· Città del Vaticano ·

Paladino della fede

Pinturicchio, «Sant’Agostino tra i flagellanti» (1500 circa)

Sugli scritti di sant’Agostino

27 agosto 2020

La volta che l’Africa accolse i profughi italiani. Era l’estate del 410: a Roma — caput mundi — i visigoti di Alarico irrompevano da Porta Salaria, dando il via a un tremendo saccheggio che si protrasse per ben tre giorni. Così molte persone, costrette ad abbandonare il suolo italico, trovavano rifugio sulla costa settentrionale dell’Africa. Ad accogliere questi profughi c’era in prima linea persino il vescovo d’Ippona (l’attuale Annaba, sulla costa algerina), l’africano sant’Agostino (Tagaste 354 - Ippona 430), l’“aquila dei Padri latini”, il più grande dei filosofi e dottori cristiani, del quale domani, 28 agosto, ricorre la memoria liturgica. I pagani addossarono la responsabilità del sacco di Roma al cristianesimo e proprio questo episodio spinse sant’Agostino a dedicarsi, tra il 413 e il 426, alla composizione del De civitate Dei. Dedicato a Marcellino (decapitato il 13 settembre 413 per la sua fede), si configura come una delle opere che hanno maggiormente inciso per la prospettiva sociale nella storia dell’umanità. Lo stesso Agostino la definisce come «opera grande e ardua», «opera gigantesca». Si tratta di uno scritto della maturità, che consta di ventidue libri. Ed è davvero l’opera princeps del suo pensiero filosofico, teologico e politico. «Agostino affronta e risolve alla luce della ragione e della fede — perciò filosofia e teologia insieme — i grandi temi della storia, quelli delle origini, della presenza del male, della lotta tra il bene e il male, della vittoria del bene sul male, degli eterni destini» (Opere di sant’Agostino, Introduzione generale, Città Nuova Editrice, 2006, pagina 74).

Insomma, per dirla con il Papa emerito, «oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede» (Benedetto XVI, I Padri della Chiesa, 2008). I settantasei anni di vita di Agostino sono stati vissuti intensamente, e sempre con intelligenza secondo l’accezione agostiniana di intus-legere cioè di saper “leggere dentro”. I suoi scritti sono sterminati sia per la quantità sia per le tematiche affrontate: essi si dipanano in scritti autobiografici (Confessioni, Ritrattazioni), filosofici (Soliloqui, La musica, Il maestro), apologetici (La vera religione, La Città di Dio), morali pastorali (La regola, Il combattimento cristiano), dommatici (La Trinità), esegetici (La dottrina cristiana) e poi polemici, lettere, discorsi ed enciclopedici. In questa topografia dell’anima umana Agostino, il figlio dell’Algeria, il “grande marabutto” (santo per l’islam), come lo ha definito nel 2001 il presidente dello stato africano Abdelaziz Bouteflika, non si è comportato asetticamente illustrando idee e dottrine senza esserne coinvolto. Nel diffondere la Parola di Dio, a Ippona ha rischiato di finire sotto i colpi dei circumcelloni, fanatici cristiani legati all’eresia donatista: «Alcune volte circumcelloni armati tesero insidie lungo le strade al servo di Dio Agostino, quando egli andava a visitare, esortare le comunità cattoliche. Una volta avvenne che quei sicari persero l’occasione in questo modo: successe per provvidenza divina e comunque per errore dell’uomo che faceva da guida, che il vescovo insieme ai suoi compagni arrivarono per altra strada al luogo ove erano diretti, e grazie a questo errore sfuggì alle mani degli empi» (Possidio, Vita di sant’Agostino, capitolo 12, paragrafo 2).

