità della rielezione di Lukashenko il 9 agosto scorso dichiarando che i risultati della consultazione, giudicata dall’Ue «né libera né corretta», sono stati «falsificati». Al più presto, secondo quanto messo nero su bianco nelle conclusioni del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, saranno quindi «varate sanzioni mirate» contro «un nutrito gruppo di persone ritenute responsabili della manipolazione dei voti e delle violenze inaccettabili» compiute contro chi è sceso pacificamente in piazza per protestare. «Siamo pronti a sostenere in tutti i modi possibili e ad accompagnare una transizione di poteri pacifica e democratica in Bielorussia» ha dichiarato il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.

Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha spiegato di aver provato a contattare telefonicamente il leader bielorusso Lukashenko, «ma purtroppo la telefonata non c’è stata». Rispondendo a una domanda specifica, il cancelliere ha affermato di «non vedere possibile» un suo ruolo di mediatrice nello scontro in Bielorussia. «Per mediare serve la disponibilità delle due parti e Lukashenko ha rifiutato il colloquio», ha spiegato Merkel.

Mosca, per il momento, si limita a monitorare la situazione. Non c’è bisogno del «sostegno russo» alla Bielorussia, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, sottolineando che la situazione nel Paese «va tenuta all’interno dell’alveo legale e va costruito il dialogo». «I mezzi militari russi si trovano nel territorio della Federazione russa» ha sottolineato ancora il portavoce dopo che ieri erano state diffuse voci riguardanti la presenza di mezzi militari di Mosca in Bielorussia. Il Trattato di sicurezza collettiva e il Trattato sullo Stato dell’Unione di Russia e Bielorussia — ha aggiunto Peskov — «contengono una serie di obblighi delle parti, che prevedono l’assistenza reciproca ma al momento non ce n’è bisogno e, in realtà, anche la leadership bielorussa ha ammesso l’assenza di tale necessità».

Intanto, ieri, Lukashenko ha dato istruzioni al ministero degli interni di prevenire disordini nel Paese, e in particolare a Minsk, e di rafforzare i controlli alle frontiere in tutto il Paese «per bloccare l’arrivo di militanti, armi, munizioni e denaro da altri Paesi per alimentare le proteste». Lukashenko ha affermato: «Non ci devono più essere manifestazioni a Minsk. La gente è stufa. E chiede pace e tranquillità». Poche ore prima di prendere queste decisioni, Lukashenko aveva attribuito la responsabilità dei disordini ai Paesi occidentali. «I Paesi occidentali, direttamente, senza nasconderlo, annunciano apertamente la raccolta di fondi e il loro reindirizzamento verso la Bielorussia, lo vediamo» ha detto il presidente.