· Città del Vaticano ·

Saldi nella fede nonostante le ingiustizie

Scena di devastazione in un villaggio cristiano del Kandhamal nel 2008

Dodici anni fa l’inizio delle persecuzioni dei cristiani in Orissa

22 agosto 2020

«Nonostante la dolorosa persecuzione che ha messo a dura prova molte vite umane e numerose famiglie, e nonostante la distruzione di chiese, case e proprietà, andiamo avanti con il coraggio di vivere e testimoniare la fede cristiana al prossimo, secondo lo sguardo evangelico di compassione, perdono e accoglienza». Con queste parole, rilasciate in un colloquio con «L’Osservatore Romano», monsignor John Barwa, alla guida dell’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, ricorda il dodicesimo anniversario della violenza senza precedenti contro i cristiani nel distretto di Kandhamal, nello Stato indiano di Orissa (o Odisha, secondo la nuova denominazione) iniziata il 23 agosto 2008. Quell’ondata di odio religioso — alcuni giorni di massacri e atroce caccia all’uomo — ha segnato per sempre la popolazione di quel distretto e dell’intero Stato, ma anche della storia della comunità cattolica in India. «La violenza anticristiana avvenuta dodici anni fa è l’esperienza più dolorosa nella storia della Chiesa in India. Non avrebbe mai dovuto accadere e non credo avrà mai più un seguito di quella drammatica rilevanza», nota l’arcivescovo.

Si trattò di un’autentica “pulizia etnica” di carattere religioso, diretta specificamente contro quei villaggi dove vivevano i cristiani, quasi tutti contadini e allevatori, e organizzata per compiere una vendetta: il movente all’origine dei massacri, infatti, era l’omicidio del leader religioso indù Swami Laxmanananda Saraswati, ucciso a colpi di arma da fuoco nel distretto di Kandhamal il 23 agosto 2008. Di quel delitto furono ingiustamente accusati i cristiani, mentre indagini successive dimostreranno che quell’uccisione era imputabile ai ribelli maoisti. Ma quel crimine costituì il pretesto per scatenare i gruppi estremisti indù contro popolazioni inermi che subirono — senza alcuna protezione da parte della polizia — abusi di ogni genere, violenze, stupri, percosse, omicidi.

Nell’ultimo decennio l’arcidiocesi di Cuttack–Bhubaneswar, che abbraccia il territorio di Kandhamal, è rimasta vicina alle vittime ed è stata la forza trainante nei procedimenti legali, tesi a cercare giustizia. L’indicibile ferocia divampata su larga scala contro i cristiani del Kandhamal ha provocato oltre cento morti e cinquantamila sfollati. Più di quaranta donne cristiane sono state aggredite sessualmente e circa dodicimila bambini hanno visto interrotto il loro percorso scolastico e negato il diritto all’istruzione. Furono saccheggiate e bruciate oltre ottomila case e demolite trecento chiese, mentre i cristiani in fuga hanno perso per sempre i loro beni e proprietà, sottratti e occupati in modo illegittimo dagli aggressori.