Le immense opere del “dottore della Grazia”, così come le mappe stradali del “tassista di Dio”, conducono i pellegrini tra le molteplici domande dell’uomo del nostro tempo, oltre i confini e le frontiere universali e verso la meta stabilita dal Signore. Ma lasciamo che a parlare sia il suo testo più conosciuto, Le Confessioni: «E che cosa è questo? Interrogai la terra e rispose: “Non sono io” e tutte le cose della terra hanno dato la stessa risposta. Interrogai il mare, gli abissi e i rettili con anime vive, e risposero: “Non siamo noi il tuo Dio; cerca sopra di noi”. Interrogai le arie e i venti, e tutto il mondo aereo con tutti i suoi abitanti rispose: “Si è sbagliato Anassimene, io non sono Dio”. Ho interrogato il cielo, il sole, la luna, le stelle: “Neppure noi siamo il Dio che tu cerchi”, rispondono… e: “Egli ci ha fatti”» (Confessioni, 10, 6, 9). Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Augustinum Hipponensem, così lo descrive: «Per continuare ancora un poco sugli insegnamenti agostiniani agli uomini d’oggi, egli ricorda ai pensatori il duplice oggetto d’indagine che deve occupare la mente umana: Dio e l’uomo. “Che cosa vuoi conoscere?” chiede egli a se stesso. E risponde: “Dio e l’uomo. Nulla di più? Proprio nulla”. Di fronte al triste spettacolo del male, ricorda loro altresì di avere fiducia nel trionfo finale del bene, cioè di quella Città dove la vittoria è verità, la dignità è santità, la pace è felicità, la vita è eternità». In questo Agostino è veramente un maestro capace di profezia; come quando ha rivelato a frate Alberto da Brescia: «Ora ti dico che sono Agostino, dottore della Chiesa, che ti fui inviato per rivelarti la dottrina e la gloria di frate Tommaso d’Aquino, che è qui con me. Egli mi è figlio, perché ha seguito l’insegnamento degli Apostoli e il mio e con la sua dottrina ha illuminato la Chiesa di Dio» (Guglielmo da Tocco, Storia di san Tommaso d’Aquino, 2015, pagina 150); e nel contempo Agostino è anche rivelatore di eclissi del terzo millennio, di quegli orizzonti filosofici caduchi e offuscati da dottrine relativistiche che rimandano la verità al giudizio soggettivo.

Tra tutte le preziose mappe del “tassista di Dio” (Agostino), ne segnaliamo qui una in particolare: Le Confessioni. In questi sedici secoli tale opera ha spalancato gli orizzonti dei cuori e delle coscienze di infinite persone, come rapporto dell’uomo con Dio. E per parafrasare lo storico protestante Adolf von Harnack (1851-1930), Le Confessioni — stilate tra il 397 e il 402 e suddivise in tredici libri a lode di Dio — sono l’opera di ognuno di noi, nella quale è racchiuso il cammino personale di ricerca di Dio. Tra le pagine dell’opera, una significativa è dedicata alle cosiddette eresie: quella manichea (fondata da Mani, affermava due principi opposti increati ed eterni: bene-luce e male-tenebre), quella dei donatisti (seguaci del vescovo Donato, crearono una Chiesa africana in contrasto con quella cattolica) e quella di Pelagio (negava i punti essenziali del cristianesimo: il peccato originale, la redenzione e la grazia). Tutte incontrate nella prima parte della sua vita, che contrasterà e confuterà poi nei suoi profondissimi scritti. E poi tutta la parte riguardante i meccanismi logici, chiamati in causa nel misterioso processo di cambiamento sviluppatosi a partire dal diciannovesimo anno di età quando viene folgorato dalla lettura, durante gli studi di retorica nella capitale dell’Africa romana Cartagine, dell’Ortensio, dialogo di Cicerone, oggi perduto. «Quel libro mutò il mio modo di sentire e mutò le mie preghiere verso di te, Signore, i miei desideri e le mie speranze. Non per lo stile leggevo e rileggevo quel libro, ma per il suo contenuto» (Le Confessioni, libro III, 4, 7). Infine il periodo dedicato all’insegnamento a Tagaste e a Cartagine, i viaggi in Italia, a Roma e a Milano, l’incontro con sant’Ambrogio, la conversione e il battesimo fino ai rapporti con l’amico Alipio e l’amore verso la madre Monica (oggi, 27 agosto, la memoria liturgica).

di Roberto Cutaia