· Città del Vaticano ·

Prevenzione e sensibilizzazione

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Caritas Italiana in soccorso della Guinea

10 agosto 2020

Il coronavirus non ha risparmiato nemmeno la Guinea, uno dei luoghi più poveri del mondo e, soprattutto, il paese che nel suo recente passato ha patito l’ebola. La popolazione, dunque, sta affrontando l’ennesima sfida, nonostante le scarse risorse e un sistema sanitario debole. Per questa ragione, fin dalle prime fasi dell’epidemia, la Caritas nazionale ha reagito mettendo a frutto l’esperienza delle diverse urgenze gestite negli ultimi anni. Nella capitale Conakry, ma anche a N’Zérékoré e nelle periferie, si sono svolte diverse sessioni di sensibilizzazione e di formazione a norme igieniche elementari, con kit sanitari e rubinetti per acqua disinfettata. Queste iniziative, però, vanno accompagnate con la distribuzione di sacchi di riso per far fronte al rischio fame o malnutrizione di fasce della popolazione già in grave difficoltà.

Caritas Italiana, che opera in Guinea dal 2008, nella diocesi di N’Zérékoré e a supporto della Caritas nazionale, è impegnata sul fronte della mobilità umana. In particolare, nell’ambito della campagna «Liberi di partire, liberi di restare» della Conferenza episcopale italiana, collabora con l’Organisation Catholique pour la Promotion Humaine nella realizzazione di un progetto della durata di due anni e mezzo (2019-2021) che prevede campagne di sensibilizzazione sui rischi legati all’affrontare il viaggio verso l’Europa e interventi di creazione di opportunità di reddito (a esempio formazione e micro prestiti), al fine di combattere le cause profonde della migrazione. Inoltre, tra il 2014 e il 2015 Caritas Italiana, grazie anche a un contributo Cei dell’8xmille, ha supportato la Chiesa locale nella realizzazione di programmi di emergenza in risposta all’epidemia di ebola, con attività di sensibilizzazione comunitaria, distribuzione di kit igienico-sanitari e alimentari alle famiglie colpite, materiali di prevenzione e protezione per le strutture sanitarie, ripristino delle attività produttive, assistenza agli orfani.

A oggi il virus ha colpito soprattutto gli anziani ma la Guinea ha una popolazione giovanissima (il 41,2 per cento è sotto i 14 anni, il 60,52 per cento sotto i 24, mentre solo il 3,9 per cento è sopra i 65 anni). È lunga e preoccupante la lista delle pandemie endemiche: malaria, dengue, tubercolosi, colera, diarrea, tifo, epatiti, meningite. L’abitudine di recarsi all’ospedale, in un paese con 0,3 posti letto ogni mille abitanti, non è radicata: la sanità è quasi tutta a pagamento, fra le spese più onerose per le famiglie, ma raramente è di buona qualità. Quando lo è, si tratta di sanità privata, ancora più cara. Gli ospedali sono pochi, i farmaci sono da comprare privatamente, i trasporti — prima e dopo la degenza — sono a pagamento. Nessuno con un po’ di febbre e tosse ritiene utile recarsi all’ospedale, dove c’è un medico su ogni mille abitanti: i malati di covid-19 che ci vanno, lo fanno per l’urgente bisogno di ossigeno che non trovano.

In questo quadro, molte sono le misure che il governo ha applicato con severità, laddove possibile: è stato decretato il coprifuoco notturno in tutto il territorio, sono stati chiusi i mercati dopo le ore 16, vietate le concentrazioni di più di cento persone, chiusi gli spazi aerei, luoghi di culto e scuole, vietati gli eventi pubblici, ridotti gli orari di lavoro, iniziata un’inedita pulizia straordinaria delle zone periferiche  della città. Le mascherine sono obbligatorie, ma un’applicazione del lockdown all’europea in Africa occidentale molti ritengono che non sia possibile: viaggi e spostamenti in questa regione subsahariana sono una necessità vitale per ogni attività. I guineani e le loro città vivono di commercio, imprescindibile tanto per clienti e famiglie quanto per i venditori, che se non lavorano non hanno di che mangiare. Non poter entrare o uscire da una città o un villaggio vuol dire paralizzare un polmone commerciale ramificato e legato a un complesso rapporto di interdipendenza con il suo contesto regionale, oltre che rischiare di esaurire una vena economica forse in modo permanente. Ma il virus dell’ebola ha insegnato molto e i guineani sanno come difendersi. «Si vince solo giocando d’anticipo. Ora come allora, prevenzione e sensibilizzazione sono l’unica possibilità», assicura il direttore della Caritas diocesana di N’Zérékoré, alla frontiera con la Liberia. Il paradosso «è che sappiamo bene cosa dobbiamo fare, ma spesso non possiamo farlo: non abbiamo i mezzi. Stiamo facendo molti sforzi per cavarcela da soli ma sappiamo che non basterà».