«Il 23 agosto ricordiamo e affidiamo a Dio tutti coloro che sono morti durante le violenze e tutti coloro che hanno sofferto tanto. A oltre un decennio da quei tragici giorni coloro i cui diritti sono stati violati e calpestati stanno ancora aspettando giustizia», osserva monsignor Barwa. La comunità cattolica nello Stato di Orissa si è preparata a fare memoria della violenza con una preghiera comunitaria di dodici giorni, avviata l’11 agosto, e condivisa da diverse comunità in molte altre parti dell’India. Una solenne preghiera per chiedere a Dio consolazione, giustizia, misericordia, riconciliazione, in nome della verità, è stata recitata nelle famiglie, nelle chiese e in tante comunità. Anto Akkara, giornalista e ricercatore cattolico che ha svolto una preziosa inchiesta sulle violenze, ha rimarcato la necessità di ricordare quei dolorosi eventi per far sì che rappresentino un monito per l’intera nazione e affinché non accadano nuovamente. Dopo aver attentamente studiato il caso, grazie a un’inchiesta sul campo, Akkara nel suo libro investigativo Who killed Swami Laxmanananda?, edito nel 2016, ha svelato la cospirazione, ordita a tavolino prima dell’omicidio del leader religioso indù, per innescare la violenza gratuita sulle comunità dei battezzati. Sette cristiani innocenti furono ingiustamente condannati all’ergastolo e incarcerati nel 2008 per il presunto omicidio di Saraswati. Il processo di appello contro la condanna è tuttora in corso davanti all’Alta Corte dell’Orissa e i sette uomini (sei sono analfabeti, uno disabile mentale) sono stati rilasciati su cauzione dalla Corte suprema nel 2019, dopo undici anni dietro le sbarre. «Restano ancora condannati per un crimine che non hanno mai commesso. Ci aspettiamo un capovolgimento della scandalosa sentenza di primo grado, l’assoluzione con formula piena, la totale riabilitazione e il risarcimento», auspica Akkara, che ha indetto una campagna online denominata Justice for Kandhamal su www.release7innocents.com. Nel suo documentario intitolato Innocents imprisoned, visibile su quel sito internet, Akkara riassume lo spargimento di sangue e la “parodia della giustizia” — come egli stesso la definisce — verificatasi in Kandhamal. Il paradosso, osserva, è che, mentre sette innocenti sono stati condannati, i colpevoli dell’ondata di violenza restano impuniti. Infatti, sebbene siano state presentate 3.300 denunce alla polizia, solo 727 casi sono stati presi in considerazione e sono approdati in tribunale, concludendosi con l’assoluzione (spesso per mancanza di prove e testimoni) per l’88 per cento degli imputati. Da credente, il ricercatore osserva: «La preghiera è un’arma affinché i cristiani cerchino verità e giustizia e anche un delicato promemoria che fa da pungolo alla coscienza dei cospiratori, dei colpevoli, dell’opinione pubblica».

Oggi ci si chiede: ma quale fu la ragione di tanto accanimento? Perché pianificare un’aggressione così fragorosa e spietata? Secondo padre Robert Digal, sacerdote cattolico indiano originario del distretto di Kandhamal, «in Orissa la Chiesa è sempre vicina ai poveri e agli emarginati, riconoscendo e operando per la loro dignità umana e promozione sociale. Perciò vi sono spontanee conversioni al cristianesimo. Questo è uno dei motivi dell’accanimento che gli estremisti indù manifestano contro i cristiani, che sono circa il 3 per cento della popolazione nello stato». L’Orissa è uno degli Stati più arretrati e poveri dell’India, con circa 36 milioni di abitanti, dei quali il 40 per cento sono “fuori casta” o tribali, due categorie di persone marginalizzate e discriminate dalla società indiana. Casi sporadici di violenza su base religiosa, che ancora si registrano nello Stato, inducono a non abbassare la guardia: «I fedeli tuttora vivono nella paura, soffrono ancora per questa situazione, ma sono forti e uniti nella fede: ogni loro preghiera è una richiesta di pace e riconciliazione», nota padre Robert.

Monsignor Sarat Chandra Nayak, vescovo di Berhampur, altra diocesi dello Stato di Orissa, ha elogiato i fedeli locali «rimasti saldi nella fede in Cristo nonostante le minacce, le persecuzioni e le umiliazioni subite» e, celebrando la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, ha detto: «Dove c’è Maria c’è Gesù e dove c’è Gesù c’è gioia. Maria non è solo Madre di Dio, è Madre di tutti noi che cerchiamo la sua costante intercessione. Le affidiamo la nostra sofferenza. Possa la Vergine diventare il nostro modello ed esempio affinché restiamo sempre strettamente legati al Signore».

di Paolo Affatato