· Città del Vaticano ·

Per sconfiggere la nevrosi dell’uomo contemporaneo

René Magritte, «Il figlio dell’uomo» (1964)

Racconto - La parola dell'anno

20 agosto 2020

Una nuova e più consapevole connessione con se stessi


Vivo coltivando certezze. Ho sconfitto la morte. O, almeno, l’ho ridotta a fatto sì inevitabile ma totalmente distaccato dalla mia vita. Quando arriverà arriverà. Punto. Ma la morte è lontana, per fortuna. E non mi interessa. Non ha niente da dirmi.

Anche il dolore è sconfitto. Pure lui non ha nulla da dirmi. Posso vivere evitando qualsiasi fonte di male, mi può inchiodare una malattia o un incidente, certo, ma il dolore, quello interiore, è stato addomesticato e piegato. Se soffro mi curo. Soffrire è semplicemente sbagliato. Sbagliato perché inutile.

A sconfiggere Dio ci hanno pensato le generazioni prima di me. Dio è un anacronismo, una parola che rimanda a una credenza lontana che nulla ha a che fare con la mia vita.

Sono altre le certezze. So per certo che posso ambire al meglio. Posso puntare qualsiasi obiettivo, e arrivarci, devo soltanto concentrare tutto il mio potenziale nella competizione. Già ora, comunque, mi sento al vertice. Perché non mi faccio mancare nulla. Chi mi vede sa chi sono. Quello che sono è quello che faccio vedere. Perché è così. Indiscutibilmente così. Perché la felicità si può possedere, se si hanno i mezzi per averla, acquistarla.

L’amore serve, nella misura in cui non si renda mai fonte di sofferenza o noia. Nel caso è meglio non perseverare. Quanto è patetico chi tenta di ravvivare qualcosa che non funziona. I figli possono servire, solo se non diventano di intralcio alla certezze sopra esposte: essere qualcuno. Dimostrarlo.

Non sono un uomo per male. Il mio 5 per mille lo destino sempre alle associazioni del caso. Almeno due o tre volte l’anno mi capita di mandare sms per le varie raccolte fondi, perché nel mondo c’è sempre qualche povero o calamità naturale o altro. Una volta ho fatto anche un bonifico dopo aver visto uno spot di bambini malati.

Un giorno, come sono nato, morirò. Tornerò a essere quello che ero. Nulla. Nulla di nulla. Il pensiero non mi infastidisce. È la natura, la nostra natura.

Non è l’identikit di un personaggio distopico, magari calato dentro qualche futuro ancora lontano. È, messo nero su bianco, il sentire che anima tante persone del nostro tempo. È la visione dominante di ciò che siamo, di quello che ci aspetta, un nichilismo privo di qualsiasi moto contrario, privo anche di rassegnazione, una confutazione messa agli atti della storia, non più discutibile.

Se questo è il punto di partenza, drammatico, non deve allora stupire la progressiva nevrotizzazione dell’uomo contemporaneo. È tale il corto circuito provocato tra il nostro essere profondo, che vive comunque in barba ai nostri intendimenti, e la nostra percezione di ciò che siamo da rendere naturale l’esito del disturbo psicologico, che sia dell’umore o di natura ansiosa.

Perché nulla può dismettere la propria natura. È un fondamento inalienabile che chiede di essere sondato, investigato, che non rinuncia a vivere dentro di noi malgrado i nostri divieti.

Qui si gioca la partita.

Offrire all’uomo una narrazione che torni a relazionarlo autenticamente con la sua natura. Dare nuova residenza ai sentimenti e agli interrogativi che hanno abitato dentro di noi per millenni e che il Novecento ha prosciugato di senso e drammaticità.

Sono tante le declinazioni possibili, tante le strade in grado di affermare tutte, con modalità e obiettivi diversi, una riscossa della natura rispetto all’imperativo della civiltà quale unico elemento costituivo del nostro essere.

Una sfida che non può non cominciare dal concetto stesso di vita. Intesa come squarcio di consapevolezza che chiede il significato di sé, attraverso l’esercizio della domanda, della perlustrazione del proprio essere. Restituire alla vita la sua condizione di precarietà perenne, che cerca una stabilità oltre se stessa, nell’alterità, nella speranza di un Altro più grande di lei che gliela possa realmente concedere.

Rinnovare la disponibilità dell’uomo a osservare interamente la propria natura, senza sconti, sino a contemplarne i limiti inevitabili e non meno dolorosi. Restituire al dolore una sua legittimità, e in molti casi una sua valenza educativa, in alcuni casi centrale. Allo stesso modo, restituire all’amore il suo rango inarrivabile. Strapparlo dalle narrazioni che lo vogliono slancio sentimentale e null’altro, raccontarlo per quel che è veramente: l’unica vera chiave interpretativa di sé e del cosmo intero. A danno della dittatura imperversante che vuole l’intelletto quale strumento unico di indagine, la logica come bisturi invincibile con cui sezionare l’esistente.

Accendere di nuova autenticità la nostra relazione con il tempo, immantinente, incessante, irripetibile, contro la strisciante, implicita illusione di esserne i padroni primi e ultimi, in una competizione che ha come traguardo finale la nostra immortalità, l’affermazione di un io più forte di ogni tempo naturale.

Per chi ha a cuore la testimonianza di Dio in terra, e intende farsi protagonista di una narrazione che porti nel cuore dell’uomo di oggi la presenza di Cristo, la scommessa si gioca prevalentemente nell’intensità della narrazione, in una condivisione che non può essere solo linguistica, ma che investa interamente la nostra presenza e disponibilità, umana, esperienziale, corporale. Non solo, in troppa narrazione contemporanea, destinata in modo evidente, per non dire compiaciuto, a chi già si sente di vivere nel perimetro della fede, Dio appare come una premessa meccanica al racconto stesso, una certezza a priori, prima di ogni sviluppo, traguardo, prova. Un Dio ideologico che scalda a piacimento, un brodo per chi non vuole sforzarsi troppo. Strappare Dio da ogni premessa, renderlo per quel che è: promessa, compimento naturale per chi si pone autenticamente di fronte alle domande che sprigionano dall’esistenza e dall’amore.

Ma prima di invertire il segno dei contenuti, in questa ottica di ritorno dell’uomo dentro se stesso, occorre ragionare su un altro fattore fondamentale. È questa la rivoluzione prima, senza la quale nulla sarà possibile. Occorre riaccendere di passione viva le lingue che da sempre hanno avuto la responsabilità di formare il nostro immaginario riguardo ciò che è nato con noi. La poesia. La filosofia. La religione. Lingue oggi cristallizzate, fossilizzate, ridotte a reperto da studiare ma in assenza di pregnanza rispetto al nostro tempo, come se l’uomo contemporaneo non ne avesse più bisogno, come se la loro capacità di rappresentarci fosse tramontata per sempre. Senza queste lingue, l’uomo è destinato a spegnersi definitivamente, a diventare oggetto di studio per la scienza, l’unica lingua che, viaggiando a braccetto con la tecnologia, non risente del tempo ma anzi ne viene esaltata.

Le due visioni contendenti sono oramai abbastanza chiare.

Da una parte l’affermazione definitiva di un’esistenza immobile, disumana, obbligata a una felicità sintetica, dall’altra una vita pienamente vissuta, in eterna altalena tra gioie e dolori, con lo sguardo vigile dei cacciatori.

Avrà la meglio chi avrà i migliori raccontatori.

di Daniele Mencarelli